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Giochi politici

A praticamente un mese dalle elezioni, ci ritroviamo senza un nuovo Governo. Le consultazioni col Presidente della Repubblica si sono concluse in settimana e hanno dato il seguente esito: Pier Luigi Bersani ha avuto il mandato per formare un Governo, purché riesca a trovare i numeri in Parlamento entro martedì (o al più tardi mercoledì).

La strada intrapresa da Bersani non sembra convincere il proprio partito. Molti vedono questa impresa come una missione disperata e si stanno preparando a rimettere in moto la macchina organizzativa sia per le primarie, sia per la campagna elettorale. Il pessimismo che si respira è ben supportato dall’evidenza empirica: mettere insieme i voti necessari in Senato per ottenere la fiducia è cosa quasi impossibile. Il corteggiamento dei parlamentari grillini non ha dato i risultati sperati e questo ha condotto ad un recente cambiamento nelle strategie di partito. Sono spariti sia gli accenni alla legge sul conflitto di interesse, sia quelli su una legge anti-corruzione. Questo potrebbe essere il segnale di un’apertura al PdL che è l’unica forza in grado di garantire un governo guidato da Bersani. L’ipotesi di un “inciucio”, nonostante i dinieghi ripetuti da parte del segretario del PD, sembra diventare un pochino meno remota come possibilità. Nel frattempo si sono intensificati i contatti col gruppo misto e la Lega Nord. Nonostante la Lega abbia più volte smentito qualsivoglia possibilità di un’alleanza senza PdL, i contatti sono stati intavolati e in questi giorni, si capirà quali altri margini di azione ci siano. Indipendentemente dalla riuscita o meno di queste trattative, qualora si riuscisse a trovare un accordo con i montiani, Lega Nord e gruppi misti, Bersani non avrebbe ancora i numeri al Senato.

Il M5S, dopo una spaccatura sul voto di Grasso per la presidenza di Palazzo Madama, si è immediatamente ricompattato per negare la Fiducia ad un Governo che non sia loro. Grillo spera di capitalizzare al massimo la situazione di instabilità garantita anche dal “niet” deciso nei confronti del PD per spingere questi ad allearsi con Berlusconi. In questo modo, il Movimento (ancora in crescita nei sondaggi, nonostante non stia facendo nulla) sarà in grado di aumentare il proprio bacino elettorale.

Il PdL, invece, potendo contare sull’appoggio insperato di Napolitano rientra prepotentemente in gioco. L’unico modo per far contare la propria posizione è, infatti, quello di sostenere un governo di Centro-Sinistra con un programma concordato anticipatamente. In questo modo potrebbe anche cercare di far valere il volere di Berlusconi per un Presidente della Repubblica a lui gradito. Sia il Cavaliere, sia i suoi fedelissimi si rendono conto, infatti, di essere in una delicata situazione ma l’insistenza di Bersani per guidare un Esecutivo e la volontà del Presidente della Repubblica di dar vita ad un governo di larghe intese sono un ottimo modo per uscire dall’angolo, facendo pesare i propri senatori. Al momento, come detto sopra, gli spiragli per un’intesa col principale competitor degli ultimi anni sono davvero minime ma, qualora Bersani dovesse fallire, tutte le carte verrebbero sparigliate. Nonostante il PdL abbia abbassato i toni negli ultimi tempi, la loro macchina elettorale lavora sotto traccia cercando di capire quanto converrebbe tornare a votare il prima possibile.

Napolitano si trova quindi a gestire una situazione non facile con l’impossibilità di sciogliere le Camere. Sia da diversi politici, sia d diversi giornali è arrivata l’idea di un secondo settennato dell’attuale Presidente della Repubblica o una deroga al suo mandato per garantire che un “Governo del Presidente” si occupasse della legge elettorale e di rassicurare l’Europa sulla situazione italiana. Più volte, però, l’interessato a negato questa possibilità. Ciò non toglie che fino a quando sarà in carica, farà di tutto per dare vita ad un esecutivo. Nei colloqui avuti con i capi partito, ha avuto modo di tastare il polso della situazione e ha richiamato più volte tutti gli attori al buon senso e alla necessità di un Governo in grado di affrontare un momento turbolento come questo. Napolitano è ben conscio che se anche avesse potuto sciogliere le Camere, con l’attuale legge elettorale la situazione non cambierebbe nemmeno se si andasse a nuove elezioni.

Questi sono i fatti. Ora, brevemente, esporrò la mia opinione e i miei dubbi su alcuni elementi che, a mio modestissimo parere, non sono di poco conto.

La prima cosa su cui vorrei soffermarmi è l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Introno a questo evento il PdL si gioca tutto: un Presidente ostile, infatti, potrebbe segnare la fine della carriera politica di Berlusconi che, come tutti sappiamo, è sotto processo per svariati reati attribuitigli. La cosa che mi stupisce/perplime è che nonostante i tanti proclami fatti da M5S, l’unica occasione effettiva (e assolutamente politica) per mettere fuori gioco Berlusconi non voglia essere sfruttata perché si parla di candidati non indicati da loro.

La seconda cosa che mi ha fatto storcere il naso e non poco è stato il teatrino volgare e mortificante dei Deputati del PdL sulle scale del tribunale di Milano. Credo che in nessuna democrazia occidentale si sia mai visto uno spettacolo tanto triste quanto avvilente e fuori luogo. È evidente che i problemi degli italiani che li hanno eletti non siano quelli che affliggono il loro Leader, ma quelli creati da governi scellerati che hanno gestito male la Cosa Pubblica.

La terza, e ultima cosa, è il fatto che, a parte gli otto punti del programma che Bersani vorrebbe portare avanti, non si stia più sentendo parlare nessuno dei problemi che affliggono il Bel Paese. Berlusconi e i suoi parlano di riforme istituzionali e riforme per rilanciare l’economia, scordandosi però che nella precedente legislatura avrebbe potuto dar vita a questo programma di rinnovamento, dato che i numeri li avevano. M5S pretende questa o quella carica, chiede di formare un Governo (senza nemmeno sapere chi lo guiderà), dice che ribalterà il parlamento eppure non avanza proposte se non una commissione di inchiesta sulle grandi opere. Nel frattempo mandano alle consultazioni una persona non candidatasi e non eletta per incontrare il Presidente della Repubblica. Si vantano della tanto decantata trasparenza e poi gran parte delle sedute più importanti vengono fatte a porte chiuse. In tutto questo tram-tram, però, non è stata avanzata una proposta concreta.

