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L’estate è finita

Rieccomi qui, dopo un po’ di tempo. Avevo promesso, nell’ultimo post, di scrivere un sacco di roba interessante e invece… Invece un cazzo. Non c’ho proprio voglia e quindi v’accontentate. Ché, se voleste leggere qualcosa di interessante, dovreste andare qui, qui  o qui.

Mentre scrivo queste righe, comunque, ci tengo a dire che sono ancora in montagna coi miei e quindi tagliato fuori dal mondo civilizzato, dato che l’internet è solo sul cellulare ed è utilizzato in modo limitato e solo per Whatsapp. C’è un temporale bellissimo che, dopo aver scaricato grandine, è tornato a normale diluvio. In attesa di farmi la doccia, quindi, sto scrivendo l’introduzione per poi continuarlo, sooner or later.

L’arrivo del brutto tempo, che dovrebbe perdurare per tutto il week end, pone una prematura fine alle scampagnate. E, questo, può voler dire solo una cosa: riuscirò a vedere tutti i film senza alcuni problemi. Parlo di film perché, a conti fatti, è stata una delle cose a cui ho dedicato più tempo (dopo le camminate).

*interruzione perché sua madre ha fatto saltare la corrente per l’ennesima volta, asciugandosi i capelli*
Stavo parlando di film ma un blackout, una doccia e una cena dopo, mi è sovvenuto che forse sarebbe meglio parlare dei film in questione in un altro articolo, piuttosto che fare un pastone di cui non capirebbe nulla nessuno (non che in questo modo qualcuno ci capisca qualcosa, ma alla fine, chissene).

Comunque, dicevo che ho dedicato un sacco di tempo ai film. Oltre a guardare film, però, ho fatto anche altro. Tanto per cominciare, ho camminato un sacco. Le discese al lago sono rimaste un must (le salite, però, le ho fatte in macchina) e la gita fuori porta mi ha portato a 1850 metri d’altezza (ho fatto da 1500 metri a 1850 a piedi) e sotto, come bonus, troverete dei reperti fotografici.
A proposito di reperti fotografici, mi sono scoperto uno stalker perfetto (e, anche in questo caso troverete tutto sotto) e mi sono dedicato a questo hobby per le animazioni automatiche di G+ (sperando che sia riuscito a fare abbastanza foto nel modo giusto). Come avrete modo di notare, ci sono un paio di belle figliole (probabilmente Jailbait), ma anche l’occhio vuole la sua parte.
Fun Fact: Ero in spiaggia, all’ombra, a leggere (sì, il lago ha una spiaggia e, sì, io leggo all’ombra in spiaggia) quando sono arrivate due belle ragazze. Mia madre e mio padre si sono messi a ridere perché la genitrice gli ha detto (e cito quasi alla lettera): “Guarda quel pirla di tuo figlio: continua a leggere mentre gli passano di fianco due belle ragazze”. Ecco, questo è come mi vede mia madre (troverete i reperti fotografici delle ragazze, sotto).

E oltre alle passeggiate, ai film e alle foto, mi sono dedicato allo studio. E devo esser sincero: l’ho fatto perché mi annoiavo. Tutte le mattine da dopo colazione sino all’ora di pranzo con un po’ di musica di sottofondo, mi sono dedicato allo studio. Gli esami si avvicinano e a settembre devo riuscire a darne il più possibile (ergo, mi devo muovere per forza di cose). Il ritmo è stato ingranato e spero di riuscire a mantenerlo anche una volta rientrato a casa.

Passando dal dovere al piacere, sono anche andato avanti con la lettura. Per quanto riguarda “A Clash of Kings” avanzo ogni giorno del 5/7% e sono arrivato ormai a più del 70%. Il prossimo libro, inevitabilmente, sarà “A Storm of Sword”. Oltre ai libri, però, ho avuto modo di recuperare le prime tre serie degli Ultimates. La rilettura in chiave moderna dei Vendicatori, nonostante ben scritta per le prime due run, non mi ha fatto impazzire in modo particolare. Ma non avendo speso nulla, non mi lamento. Sono stati un ottimo riempitivo nei momenti di forte noia.

Nell’articolo precedente avevo anche detto che mi sarei concentrato su altro rispetto al blog, ma che comunque avrei scritto. Beh, ovviamente ho mentito. Ho scritto poco e la voglia, per il momento, non c’è. Complice il fatto che abbia intenzione di andare avanti con quello che sto facendo con molta calma, senza forzare troppo la mano, non mi stupisce poi molto. Tra l’altro, anche per eventuali racconti brevi, non ho assolutamente idee. Quindi, almeno per ora, a livello di scrittura non c’è un cazzo da dire. Shame on me.