I temi davvero importanti che riguardano il rilancio dell’economia interna, una nuova regolamentazione del mercato del lavoro, una legge anti-corruzione decente, una nuova legge elettorale e una riforma istituzionale per il momento sono state messe da parte, non si sa per quanto tempo ancora.

Questo è quanto.

Cya.

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L’ennesimo fallimento

Nota Bene: il titolo avrebbe potuto anche benissimo essere “Sulle elezioni 2013” “I Risultati delle elezioni 2013” o “La fine della Seconda Repubblica?”. Ho scelto invece di intitolarlo così perché, per lo meno parzialmente, svestirò i panni di “Coso Politologo” per lasciar spazio al “Coso attivista politico”.

Vorrei evitare, in questo post, una misera e arida cronaca dei fatti che sono noti a tutti per concentrarmi sull’ennesimo fallimento del Centro-Sinistra. Fallimento che non è ascrivibile solo alla reiterata stupidità degli elettori italiani, ma è legata anche ad una serie di errori che sono stati fatti durante la campagna elettorale e che hanno radici ben più profonde.

Il primo errore è come stato sottovalutare Movimento 5 Stelle e la sua esplosione. Una sottovalutazione che ha origine tanto nel direttivo del partito, quanto nella base. Più volte, durante questa campagna elettorale, ho espresso ai miei compagni le preoccupazioni riguardanti la possibilità di avere M5S tra il 20 e il 25%. Mi è sempre stato detto che ero troppo pessimista e che la gente, arrivata in cabina elettorale, non li avrebbe votati. Questa visione delle cose, fin troppo semplicistica, porta inevitabilmente alla luce un altro errore.

L’errore in questione è stata la mancata percezione dello spostamento di voti (il 6%)  avvenuto negli ultimi giorni della campagna elettorale. Il PD, infatti, pur avendo un’organizzazione capillare sul territorio e pur avendo contatti continui dei Comuni con il partito delle Provincie, non ha avuto il minimo sentore di un così forte calo dei consensi. Probabilmente ad alterare la percezione c’erano sia i sondaggi, sia la quasi matematica certezza di aver già vinto.

Un altro elemento da rivedere è, indubbiamente, la gestione di Renzi. Renzi, per quanto non sia il mio politico ideale, è in grado di raccogliere i favori delle persone indipendentemente dal loro schieramento. È un gran comunicatore che può fare la differenza ed è stato sfruttato poco e male. La sua entrata in gioco è avvenuta con un colpevole e inspiegabile ritardo e, questo, indubbiamente ha molto influito sui favori di cui avrebbe potuto godere il Centro-Sinistra.

E questo conduce immediatamente ad un altro grosso problema: la campagna elettorale. Sia chiaro: sono convinto che in qualsiasi altro paese, una campagna elettorale come quella del PD sarebbe stata molto meglio accolta. In Italia, però, mantenere toni bassi e concentrarsi poco sulla bagarre televisiva non paga e se n’è avuta ripetutamente la dimostrazione in questi anni. Il primo errore è stato quello di non giocare mai d’attacco, di non aggredire eccessivamente gli avversari. Il secondo errore fatto in campagna elettorale è stata la poca copertura nei mass-media delle pubblicità elettorali che ho visto per caso (e raramente) solo su alcune televisioni locali. È mancata una fase di promozione immediatamente prima del voto, insomma. Il terzo errore è stato fare poco affidamento sul duo Bersani/Renzi. Nell’appuntamento più importante della campagna, quello di Milano, sarebbe stato molto meglio avere Pisapia, Tabacci, Renzi, Ambrosoli e Bersani piuttosto che Prodi, capace di scaldare il cuore dei vecchi affezionati, ma non delle nuove leve.

Parlando di nuove leve, non si può non sottolineare come un processo parzialmente riuscito, con le “parlamentarie,” di rinnovamento del partito debba giungere a naturale conclusione. Non si riuscirà mai ad aver presa sui giovani con gente come Letta, la Bindi o D’Alema candidati in Parlamento o come papabili ministri.

Altra nota dolente è stata la presentazione del programma. Per quanto, obiettivamente, il Centro-Sinistra avesse il programma più valido, ai cittadini non è arrivato quasi nulla. Questo è ascrivibile sia ad una strategia comunicativa sbagliata, sia al fatto che gli incontri sul territorio siano stati pubblicizzati poco e male. Più di una persona mi ha detto che, da quanto sentito in televisione, i punti del programma parevano poco chiari e poco approfonditi. Una cosa del genere, purtroppo, affosserebbe chiunque e i risultati sono stati quelli che abbiamo visto tutti.

È, però, innegabile che oltre ad un fallimento (netto, evidente e fuori discussione) del Centro-Sinistra, ci sia stato un fallimento degli italiani. Mi rendo conto che l’Italia sia il tipico paese conservatore tendenzialmente di Centro-Destra in cui i partiti di Sinistra hanno sempre stentato ad imporsi per svariati motivi, eppure…

Eppure si è persa l’occasione di chiudere una parentesi squallida della vita della Repubblica Italiana che prende il nome di “Seconda Repubblica”. Si è persa l’occasione di voltare le sozze pagine del berlusconismo demagogico e populista che ci ha portato in questa situazione. Si è persa l’occasione di dimostrare la maturità degli elettori italiani. Si è persa l’occasione di dimostrare che le promesse ridicole (la restituzione dell’IMU e la sua abolizione) non fanno più presa su un popolo stanco, tartassato dalla crisi, da un sistema tributario nebuloso e poco efficiente, sempre più senza lavoro. Si è, insomma, persa l’occasione di emanciparci e di rendere l’Italia un posto migliore. E questo, signori miei, è stato un grossissimo fallimento per ogni singolo cittadino italiano, indipendentemente dal colore politico.

È evidente, insomma, che chi esca veramente sconfitto dalle urne è il popolo italiano. E lo dico senza alcun tipo di retorica o falso moralismo, data la situazione creatasi nel Paese.

E, per concludere, non posso far altro che parlare della mia regione: la Lombardia.

Partiamo dai dati: quasi cinque punti di distacco tra Maroni e Ambrosoli. Il dato, però, è secondo me inficiato dalla presenza di Albertini candidato della coalizione di Centro che ha portato via quattro punti al Centro-Sinistra. La sconfitta ci sarebbe stata ma sarebbe stata assai diversa da quella patita in questo modo.

La Lombardia proposta da Ambrosoli sarebbe stata una Lombardia diversa, probabilmente migliore. Sarebbe stato un segno di discontinuità rispetto ai vent’anni di governo del Celeste, travolto dagli scandali così come tutta la giunta del Pirellone. Sarebbe stata un tipo di politica diversa da quella a cui eravamo abituati.

Eppure, nonostante questo, alla fine ha prevalso la Lega. La stessa Lega che in Lombardia ha negato l’esistenza delle mafie, salvo poi ritrovarsi comuni commissariati con indagini per infiltrazione mafiosa. La stessa Lega che si è trovata ad essere coinvolta negli scandali per i rimborsi e per contatti con il crimine organizzato. La stessa Lega che sogna una Macroregione del Nord mentre moltissimi abitanti del Nord Italia sognano di essere cittadini europei.

Ed è demotivante vedere che i primi che si riempiono la bocca con le parole “Nuova politica” e continuino a lamentarsi della mancanza del “buon governo” siano stati proprio quelli che poi hanno votato Maroni.

Prendo spunto da questo articolo per poter aggiungere una serie di riflessioni di carattere generale.

Il PD, nonostante la sconfitta sia stata un duro colpo e nonostante sia necessario un riassestamento interno, sono certo che non scomparirà. I motivi sono vari e facili da cogliere: è il partito maggiormente radicato sul territorio ed è relativamente giovane. Inoltre, il processo di rinnovamento e ringiovanimento era già iniziato con le primarie per il Parlamento e con la discesa in campo di Renzi. Ora, i così detti “rottamatori”, avranno anche un argomento forte che è il fallimentare risultato di queste elezioni.

Come giustamente fatto notare nell’articolo linkato sopra, tra l’altro, si può sottolineare come candidato allo Segreteria del Partito ci sia un giovane. Il giovane in questione è Pippo Civati che ha, tra i tanti meriti, quello di essersi sempre speso in prima persona su tutto il territorio di origine (Monza e Brianza). Avendo avuto modo di conoscerlo e di parlarci più volte, personalmente sono convinto che puntando su di lui, il Partito Democratico non potrà che fare bene.

M5S, invece, ha iniziato ad avere i primi problemi. Inevitabilmente, l’apertura di Bersani, ha dato vita ad una serie di reazioni che si sono ripercosse su tutto il web. Nonostante molti siano favorevoli a questa apertura (anche se solo a breve termine), molti altri invece sono perplessi al riguardo.

Indubbiamente, M5S, è quello che rischia di perdere di più. Dopo l’exploit di queste elezioni, infatti, accettare un’alleanza formale potrebbe costargli una parte dei consensi provenienti dal bacino di voti del Centro-Destra.

D’altro canto, indipendentemente dalla voglia di potere di Grillo, la strategia più intelligente per il Movimento sarebbe quella di spingere Bersani tra le braccia di Berlusconi per far sì che lo scontento aumenti nell’elettorato di entrambi i partiti e guadagnare così altri voti.

Personalmente, però, ritengo che un punto di incontro tra PD e M5S sia trovabile. La maggioranza in parlamento, ovviamente, sarà a breve termine e dovrà fare in modo di cambiare la legge elettorale e dare il via ad un primo taglio dei costi della politica, per poi tornare ad elezioni il più presto possibile.

Un punto su cui dissento nell’analisi del mio amico è il fatto che ci sia qualcuno che abbia votato il Movimento “tappandosi il naso”. Il voto di protesta non è un voto fatto tappandosi il naso, ma un voto che segnala un disagio e la necessità di una nuova politica (potremmo discutere per ore e ore sul fatto che la nuova politica di M5S si basi su buoni propositi, alcune buone idee e altre completamente campate per aria).

Per quanto riguarda la Nuova Democrazia Cristiana non si può non parlare di flop clamoroso. I risultati sia alla Camera, sia al Senato sono stati a dir poco deludenti. La campagna elettorale casiniana ha avuto i suoi effetti negativi e ha portato all’esclusione eccellente di Fini che, con FLI, ha sorpassato di poco l’1%.

Lo stesso Monti è andato perdendo credibilità di settimana in settimana dopo la sua “salita” in politica e si è rivelata davvero la forza modesta che aveva previsto Berlusconi. L’ininfluenza al Senato ha, tra l’altro, stravolto i piani del PD che ora si ritrova a non avere alcun alleato.

Del PdL e di Berlusconi vorrei non parlare, ma è inevitabile farlo.

Berlusconi, ad oggi, è a capo della seconda coalizione nel paese. Grazie alle roboanti promesse è riuscito in un’impresa quasi impossibile (la rimonta) e ora mentre lui usa i guanti per invogliare il PD ad intavolare una trattativa per un “governissimo”, manda avanti Alfano a fare il lavoro sporco.

Spero vivamente (e sono abbastanza convinto) che alla fine questo matrimonio non s’abbia da fa. Una cosa del genere sarebbe controproducente sia per il PDL, sia per il PD e finirebbe con l’avvantaggiare solo ed esclusivamente Grillo che, in un caso limite del genere, prenderebbe anche il mio voto.

Per concludere, personalmente, sono uno di quelli che spera si torni a votare a breve con una legge elettorale diversa. È vero, c’è bisogno di un Governo stabile, ma ad oggi le condizioni non ci sono e difficilmente si avranno per un lungo periodo.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: Alfano chiede che i voti siano ricontati. Manco lui riesce a credere che gli italiani siano così stupidi. #Elezioni2013 (l’unica battuta che mi è venuta bene)

Bonus:

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Partiti e Crisi di Governo

Anche se avessi voluto, non avrei potuto esimermi dallo scrivere un post sull’attuale situazione della politica italiana. Tutti i telegiornali, negli ultimi giorni, si sono concentrati su due principali avvenimenti: la ricandidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio dei Ministri e il venturo abbandono di Mario Monti della medesima carica. I due fatti sono strettamente collegati ed è già stato detto molto, quindi tentare di non essere ripetitivo non sarà facile, ma ci proverò.