E, ora, un po’ di note random.

Per quanto riguarda la musica, debbo dire che il colloquio con mio zio sarà chiarificatore in un senso o nell’altro. Per il momento, però, posso dire che i Talking Heads sono tantissima roba.

Mentre mi asciugavo i capelli, mi sono accorto di come non sia più in grado di cagare una riflessione profonda nemmeno previo equo pagamento. Non che senta la mancanza dei post pseudofilosofici di cui non frega un cazzo a nessuno (nemmeno a me, tanto per capirne). Fortunatamente, a supplire a questa mancanza, ci sono le blogger. Loro sono bravissime nel farlo: riescono a trarre un insegnamento di vita o una riflessione di carattere generale da un’unghia rotta. Grazie, ragazze.

Il viaggio in fumetteria si avvicina. Entro fine agosto, metterò le mie luride zampacce sul numero 600 di Amazing Spider-man e niente sarà più come prima. Ovviamente, l’hype è a mille. Tra le altre cose, inizierò a riportare al mio fumettaro un po’ di manga che sono nell’armadio ad occupare spazio.

Non avendo internet, oggi è stata una giornata traumatizzante: ho controllato la mail dal cellulare e mi sono ritrovato con otto email di notifica da wordpress. E, tra l’altro, ho almeno tre commenti da moderare più la coda di spam. This is madness. D’altro canto, shit happenz.

Gods be good, fortunamente ho finito di sprecare il vostro tempo.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Di pinguini e dei loro sogni

Premetto che, come ogni volta, non so dove andrò a parare con questo post e bla bla bla bla.

Bene, fate finta che abbia scritto la solita introduzione in cui vi accenno brevemente a cosa scriverò e fingete anche che vi interessi. Poi cliccate sulla “x” in alto a destra e andate a dormire.

Sbrigati anche i convenevoli, non mi resta che dire di cosa non parlerò. Tendenzialmente avrei voluto evitare un altro post da inserire sotto la voce “Diario” o sotto la voce “Varie ed eventuali” e avevo anche pensato ad un modo piuttosto figo per iniziare l’articolo sul serio. Poi, però, ho deciso di lasciar perdere. Ché lasciar perdere è la cosa che mi viene meglio, a voler ben vedere. In qualsiasi campo. In qualsiasi momento. Qualcuno potrebbe anche dire che le cose mi scivolano addosso, masticazzi.

E gnente, sicuramente non parlerò di politica. Come i lettori più accaniti avranno notato, dopo le elezioni di febbraio, l’argomento è andato in calando. D’altro canto, sono passato dal parlare di politica al farla sul campo. E, se volete il consiglio di un pirla, è meglio che non ne facciate, e che non ne parliate. Bene che vi vada, potreste trovarvi ingabolati in mille incontri di cui quelli utili sono due. E tu li hai persi entrambi. Se dovesse andarvi male, invece, sareste del PD. Vi chiedereste perché a livello comunale siate di centro-sinistra, mentre a livello nazionale siete al centro. E prendete schiaffi. Da destra e da sinistra. Perché, in fondo, scriver di politica è come scrivere d’amore: chiunque lo faccia, non l’ha mai vissuta (o una cazzata del genere. Ho provato a cercare la citazione corretta su gugol, ma dopo dieci minuti ho droppato le palle.)

Nonostante sembra che l’estate abbia risvegliato la parte filosofeggiante di molti compagni blogger e, nonostante il fatto che sia da un sacco che non scrivo un post in cui filosofeggio sui mali del mondo (ovvero sul motivo per cui arrivato a ventidue anni, le donnine riesca a vederle solo qui, o qui, o sulla Novedratese, della serie fatti du domande e datti du risposte, figlio mio) non ho nemmeno intenzione di perdermi in riflessioni, costrutti mentali o fare viaggi che non porteranno assolutamente a nulla, se non riuscire a mantenere il ritmo di un articolo a settimana e farmi perdere tempo. Ma, anche facendo così, direi che non c’è male. Che poi, a voler ben vedere, non ho nemmeno intenzione di soffermarmi sul fatto che stia scrivendo un post a settimana da ormai venti mesi e che gli argomenti di cui trattare potrei pure averli finiti, dato che ho una vita abbastanza monotona e piatta.