E partiamo subito dalla crisi di Governo innescata dalle dichiarazioni di Angelino Alfano, Segretario del PdL, fatte il venerdì appena trascorso. In soldoni, il buon Angelino, ha dato la colpa dell’attuale situazione italiana al Governo tecnico e a Mario Monti, troppo legato al rigore richiesto dall’Europa. Monti, dopo questo attacco, essendosi reso conto che la maggioranza di governo si era dissolta, è salito immediatamente al Quirinale per un colloquio col Capo dello Stato. L’incontro ha avuto come risultato quello di rendere noto il periodo in cui questo Governo rassegnerà le dimissioni. Con molta probabilità, settimana prossima, dopo aver approvato la legge di stabilità si chiuderà la parentesi legislativa e, dopo i tempi tecnici necessari, si andrà al voto.

Le date più papabili per il voto sono due: la prima il 17 febbraio; la seconda il 24 dello stesso mese.

Prima di analizzare gli scenari legati ai diversi partiti (e movimenti), vorrei spendere due parole sul Governo Monti (cosa che, fino ad ora, mi ero ben guardato dal fare). Contrariamente a molti, sono convinto che l’esecutivo abbia fatto un lavoro discreto. Ha ridato smalto all’immagine italiana all’estero, offuscata dopo gli ultimi mesi del Governo Berlusconi, ed ha rivestito un ruolo centrale in una delle fasi più concitate della storia dell’UE. A livello nazionale, invece, ha preso delle decisioni impopolari ma, purtroppo, inevitabili. Sicuramente avrebbe potuto fare qualcosa di maggiormente equilibrato e che non martoriasse il ceto medio, sempre più indebolito (leggasi patrimoniale). Sicuramente, con una congiuntura del genere, avrebbe potuto ottenere molto di più sia dalle parti sociali, sia dai partiti. Sicuramente avrebbe potuto mettere mano in modo deciso ai costi della politica, eppure, nel medio-lungo periodo ci accorgeremo di come le riforme varate, abbiano avuto un effetto benefico sui conti del paese. Insomma, secondo me, il Governo Monti ha fatto quanto ha potuto senza portare ad una rottura della “strana maggioranza”, nonostante qualcuno (che gli ha lasciato in eredità questa situazione) abbia da dire il contrario.

Data per certa la fine di questo incarico, tutti gli attori politici non possono fare a meno di porsi questa domanda: cosa farà Mario Monti? Probabilmente, non uscirà dalla politica. La sua candidatura sarebbe ben vista sia dai mercati, sia a livello internazionale e, sostanzialmente, si andrebbe avanti seguendo la linea dell’attuale Governo. Un’altra ipotesi, vederebbe Monti al Quirinale al posto di Giorgio Napolitano. Secondo le indiscrezioni trapelate a mezzo stampa, però, la candidatura di Monti è sempre più probabile. Alle sue spalle avrebbe i moderati che vedono questa opzione come manna dal cielo. Sia Casini, sia Montezemolo, infatti, hanno sempre messo a disposizioni i loro partiti/movimenti per l’attuale premier (per quanto utilizzare il termine premier, sia sbagliato). Questo porterebbe ad avere un Centro piuttosto forte e compatto, intorno ad un leader che ha saputo guidare la “barca Italia” in un mare tempestoso. Potremmo assistere, dopo un ventennio circa, al ritorno di un Centro forte che catalizza la vita politica e ricopre un ruolo centrale al Governo, dopo i fasti della DC e lo scandalo di “Mani Pulite”.

Mentre si aspetta di vedere quali saranno le prossime mosse del Professore, passiamo ad occuparci del Popolo della Libertà. PdL che, negli ultimi tempi, è stato tormentato da svariate vicissitudini. Il primo spunto di riflessione riguarda le primarie cancellate. Queste primarie sono state fortemente volute dal Segretario di partito, Angelino Alfano. E, il fallimento di questo progetto, è innanzitutto una bocciatura di Alfano in quanto leader del PdL e, in secondo luogo, una grandissima perdita di credibilità dell’uomo politico. Eppure, il progetto alfaniano, non era per nulla sbagliato. L’idea delle primarie era supportata dai risultati ottenuti dal Centro-Sinistra ed era segno di una maggiore democratizzazione all’interno di un movimento che risentiva fin troppo del peso del suo fondatore, che ha spesso ricoperto anche il ruolo di padre-padrone, Silvio Berlusconi. Eppure, tutto è stato cancellato con un colpo di spugna. Il colpo di spugna in questione è la ricandidatura di Silvio Berlusconi. La motivazione ufficiale del suo ritorno sulla scena politica è da ritrovarsi nella situazione in cui versa l’Italia. I maliziosi, però, non possono fare a meno di notare come questa decisione si arrivata dopo la condanna in primo grado a quattro anni, per il reato di frode fiscale. La ricandidatura, stando alle parole dello stesso ex Presidente del Consiglio, è dovuta al fatto che non sia stata trovata nessuna altra personalità come il “Berlusconi del ’94”. Le prime uscite fatte dal suo passo avanti, ruotano soprattutto intorno alla pressoché nulla valenza dello Spread, una politica europea ed interna troppo condizionata dalla Germania e all’idea di cancellare l’IMU, appena riottenuta la presidenza del consiglio. Tutto ciò, all’interno del Partito, è stato accolto in modo differente. I fedelissimi hanno gioito ed esultato per questa scelta del Cavaliere, mentre i moderati, sono rimasti contrariati soprattutto a causa della mozione di sfiducia ufficiosa. Persino il capo gruppo al senato europeo Mauro, ha preso le distanze da questa mossa. E, a proposito di Europa, sulla scena internazionale la ricandidatura di B. è stata accolta relativamente male. Tutti i giornali stranieri hanno evidenziato come un suo ritorno in campo sia un pericolo sia per l’Italia, sia per l’Europa. Il PPE (Partito Popolare Europeo) ha duramente condannato il gesto di togliere la Fiducia al Governo, il presidente del Parlamento europeo (che già in passato aveva avuto un alterco con Berlusconi), ammette che lo scenario di un altro Governo Berlusconi sia preoccupante. Angela Merkel, invece, ha invitato il Cavaliere, seppur in modo indiretto, a non improntare la propria campagna elettorale sul politiche “anti-Germania”. Per quanto riguarda il partito, invece, pare che ci sia l’intenzione di tornare al vecchio nome “Forza Italia”. Questo comporterebbe la scissione degli ex di FI e gli ex AN, che confluirebbero in un nuovo movimento. L’alleanza più probabile è quella con la Lega Nord. Il prezzo per questa riunione, però, sarebbe la presidenza della Lombardia. La situazione, per il momento, si conferma molto caotica e non destinata a chiarirsi entro breve.

Dopo aver riportato i fatti nudi e crudi, però, non posso esimermi dal commentare quanto sta accadendo. Sia Berlusconi, sia Alfano ignorano volutamente il fatto che la situazione italiana attuale, sia figlia di un’irresponsabilità che si è protratta a lungo quando la crisi poteva essere per lo meno arginata. Penso che chiunque si ricordi le deliranti affermazioni fatte in quei giorni dagli esponenti della maggioranza (“I ristoranti sono pieni” – “sugli aerei non si trova un posto” – “La crisi in Italia non esiste”) e l’incapacità più assoluta di far fronte ad una situazione che peggiorava di giorno in giorno da parte del PdL. A portare alla “caduta” di Berlusconi, fu proprio lo spread che raggiunse quota 580 punti. Il fatto che il Cavaliere abbia detto che conti poco, non solo dimostra l’irresponsabilità dell’uomo politico, ma anche la pessima memoria, dato che fu proprio per lo spread che si dimise. Il malumore dei mercati e dei governi degli altri paesi europei (e non solo) è ben comprensibile, dato che come fatto nei passati diciotto anni di governo, appare evidente che l’unico motivo che abbia spinto Berlusconi a ricandidarsi sia non il senso di responsabilità (che non ha mostrato nemmeno quando fu obbligato a dimettersi da Napolitano) ma bensì la necessità di salvaguardare la sua persona dai procedimenti giudiziari a suo carico. La cosa davvero preoccupante è, però, il fatto che alla fine, nonostante non abbia i numeri per vincere, farà in modo che nessuno riesca ad ottenere una maggioranza in grado di governare, paralizzando un paese che non può permettersi questo lusso. Spero, almeno, che gli italiani siano davvero maturi come sento ripetere a più riprese da molti esperti e politici, nonostante ne dubiti fortemente.

Restiamo sempre a Destra per occuparci della Lega. Lega che ha visto i suoi consensi calare drasticamente nel corso del tempo e che dopo la “pulizia” interna, è sparita dai radar. In realtà, il principale obiettivo del Carroccio, è la Lombardia. Lombardia che potrebbe ottenere, come dicevo sopra, in cambio di un’alleanza a livello nazionale con la rinascente Forza Italia. Maroni e i suoi, infatti, non hanno abbandonato l’idea di una secessione del Nord o comunque di un aumento dei poteri in mano ai governatori. A conti fatti, però, è difficile capire quanto possa giovare tutto ciò al partito, dato che anche il PdL attualmente non sembrerebbe passarsela troppo bene.

Dopo aver analizzato i principali attori presenti a Destra, non ci restano che i due attori a Sinistra. Il PD e il MoVimento 5 Stelle.

E, per quanto riguarda il Partito Democratico, c’è relativamente poco da dire. Le Primarie sono state vinte largamente da Bersani che, ora, si trova a dover fare i conti con Berlusconi. Il vero avversario per il leader del PD, però, potrebbe rivelarsi proprio Mario Monti, nel caso decidesse di ricandidarsi. Lo scenario ideale, per il Centro-Sinistra, sarebbe Monti al Quirinale e Bersani a capo del governo. Il condizionale è però d’obbligo. È d’obbligo soprattutto a causa dei mal di pancia che Vendola ha quando si parla di Agenda Monti. Al leader di SEL, infatti, l’idea di proseguire su una strada di rigore come auspicabile, sembra proprio non andare giù, coerentemente con la linea politica perseguita fino ad ora. Bersani, tra le altre cose, è sempre stato attratto dall’idea di allearsi con i moderati del Centro, ma per far sì che ciò avvenga, Monti non dovrebbe candidarsi alla Presidenza del Consiglio. Altro grosso problema è quello riguardante i voti di Renzi che il Segretario, probabilmente, non è in grado di incanalare completamente da solo. Per rimediare a questo problema, più volte, si è sentito parlare di un ticket elettorale che però, per il momento, sembra non interessare il sindaco di Firenze. Oltre a questo, c’è da tenere conto che il programma del PD sembra essere mirato ad un alleggerimento delle pressioni sulle classi più colpite dalla crisi, attraverso manovre che colpiscano i redditi più elevati. In campo europeo, un governo di Centro-Sinistra sarebbe maggiormente accettato, per quanto il compito da svolgere non sarebbe affatto dei più semplici.

Per quanto riguarda il mio commento personale, vorrei soffermarmi rapidamente su alcuni punti: il 15% di vantaggio è un capitale che non si può e non si deve buttare via. Questa è un’occasione d’oro per il Centro-Sinistra e non può essere sprecata come accadde nel 2006. Un elemento di continuità rispetto al passato è il continuo ammiccare a forze di Centro che, tutto sommato, potrebbero portare relativamente pochi voti e si è rivelato deleterio nelle precedenti elezioni. Forze di Centro che, tra le altre cose, sperano nella discesa in campo del “Messia” Monti che sarebbe davvero il primo contendente alla presidenza del Consiglio per Bersani. Eviterei, per quanto possibile, di cedere troppo ai “capricci” di Vendola che è uscito molto ridimensionato dalle primarie ma sfrutterei le proposte che sono diventate i suoi punti di forza sul ceto medio e la classe operaia. Le buone intenzioni non bastano per salire al Governo. È ora che ci si applichi sul serio e si presenti agli elettori un programma chiaro e convincente. Bisogna offrire una valida alternativa al populismo sbandierato sia a Destra, sia a Sinistra ed è necessario anche mantenere inalterata la fiducia che l’UE e i mercati avevano nel nostro Stato, sotto la guida di Mario Monti. Le lancette dell’orologio si avvicinano sempre di più all’ora delle elezioni. Sta al PD farsi trovare pronto. Le basi da sole, non basteranno. Si spera che abbiano imparato dagli errori del passato e ne abbiano fatto tesoro, altrimenti, ancora una volta si troveranno impantanati in un mare di buone intenzioni e di proposte fini a sé stesse.