E, a proposito di vita monotona e piatta, vi prometto che non vi parlerò nemmeno dei miei stupendi amichetti o della folle idea di fare un Meet Coso che, forse ci sarò o forse no. Perché, vedete, con l’estate, le mie capacità di socializzazione si azzerano quasi quanto la mia voglia di vivere. Ché poi, credo sia anche una questione di tempismo: io mi faccio vivo una volta ogni quanto mi ricordo e gli altri sembrano sempre aver di meglio da fare. Oppure studiano. Oppure lavorano. Oppure non hanno la rete. E, in fondo, non è nemmanco colpa loro. D’altro canto, sono fermamente convinto che portare avanti più amicizie in contemporanea sia una cosa quasi impossibile sul lungo periodo, per i motivi che ho brevemente elencato sopra. Aggiungendoci il fatto che dopo un po’, mi rompo i coglioni di cercar la gente, direi che non è nulla di sorprendente. Solo la Secsdonna sfugge a questa logica. Ma a lei rompo il cazzo in tre stagioni e mezza su quattro, quindi è perdonata a prescindere.

Non vi parlerò nemmeno dei tanti, troppi progetti morti sul nascere o lasciati lì, nel dimenticatoio, in attesa di essere colto da illuminazione. Che poi, se avessi dovuto averla davvero, probabilmente mi sarebbe già venuta. E quindi non mi resta che trascinarmi stancamente tra idee poco originali che non so nemmeno come applicare. E, certo, il caldo non è di aiuto. Ma è una flebile scusante, dato che anche quando pioveva e le temperature erano sotto la media, non combinavo un cazzo uguale. A voler ben vedere, in effetti, non è nemmeno un problema di idee in sé… È più l’applicazioni delle stesse. È più il fatto che anziché scrivere, mi piacerebbe leggere. E forse è anche il fatto che sia leggermente culopeso a zavorrarmi. Le vacanze di quest’estate potrebbero anche darmi una mano ad iniziare la scrittura, ma dubito avrebbero un seguito. Poi mi metterei a ricontrollare, scuoterei la testa pensando “che cosa cazzo ho appena letto” e cestinerei tutto. Per l’ennesima volta. Senza contare che ho pure messo da parte il progetto del fumetto, per mancanza di ispirazione.

Non mi dilungherò nemmeno nello spiegare perché avrò delle sessioni di esami infernali, mentre molti studenti universitari si stanno occupando delle ultime formalità per laurearsi. Il fatto che in tre anni abbia fatto relativamente un cazzo, infatti, implica che debba correre ai ripari e recuperare quanto lasciato indietro. Per questo motivo sto pianificando di stravolgere i miei ritmi per poter studiare evitando il caldo. L’ultima idea è quella di studiare fino all’ora di pranzo, interrompermi nel pomeriggio e poi andare avanti finché riesco in nottata. Il fatto di dover lavorare di certo non aiuta molto, ma i soldi fanno comodo e, tra le altre cose, non durerà ancora molto. Per fortuna o purtroppo. Ancora non lo so.

E sì, forse potrei dirvi, invece di come mi sia reso conto di essere circondato. Circondato dalla gente. E, come ben saprete, io non ho un’alta opinione della gente. Vogliate per un non ben motivato e motivabile complesso di superiorità, vogliate perché tendenzialmente mi sta sul cazzo l’umanità, il fatto di essere circondato mi ha inquietato. Me ne sono reso conto sia a Milano, mentre cercavo V. (e devo aver dato voce al fatto che fossimo circondati, io e la Fatina) sia in Sempione, dove ovunque mi girassi c’era qualcuno: rossi, bianchi, neri, gialli e verdi… Sono come insetti brulicanti e infestanti, nessuno è al sicuro. Potrebbero essere anche intorno a voi, in questo momento.

Forse è per questo che vorrei essere un pinguino. Vivrei al freddo, non mi preoccuperei di essere circondato dai miei simili. E sognerei sogni di pinguino.

Perché i pinguini sognano, no?

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Diario di una vacanza 2

Dopo quattro giorni di meritato riposo, rieccomi qui a scrivere. Come avrete sicuramente letto (o non ve n’è fregato un cazzo, ma va bene comunque) sono stato assente e lontano dal blog. In questi giorni ho quindi sfruttato il tempo libero a disposizione per portare avanti altri progetti, con risultati piuttosto buoni.

Comunque, in questo post racconterò in breve (e quando dico in breve, in realtà vuol dire che sarò estremamente prolisso) la mia mini-vacanza. Per farlo è necessario partire da mercoledì scorso. Era un soleggiato pomeriggio milanese in cui non stavo facendo un cazzo. La Fatina dei Boschi stava leggendo un libro di Asimov (che recupererò a breve in biblioteca) mentre io leggevo i miei fumetti rimanendo piacevolmente stupito dalla qualità delle storie di New52 Batman. Improvvisamente, in una pausa tra una pagina e l’altra, ho detto alla Fatina che mia madre insisteva per mandarci in montagna. Abbiamo discusso della possibilità di farlo e, la sera stessa, arrivati a casa abbiamo discusso della fattibilità della cosa con i nostri genitori. Dopo aver superato diverse difficoltà (soprattutto dovute al fatto che non sapevamo se avessimo avuto o meno il mezzo di locomozione necessario a portarci fin là su.). Dopo aver risolto tutti i problemi, ci siamo preparati alla partenza.

Giorno 1: Venerdì.

Venerdì, alle sette e qualchecosa di mattina, siamo partiti (dopo aver preso il caffè a casa mia), in direzione Montemezzo. Il viaggio in macchina è trascorso in maniera relativamente tranquilla. Musica di sottofondo, controllo del navigatore da parte mia e la Fatina che guidava. Arrivati quasi a destinazione, ci siamo fermati a far la spesa. E, al banco degli affettati, la tizia che ci ha servito, mi guardava male. Non so per quale motivo, fatto sta che lo faceva (forse perché la stavamo facendo lavorare, ma questi sono dettagli). finito con l’affettato, ci siamo avvicinati al banco della carne e dopo svariati ripensamenti, abbiamo completato la spesa di carne decidendo, alla fine, di prolunga la vacanza di un giorno. Finita la spesa c’è stata, probabilmente, l’esperienza più traumatica della vacanza: i tornanti in salita. Dire che mi sia cagato in mano è dir poco. Non è che fossi spaventato per la guida della Fatina che, anzi, se l’è cavata egregiamente, ero spaventato proprio dalla salita. Una volta giunti a destinazione, inevitabilmente, c’è stato lo scarico delle valigie. Dato che entrambi ci eravamo portati dietro mezza casa, i viaggi per trasportare le valige coi vestiti, le borse coi portatili, la playstation 2, cazzi e mazzi per la casa, le borse della spesa e gli zaini contenenti la stuoia da spiaggia e i libri, sono stati lunghi e faticosissimi. Ma, ancora non era nulla. Una volta fatta nostra la casa, il sottoscritto si è piazzato in cucina per cucinare mentre la Fatina apparecchiava la tavola. Nel frattempo, io preparavo i gamberetti e le zucchine. Finito di usare l’asse, la Fatina ha iniziato a tritare il prezzemolo (da mettere “a freddo” sulla pasta). Dopo un decorosissimo pranzo (che spero sia stato gradito anche dalla Fatina), si discute sul da farsi. Ovviamente, l’unica opzione considerabile è quella di scendere al lago. Prima di scendere, però, mi impongo per perdere tempo e digerire, dato che fare una discesa di venticinque minuti sotto il sole, alle tre del pomeriggio non è che sia proprio il top per favorire la digestione. Alle tre e mezza dopo non-mi-ricordo-cosa-abbiamo-fatto (forse cazzeggiato sull’interlink e, sicuramente, dopo un viaggio di piacere in bagno del sottoscritto e un micro-pisolino della Fatina) ci apprestiamo a discendere, entrambi con una bottiglietta d’acqua da mezzo litro (tenete bene a mente il particolare). La discesa scorre via liscia come l’olio e una volta arrivati sul lungolago ci si guarda intorno in cerca di potenziali vittime  prede  persone interessanti (leggasi: fanciulle). Non trovando nulla, decidiamo di dirigerci su una collinetta dove sorgono dei bellissimi alberi che fanno ombra. Una volta stese le stuoie, sorgono esattamente due problemi:

1) Quando il vento tirava nella direzione sbagliata, un buonissimo effluvio di letame arrivava fino alle nostre delicate narici facendoci imprecare contro gli Dèi.
2) Il dannato vento ci impediva di leggere in maniera decente. I libri parevano posseduti dal demonio talmente tanto in fretta le pagine si giravano da sole.