E, alla fine, non resta che il M5S. M5S che ha organizzato delle primarie sui generis, per poter eleggere chi si vorrebbe in Parlamento. I numeri sono stati modesti: 32.000 elettori che potevano esprimere tre preferenze. I voti totali sono stati 95.000 per 1.400 candidati. I voti per candidato sono stati circa una trentina e hanno suscitato perplessità sia all’interno del MoVimento, sia all’esterno (per quanto Bersani, sembra abbia intenzione di copiare la formula per decidere chi andrà in Parlamento). L’esperimento, a detta di molti, più che un esempio di democrazia diretta, è stato un modello di democrazia “chiusa”. Per riscattarsi da questo risultato, però, M5S ha dato modo a tutti gli attivisti di partecipare alla stesura del programma che porteranno in Parlamento. Un aspetto positivo è pero da riscontrarsi nel fatto che queste parlamentarie abbiano avuto una spesa pari a zero. Proprio oggi, però, Grillo si è scagliato contro i dissidenti e gli attivisti che non credono nella democraticità del M5S. Il video in questione ha scatenato una serie di polemiche sia all’interno del Movimento (se la gran parte dei “grillini” ha dato ragione al leader, sempre più persone gli hanno dato del fascista) sia all’esterno. Questo sfogo è prova del nervosismo che sempre più sta pervadendo l’intero gruppo ed è l’ennesimo episodio dopo le diverse “scomuniche” comminate da Grillo ad alcuni dei suoi, le dichiarazioni di Favia a LA7 in un fuori onda e la partecipazione della Salsi a Ballarò. Nonostante tutti questi problemi, però, il MoVimento si rivela essere la seconda forza politica nazionale e nei sondaggi di questa settimana, riguardanti la scorsa, era in crescita.

Occhei, anche di M5S non ho mai parlato apertamente qui (o non ricordo di averlo fatto). In generale, sul MoVimento sono sempre stato scettico, un po’ perché credo irrealizzabili le idee di democrazia diretta che propongono, un po’ perché gira che ti rigira, a me pare un movimento fascistoide. E a dare la conferma del fatto che ci sia tutto, fuorché democrazia, nel M5S lo dimostra proprio l’ultimo video di Grillo in cui, in soldoni, dice “Le cose stanno così, nel caso non siate d’accordo, levatevi dalle palle”. Altra cosa che mi lascia molto perplesso è il fatto che, a due mesi dalle elezioni, non si abbia in mano nulla di concreto a livello programmatico (per quanto Grillo sia un estremo sostenitore di o un euro debole o dell’uscita dell’Italia dalla Zona Euro, per seguire l’esempio islandese) e, soprattutto, non si abbia un candidato alla presidenza del consiglio. Tra le altre cose, la prorompente personalità di Grillo, rischierebbe di entrare in contrasto con un eventuale candidato a guidare il paese dato che il suo è, proprio come quello di B., un atteggiamento da padre/padrone. E se ci dovesse essere un contrasto tra il candidato premier e Grillo, cosa succederebbe? Se venisse scomunicato, si troverebbero in una pessima situazione. Vorrei spendere due parole sulle parlamentarie: sono state una trovata ridicola, messa su in fretta e furia ed hanno ottenuto dei risultati pessimi. Il fatto che quella, per loro, sia campagna elettorale mi lascia assai perplesso. La campagna elettorale non può essere ridotta a “curriculum – Clip di due minuti”. I Candidati avrebbero dovuto spendersi sul territorio, avrebbero dovuto avere un contatto con le persone che avrebbero potuto eleggerli e conoscere i problemi che affliggono, prima di tutto, i cittadini intorno a loro. Invece cosa hanno fatto? Video densi di banalità, generalisti e privi di proposte concrete. Altra perplessità riguarda la stesura del programma. A livello di tempistica, mi piacerebbe capire come pensano di elaborare un programma attuabile in due mesi. Per creare un programma che possa funzionare è necessario moltissimo tempo ed è un’altissima competenza tecnica sia per l’ammissibilità delle proposte, sia per la stesura dello stesso. E questo porta ad un altro elemento che non mi convince per nulla: il fatto che chiunque sia libero di fare proposte. Un po’ per il fatto che io sia sfiduciato nei confronti degli italiani, un po’ perché per fare un programma ci vogliono competenze che un cittadino medio non ha, siamo davvero sicuri di voler affidare un programma di governo a persone che non hanno nemmeno la più pallida idea che per fare una legge qualsiasi ci voglia copertura finanziaria? Siamo sicuri di voler far fare un programma a gente che propone Referendum sulla moneta unica quando la Costituzione vieta espressamente? Siamo sicuri di voler far stendere un programma a chi, di fronte all’obiezione di cui sopra, afferma che modificheranno la Costituzione senza sapere nemmeno tutto l’iter che ci sta dietro? Beh, io così tanto sicuro non lo sono.

Comunque, può ancora accadere di tutto. Indubbiamente, però, le prossime elezioni saranno fondamentali per il futuro di questo paese.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Discussioni

Tra ieri e oggi ho avuto modo di affrontare tre interessantissime discussioni che mi hanno permesso di sviluppare degli spunti di riflessione.

Discussioni che sono avvenute nell’arco temporale di quarantotto ore circa. La prima, riguardante le possibilità di una rivoluzione popolare, è avvenuta su un forum che frequento. Da questa è poi derivata la discussione fatta con la Fatina dei Boschi riguardo gli assolutismi (partendo inizialmente dalla figura centrale di Gandhi). La terza, invece, ha visto impegnati me e il Cacciatore di Tonni a discutere sull’attribuzione del Nobel per la Pace all’UE, il modo in cui è stato approvato il Trattato di Lisbona e le tendenze filo-occidentali/filo-orientali (oltre che filo-europeiste o avverse all’Unione). Le ultime due discussioni sono avvenute su G+.

Ma, andiamo al sodo, e occupiamoci della prima discussione: La rivoluzione popolare. E subito, devo fare una premessa doverosa: mentre il punto di vista del mio interlocutore era maggiormente “idealista”, il mio si è soffermato maggiormente sull’evidenza storica.

La tesi era la seguente: prima o poi si arriverà ad un punto di rottura (in Italia) che porterà il popolo a dare il via ad una rivolta per cambiare le cose. La mia antitesi è stata semplice e coincisa: come tutti (spero) saprete, ogni rivoluzione (non scientifico/tecnologica),  ha avuto inizio col desiderio di maggior potere da parte di una élite.