Dopo circa un’oretta, avendone avute piene le palle, decidiamo di ripartire. Dato che durante la discesa mi ero bevuto mezza bottiglietta d’acqua, ho avuto la brillante idea di scolarmi l’altra metà della bottiglietta prima di partire. Non lo avessi mai fatto. La salita è stata un inferno. La pendenza che aumentava man mano, il terreno non livellato e selvaggio rendeva più difficoltoso il nostro avanzare. Arrivato a metà strada io sbanfavo in modo imbarazzante e anche la Fatina dava segni di fatica. La mancanza d’acqua si è fatta sentire per tutta la salita e la Fatina, da bastardo (e previdente) qual è, ha potuto contare sull’apporto di liquidi extra provenienti dalla sua bottiglietta d’acqua quasi intatta. Una volta saliti, è stato il momento delle docce e della cena. Durante la cena (Toasts e Cordon Bleu). Nel frattempo abbiamo visto la partita dell’Italia e chiacchierato del più e del meno. Dopo aver lavato le pentole sporche, abbiamo giocato alla play fino all’una e poi siamo andati a letto (o meglio, lui è andato a letto. Io sono stato male e poi sono andato a letto).

Giorno 2: Sabato

Dopo sei ore di sonno, vengo svegliato in modo molto poco gentile dallo strillare di due bambini tedeschi. In questo modo conosco i miei nuovi vicini: un’allegra famigliola tedesca con due mocciosetti che non hanno ben chiaro che non si dovrebbe gridare quell’ora. Una volta svegliato, vado in bagno e do il via alle abluzioni mattutine. Una volta finite, La Fatina esce da camera sua e mi sostituisce. Una volta sceso, tiro fuori il succo dal frigo e accendo il computer per non so quale motivo. Acceso il computer, inizio a cazzeggiare bellamente come solo io so fare. La Fatina si prepara il té e si mangia la briosche, io mi bevo il mio succo. Una volta finita la colazione e controllate un paio di cosette su internet, propongo alla Fatina di farci un giro per il paese, fino a raggiungere la chiesa poco più in alto. Durante la “scampagnata” la Fatina (più previdente di me) ha fatto delle foto che (prima o poi) mi arriveranno. Una volta scesi di nuovo e tornati a casa, non resta altro da fare se non cucinare. Chiedo alla fatina di pesare la stessa quantità di pasta del giorno prima e lui acconsente, poi va ad apparecchiare la tavola. Mentre lui fa tutto questo, io preparo il condimento per la pasta: speck a dadini, panna, zafferano e zucchine (ed una tazzina di vino rosso). Una volta preparato tutto, al momento di servirlo, mi sembra che ci sia un po’ troppa pasta. Senza dar peso alla cosa, servo in tavola. Dopo mangiato decidiamo di anticipare i tempi e di scendere un po’ prima, al lago. Mentre camminavamo, ci appare evidente il parallelismo tra i sentieri di montagna che formavano la scorciatoia su cui eravamo e il sentiero in cui, per la prima volta, compaiono i Nazgùl in LoTR (il film, obv). Scesi al lago, abbiamo la fortuna di incrociare il cammino di una bellissima fanciulla biondissima e con la pelle candidissima, con un costume da bagno a due pezzi nero e null’altro addosso. Dopo esserci abbondantemente rifatti gli occhi, ci rendiamo conto che la situazione del vento non pare essere migliore rispetto al giorno prima. Fregandocene altamente di questo, decidiamo di ripiazzarci sulla collinetta a leggere. E, mentre la Fatina, dopo aver tentato di leggere cade in un sonno letargico, io finisco i fumetti che mi sono portato dietro. Una volta svegliatosi, chiedo alla Fatina (che lo ricordo, è un uomo) se vuole tornare su. Dopo qualche tempo, decidiamo di risalire e, con grande soddisfazione di tutti e due, lo facciamo con meno fatica rispetto al primo giorno e, questa volta, entrambi siamo acqua-muniti (io avevo portato giù due bottigliette). Al rientro ci si lava e poi si guarda il Dottore. E, qui, apro una piccola digressione: La fatina, più volte, mi aveva parlato in toni entusiastici del Dottore e io sempre lo avevo snobbato. Dopo aver ammesso il mio errore con lui, faccio lo stesso qui pubblicamente: Fatina, avevi ragione. Il Dottor Who è una figata.
Dopo cena (Lonza e Wurstel di pollo), ci siamo dedicati alla scrittura e, poi, alla play come di rito. Una volta stancatici di giocare, abbiamo dato una rapida controllata ad un paio di cose su internet e poi ce ne siamo andati a nanna.

Giorno 3: Domenica

Come il giorno prima, ancora una volta, vengo svegliato dai marmocchietti. Dopo aver fatto colazione, mi dedico al cazzeggio assoluto grazie anche alla chiavetta della Fatina. In me, nasce l’insensata voglia di pucciare i piedi nel lago e, dopo aver avuto una brevissima discussione sul senso del termine “Pucciare i piedi”, concordiamo che si ha da fare tutto nel pomeriggio. La mattinata scorre tra molte battute, la scrittura (non di post, purtroppo per voi). Una volta giunto il momento del pranzo, si scopre una scioccante verità. Il giorno prima, la Fatina, aveva pesato non due etti di pasta, ma ben tre (centocinquanta grammi a cranio, insomma). Al ché, gli ho fatto notare che l’abbiocco e il singhiozzo erano (forse) causati dal fatto che stesse mangiando come un cinghiale. Dopo aver riso di questa storia, ho fatto un normalissimo sugo. Dopo pranzo, abbiamo indossato il costume e con nostro stupore abbiamo scoperto che entrambi avevamo lo stesso tipo di costume con colori diversi (io costume nero, con fantasia azzurra. Lui costume bianco con fantasia nera). Fatta quella terribile scoperta, abbiamo deciso di vestirci con colori complentari (io maglia bianca/costume nero; lui maglia nera, costume bianco e tanta crema solare protezione 60). Durante la discesa, inizio a tentennare all’idea di pucciare i piedi nel lago ma, giunti a destinazione, le mie convinzioni si rinsaldano e ci dirigiamo verso un torrentello. Mentre intingiamo i piedi nell’acqua, abbiamo modo di scorgere diverse belle fanciulle e, per questo motivo, ringraziamo gli Dèi. Dèi che, però, sono infidi e bastardi. Infatti, verso le cinque del pomeriggio, il cielo diventa grigio e minaccioso. Dovendo fare una salita di trentacinque/quaranta minuti, ci siamo incamminati. Ad un quarto di strada, sentiamo i primi tuoni e decidiamo di accelerare il passo. A metà salita stiamo imprecando e sperando ardentemente che non inizi a piovere perché sennò saremmo nella merda. Letteralmente. Giunti sulla soglia di casa, inizia il diluvio. Fortunatamente l’unica acqua che ci ha lavato è stata quella della doccia. Dopo la doccia, mentre la Fatina guardava il Dottore, io ho preparato la salsiccia. Dopo cena ci siamo dedicati ad un’intensa sessione di scrittura e, abbiamo dato un po’ di fastidio a V. Nel frattempo, abbiamo anche giocato a KH. Poi, verso le due, è rimasta una sola cosa da fare: dormire.

Ultimo giorno: Lunedì.

Lunedì è stato un giorno anomalo dedicato a sistemare quanto si poteva sistemare. Dopo la (prima) sveglia traumatica alle sette e ventitré per colpa dei bambini dei vicini, c’è stata la sveglia definitiva alle nove e qualcosa. Fatta la solita colazione (briosche e succo), mi sono dedicato alla play e al cazzeggio, dopo aver comprato il pane e aver salutato la genitrice dei due rompicoglioni. Verso mezzogiorno sono andato a cucinare (sugo con ciò che, previdentemente, non avevo preparato della salsiccia del giorno prima) e la pasta. Dopo pranzo, ci siamo dedicati alla scrittura e a Scrubs. Abbiamo fatto i letti e ho sistemato le cose in giro. La cena è stata fatta in modo rapido e frugale, poi c’è stato il rientro. Rientro che un po’ mi è dispiaciuto affrontare, dato che mi trovavo davvero bene lì (le uniche cose a mancare erano due o più ragazze e il Cacciatore di Tonni). Rientrato a casa, ho scaricato le valigie e sistemato il sistemabile, poi sono crollato a letto.

Questa breve vacanza è stata indubbiamente un’esperienza positiva. Ho riso, ho scritto, ho mangiato, mi sono rilassato e abbiamo fatto le prove generali per le vacanze future (soldi permettendo).

E ora vi lascio un paio di note random:

– Tutte le mattine durante la colazione e, ogni tanto, durante la preparazione del pranzo ascoltavamo musica
– Mi sono quasi ustionato più volte le dita
– La genitrice dei marmocchietti era una gran bella donna.
– Il primo giorno, prima di imboccare la giusta via, stavo per far sbagliare strada alla Fatina dei Boschi
– Probabilmente le foto non arriveranno mai
– Le battute più belle e che ci hanno fatto fare grosse e grasse risate me le sono scordate. La prossima volta le registrerò.
– La Fatina e il sottoscritto non si vedranno più fino a settembre
– A settembre si è deciso di organizzare un altro Meet Coso (Special Host: la Fatina).
– Ho dato dimostrazione di essere in grado di cucinare, lavare e fare il casalingo.
– L’acqua del lago era gelida.
– Anche gli Hipster leggono Stephen King. Solo che prendono racconti che quasi nessuno si incula.