– Nella Rivoluzione Francese, per esempio, furono i Borghesi (l’Alta Borghesia) a guidare il popolo nella sovversione della monarchia. – In Cina, durante la Rivoluzione Culturale, furono Mao e i suoi fidatissimi seguaci a dare il via a tutto.
– In Russia, Lenin e i Bolscevichi fecero crollare l’impero dello Zar

Il popolo, insomma, senza una guida forte (Weber la definirebbe una guida carismatica) non sarebbe insorto in nessuno di quei casi. Per questo motivo, l’insurrezione popolare è difficilmente auspicabile in quanto, fino a quando una “classe” non avrà comodità gli interessi a farlo, lo status quo rimarrà inalterato. Insomma, l’evidenza storica dimostra come una rivoluzione popolare (in senso stretto) non sia ancora accaduta.

A questo punto, la risposta è stata la seguente:

Ottima osservazione quella di Coso e quindi ora mi domando:

il popolo o terzo stato non può creare una propria “classe” per insorgere? non abbiamo potere, soldi o militari ma siamo in gran numero…credo che non c’è stata mai una rivoluzione popolare perché il popolo non è stato mai unito e per un governo che adotta la politica “divide et impera” non è stato difficile tenere il terzo stato sotto controllo, cosa molto difficile da fare con le piccole ma potenti élite che Coso ha appena elencato.

Credo che il baluardo da passare per creare una rivoluzione popolare è la divisione, se si è uniti e si combatte per il buon senso comune c’è la possiamo fare, ma è anche vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

Ed il discorso, per quanto interessante possa sembrare, ha un’enorme falla logica. Qualora il “terzo stato” riuscisse a raggiungere anche una coesione stabile (cosa assai difficile data l’esistenza di interessi particolaristici sia dei singoli, sia dei piccoli gruppi), si troverebbe comunque a fronteggiare una mancanza di mezzi particolarmente importante.

È vero, il popolo può contare sul numero… Ma se anche duemila persone mal organizzate e mal armate si trovassero a dover affrontare cento persone ben armate e ben organizzate, il risultato sarebbe (molto probabilmente) favorevole ai secondi.

Tutti questi elementi, hanno riportato all’impossibilità effettiva di una rivoluzione popolare in mancanza di élite e i motivi di questa non fattibilità che ho trovato sono, principalmente questi:

– Mancanza di organizzazione
– Mancanza di mezzi
– Mancanza di una guida forte.

L’interlocutore, ha però detto che lui avrebbe voluto una rivoluzione pacifica come quella di Gandhi e questo è stato il preambolo della discussione con la Fatina dei Boschi. Per essere breve e coinciso, mi sono limitato a far notare quanto l’assolutismo della Non Violenza avesse provocato comunque un gran numero di vittime in India e di quanto, di per sé un ideale assoluto è una cosa assai pericolosa.

La discussione con lFdB verteva sul fatto che l’ideale di Gandhi, per quanto assoluto fosse, non avrebbe causato di per sé vittime. E la cosa, ad un primo acchito, può sembrare anche vera. D’altro canto, come giustamente mi ha fatto notare, l’ideale della non violenza non ha avuto, oltre Gandhi, nessun altro grande rappresentante e, gli unici casi assolutistici che ci vengono in mente sono quelli legati alle grandi dittature di inizio novecento.

Eppure, analizzando più attentamente il pensiero gandhiano, si potrà notare come lui, alla fin fine, non faceva altro che istigare le folle al suicidio. Questa affermazione potrebbe destare contestazioni, per questo mi ci soffermo per un secondo: quando Gandhi diede il via alla protesta non violenta disse ai suoi seguaci di non reagire in alcun caso. Il governo, ovviamente, per riportare l’ordine avrebbe fatto ricorso alle forze armate. I suoi “fedeli”, assecondando i suoi precetti, si sarebbero fatti colpire dalla polizia senza reagire. Ovviamente, questo atteggiamento passivo, questa non fuga causò molte vittime. Oltre a questo va aggiunto l’invito del Mahatma a digiunare e non bere fino anche alla morte pur di ottenere i propri obiettivi.

A questo, lFdB, ha ribattuto ponendo l’accento su una questione piuttosto interessante. E, per questo motivo, riporto le sue esatte parole:

Potrei argomentarti che erano tutte situazioni in cui un tot numero di vittime era necessario e altri (quasi tutti quelli citati) erano ideali i quali presupponevano loro stessi delle vittime.
Il problema potrebbe essere l’Ideale assolutista è sempre causa di vittime o solo un determinato tipo di “assolutismo” causa vittime?
Non è mi pare un problema banale, anzi.

E ha ragione. L’argomento tirato in ballo è molto interessante e ci si potrebbero passare giorni interi a discuterne, ma per me la risposta è stata pressoché immediata e semplice. Il mio prof di Filosofia Politica, infatti, soleva ripetere che qualsivoglia assolutismo sia una cosa negativa. Anche l’ideale migliore, se assolutistico, era un ideale da non seguire. Il motivo? Piuttosto semplice: di fronte all’assolutismo di un ideale, quanto può valere la singola vita umana? Di fronte ad un ideale assoluto, quanto possono valere milioni di vite umane? Sempre troppo poco.

Su questo si è basata la risposta a questa sua obiezione. Per rendere più immediata a tutti la comprensione (nel caso ce ne fosse bisogno) semplificherò al massimo:

Assoluto (il tutto) > Relativo (singolo).

L’assolutismo (che sia una dittatura, o che sia il pensiero di Gandhi o anche quello della Chiesa) si basa esattamente sul tutto che prevarica il singolo. Nessuna perdita sarà mai abbastanza da fermare coloro i quali lo perseguono, in qualunque forma sia.

La terza discussione, invece, fatta col Cacciatore di Tonni ruotava (inizialmente) intorno all’attribuzione del Premio Nobel all’UE. Apro una piccola parentesi: stando alle motivazioni date all’attribuzione, sono parzialmente d’accordo al conferire  questo premio all’Unione Europea, nonostante l’attività di pace sia più un premio a quanto fatto in passato (entro i confini europei) e abbia ignorato quanto avvenuto questa primavera con la Libia.

Il Cacciatore di Tonni, comunque, afferma che l’UE non meritasse il premio perché non si sarebbe spesa per i diritti fondamentali dell’uomo e, soprattutto, non si sarebbe spesa per la pace. Molto ironicamente, io ho scritto che fosse giusto così (ovvero che il Premio le fosse attribuito). Questo ci ha portato a discutere sul trattato di Lisbona e su una presunta mancanza di democrazia all’interno dell’Unione riguardante la stipulazione dello stesso.