Questo è quanto.

Cya.

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Scrivere è come…

Era un post che dovevo scrivere già tempo addietro ma, alla fine, ho sempre rimandato per mancanza di voglia (Shame on me).  Detta questa terribile e scioccante verità, passiamo all’articolo vero e proprio (cercherò di essere breve)

L ‘arte della scrittura è stata paragonata a tante cose: al sognare, al viaggiare, al baciare, al dipingere e così via…Ma l’uguaglianza che calza pennello è quella con il cagare.
Non fraintendetemi, non sto scherzando, penso davvero che scrivere sia come cagare e, ora, vi illustrerò i motivi per cui faccio questa affermazione.

Prima di addentrarmi nella spiegazione è necessaria una piccola premessa: come tutti noi sappiamo, esistono diverse categorie di defecatori. Categorie che possono essere raggruppate in tre grandi insiemi:

– I regolari: Cagano tutti i giorni e, spesso, alla stessa ora. Sono abitudinari e si sforzano relativamente poco. La regolarità intestinale, di solito dura poco se non si segue una dieta ben precisa o se ci si ammala.
– Gli stitici: Si siedono sul cesso e si sforzano, si sforzano, si sforzano per partorire (quando va bene) un stronzettino microscopico che, dal water, li deride prima di sparire nello scarico. Ma quelli sono già grandi risultati dato che, il più delle volte, a far compagnia allo sforzo c’è il nulla più assoluto. Subito dopo il periodo di stitichezza, però, arriva la bomba ovvero…
– I Diarroici: Quante volte dopo un lungo periodo di stitichezza si arriva sul cesso con dolori lancinanti alla pancia e ci si lascia andare ad una sana e liberatoria cagata? Ed è qui che si scopre che la sana cagata, in realtà, è un’inarrestabile valanga di merda di stato non ben precisato che sembra inarrestabile. Talmente inarrestabile che sentite la mancanza della stitichezza che fino a poco fa odiavate…Vorreste fermarvi, ma i vostri intestini si svuotano continuamente e senza sosta, facendovi maledire tutti gli dei noti e non.
La cosa peggiore è, però, quando si passa da regolari a diarroici: darete sempre la colpa a quel manicaretto squisito che, per ingordigia o stupidità, avete comunque mangiato anche se sapevate benissimo che vi avrebbe fatto quell’effetto. Il copione, poi, non cambia. Maledizioni e bestemmie, in attesa di tornare ad essere persone normali, anche se sapete che non tornerete più quelli di una volta…Se non dopo un po’ di tempo.

Ogni persona normale, durante la sua vita, fa parte di questi tre insiemi almeno una volta per i motivi più disparati: vuoi che si sia mangiato troppo, vuoi che si segua una dieta regolare, vuoi che ci si prenda qualche malanno.

Bene, a questo punto, vi starete chiedendo che cazzo c’entri il cagare con lo scrivere e, dopo le poche righe di cui sopra, mi inoltro in una spiegazione che spero appaia lineare su “carta” come lo è nella mia mente (il che, probabilmente, significherà che non si capirà un cazzo…Ma, vabbè, amen).

Lo scrittore (che lo faccia per mestiere o che lo faccia per passione), durante il suo lavoro si ritrova ad attraversare diverse fasi. Fasi in cui ci si blocca, fasi in cui ciò che si scrive viene da sé e fasi in cui si scrive, si scrive, si scrive senza arrivare ad una conclusione. I casi qui elencati sono facilmente accoppiabili alle categorie di cagatori sopra elencati, ma andiamo con ordine:

– Lo scrittore regolare: riesce ogni giorno a ritagliarsi un po’ di spazio per scrivere e sa quello che vuole scrivere. Così come chi va di corpo regolarmente, spesso e volentieri è un abitudinario che tutti i giorni qualcosina riesce a scriverlo. Lo fa senza fatica e, raramente, si ritrova ad aver scritto lunghissimi papiri senza aver concluso nulla. Il regime di regolarità di uno scrittore può essere più o meno duraturo ma, come in molti sanno, per quanto a lungo possa durare prima o poi finirà.
– Lo scrittore stitico: La stitichezza in uno scrittore può colpire in tre momenti diversi:
a) L’inizio: Avete la storia in mente, ma non sapete come iniziarla. Iniziate a scrivere. Vi fermate. Cancellate. Rincominciate di nuovo. Vi fermate. Cancellate ancora. Ogni tentativo è sempre più frustrante, più avvilente e per quanto ci proviate non vi convince nulla. Proprio come lo stitico, tutti gli sforzi che fate danno vita solo a tante graziose scorregge che non vi soddisfano e non vi servono a niente. Assolutamente a niente.
b) A circa metà storia: L’inizio è andato bene, avete sorpassato uno dei tre scogli e sapete bene di starvi avvicinando al giro di boa. Giro di boa che non sempre si riesce a passare incolumi. Il giorno prima siete ancora uno scrittore regolare. Il giorno dopo vi trovate di fronte alle ultime righe da voi scritte e pensate “E adesso? Come cazzo vado avanti?”. Il brutto di queste situazioni è che, spesso, avete in mente anche come proseguire la storia, non fosse per quel pezzo che, ostinatamente, non si decide a venirvi. Anche qui vi sforzate, vi incazzate e riprovate fino allo sfinimento e, alla fine, scoraggiati vi ritrovate con quasi nulla in mano (quando va bene) e sempre più convinti a lasciar perdere. Questa è, probabilmente, la stitichezza letteraria più fastidiosa che ci sia. Quanti scritti sono stati accantonati per una cosa del genere? Meglio non saperlo. La consolazione potrebbe essere il microstronzo di cui si parlava sopra (in questo caso, le poche righe partorite) che non vi soddisfano ma sono il meglio che siete riusciti a partorire.
c) La fine: Siete tranquilli, sapete che vi manca poco a finire lo scritto e proseguite senza troppi intoppi quando, all’improvviso, vi sentite spaesati. Sapete che quelle poche righe che mancano sono le ultime eppure il vostro cervello è più vuoto di un concerto di una cover band di Vasco Rossi o di Internet senza porno. Pensate che sia solo un momento e decidete di rimandare. Passa un giorno e non vi preoccupate, continuate a rimandare. Passa il secondo giorno e sorridete, pensando che sia un momento e che passerà. Due settimane dopo siete in crisi. Ogni qualvolta provate a scrivere quelle maledette ultime righe, vi trovate a sbattere contro lo stesso muro ancora, ancora e ancora. Siete come quegli stitici che si trovano sul cesso coi crampi e spingono, spingono, spingono e quando sono ad un passo dalla meta si accorgono di star per fare l’ennesima loffa e si scoraggiano, desiderano morire…o farsi vedere da uno specialista, ma uno bravo, però.
Ma non si può esser stitici per sempre e quindi….
– Lo scrittore diarroico: al contrario del defecatore, difficilmente uno scrittore regolare può diventar diarroico, per questo di solito si osserva il passaggio “scrittore regolare – scrittore stitico – scrittore diarroico”. Il blocco che vi teneva fermi sempre allo stesso maledettissimo punto svanisce e vi ritrovate a scrivere, scrivere, scrivere, scrivere…Insomma, un mare di parole che non sembra voler finire più. Ad un certo punto, però, vi rendete conto che questo continuo scrivere vi sta portando fuori strada, ma una vocina dentro di voi vi dice “lascia perdere, in qualche modo sistemerai tutto alla fine, non ti fermare” e, immancabilmente, le date retta. Quando, finalmente, l’attacco di diarrea creativa termina vi rendete conto che tre quarti di quanto avete scritto o non c’entra assolutamente un cazzo col resto oppure è completamente da rivedere. E quindi partono le bestemmie perché avete dato retta a quella vocina e, soprattutto, non avete saputo fermarvi.  La stessa cosa succede ai diarroici. Sapevano che quello che stava per succedere gli sarebbe costato fatica e dolore. Sapevano di aver sbagliato a dare retta alla vocina interiore che li aveva spinti a mangiare il manicaretto incriminato oppure sapevano i rischi che correvano a fare quella determinata cosa eppure, nonostante tutto, l’hanno fatta, ritrovandosi in una situazione che dovranno sistemare con molto tempo e calma.

Ecco, più o meno, ho illustrato le somiglianze che ci sono tra la nobile arte della scrittura e la meno nobile arte del defecare. Molti di voi storceranno il naso di fronte a questo articolo. Ma, ritrovandovi davanti ad un foglio mentre scrivete o sul cesso durante una cagata, se doveste pensare a questo mio lungo (più lungo di quanto credessi, quasi diarroico) articolo, potreste riuscire a scorgere la realtà nascosta dietro alle mie parole.

Tl;Dr: Lo scrivere è paragonabile in gran parte al cagare, questa è la verità.

Con questo, concludo. Buona scrittura e buona cacca a tutti.

Cya.

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