Il Trattato di Lisbona, in Italia, è stato approvato dal Senato e promulgato dal Presidente della Repubblica. Il motivo per cui non si sia stato fatto il referendum (secondo il Cacciatore di Tonni, in questo caso segno di maggior di democrazia) è però da ricercarsi nel secondo comma dell’articolo 75 della costituzione

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].”

Oltre a questo, il Senato è un organo rappresentativo del popolo italiano che lo elegge tramite elezioni. Quindi l’accusa di mancata democrazia, a mio modesto parere, non sussiste.

Il discorso, però, si è fatto interessante quando il Cacciatore di Tonni ha sottolineato come nell’assegnazione di determinati premi (ma, più in generale, a livello culturale) si tenda ad essere filo-occidentali e si guardi con sospetto alle culture orientali (Giappone escluso). L’osservazione, però, è facilmente spiegabile.

La logica vuole che ci sia un diffuso filo-occidentalismo in Europa perché, a tutti gli effetti, la cultura occidentale è la nostra cultura e quindi c’è un maggior senso di appartenenza. In Cina, per esempio, ci sarà maggior filo-orientalismo perché quella è la loro cultura e si sentono maggiormente appartenenti ad essa.

Questo, inevitabilmente, porta ad avere posizioni ostili o sospetti reciproci nei confronti l’un dell’altro. La dimostrazione storica è stata fornita proprio dall’Europa durante la Guerra Fredda, col blocco occidentale schierato con gli Stati Uniti e il blocco orientale schierato con l’URSS.

Potrà non piacere, ma le cose non cambiano.

E con questo, penso di aver concluso.

Questo è quanto.

Cya.

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Unione Europea

E, alla fine, eccoci qui con l’articolo serio di cui parlavo nell’ultimo post. L’avevo promesso e per la vostra gioia, ho finalmente finito.

Euro sì o Euro no? Restare nell’Unione Europea oppure uscirne? O, ancora, creare un’Europa debole e crearne una forte? Queste sono le domande che molti esperti (o supposti tali) e altrettanti politici si sono posti da quando è iniziata questa crisi. In questo articolo, quindi, scriverò il mio punto di vista sull’Unione Europea, su ciò che c’è stato di sbagliato e su come si dovrebbe sviluppare in futuro.

E ho deciso di partire con ciò che di sbagliato è stato fatto, a mio modesto parere. E, indubbiamente, in prima posizione non può che esserci la decisione di utilizzare una Moneta Unica in presenza di diverse politiche economiche e finanziarie. Gli Stati mediterranei, infatti, hanno avuto politiche meno accorte rispetto agli Stati del Nord Europa e le differenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre la Germania (per citare un tra i paesi membri più forti) va a mille, Italia, Spagna e Grecia arrancano e o hanno avuto bisogno di aiuti o li chiederanno presto. Un altro errore, riguarda la questione greca. Questione greca di cui tutti i paesi erano consapevoli sin dal 2008 e per cui non è stato fatto nulla, convinti che si sarebbero salvati da soli. Questa previsione errata ha poi portato alla situazione odierna e all’ondata speculativa che ha colpito l’Europa in modo più o meno consistente.

Ovviamente, oltre a questi aspetti negativi, ci sono anche quelli positivi. Molti Stati all’interno dell’UE, se non ne facessero parte sarebbero falliti da molto tempo (su tutti Spagna e Grecia, ma anche l’Italia probabilmente). Gli aiuti stanziati però, hanno permesso di resistere ad una crisi di dimensioni globali in modo discreto. I paesi che ad oggi soffrono di una situazione complicata, devono questo momento non tanto ad una colpa dell’Euro, quanto a problemi interni ingigantitesi ad un livello tale da dover richiedere aiuti ai paesi esteri. Indubbiamente, gli aiuti avranno il loro prezzo e in Grecia si sono visti e si stanno vedendo i risultati.

Arrivati a questo punto, però, non si può tornare indietro. O meglio, si potrebbe farlo a costo di enormi sacrifici. Sacrifici che pochi stati (probabilmente, giusto un paio) riuscirebbero a sostenere e non senza danni nell’immediato. Per questo motivo, ritengo che il processo che ha portato alla nascita dell’Unione Europea sia irreversibile e, anzi, dopo l’unione monetaria sarebbe necessario l’imbastimento di un’unione politica che sarebbe dovuta essere stata fatta ancora prima di quella monetaria. Con unione politica non mi riferisco soltanto a politiche monetarie, economiche o finanziarie ma alla politica in senso stretto.

L’unione politica, una volta raggiunta, si baserebbe su solide fondamenta democratiche tali da evitare che alcuni paesi prevarichino con le proprie posizioni gli altri.

I momenti elettivi previsti sono due. Nel primo si eleggerà il Parlamento Europeo mentre nel secondo si eleggerà il Governo Europeo. Il Parlamento Europeo verrà eletto da tutti i cittadini dei paesi membri. Lo Stato nazionale, raggiunta l’unione politica, diverrà uno Stato-Regione. Ogni Stato-Regione avrà diritto ad un numero di rappresentanti proporzionali alla propria popolazione (Molto simile al modello statunitense, tanto per intenderci). Ovviamente, per evitare squilibri legati alla sola quantità della popolazione, verranno create fasce in modo tale che, all’interno della medesima fascia, i paesi abbiano lo stesso peso  politico.

Tanto per chiarire meglio il concetto, la suddivisione dovrebbe ricalcare la seguente (N.B.: I numeri dei parlamentari sono ovviamente indicativi)

Fascia uno: fino a 25 milioni di abitanti: 3 rappresentanti
Fascia due:  da 25 a 40 milioni di abitanti: 4 rappresentanti
Fascia tre: da 40 a 55 milioni di abitanti: 5 rappresentanti
Fascia quattro: da 55 a 70 milioni di abitanti: 6 rappresentanti
Fascia cinque: oltre i 70 milioni di abitanti: 7 rappresentanti.

Con questa suddivisione, i giochi di potere dovrebbero essere più difficili da attuare e ci sarebbe una maggiore possibilità che paesi densamente abitati non abbiano posizioni predominanti grazie alla presenza di altri Stati-Regione in grado di confrontarsi con loro. Questo metodo elettivo, però, sarà adottato soltanto per la Camera (che, per comodità, chiamerò Camera dei Deputati Europea). Il suffragio sarà universale e verrà riconosciuta la possibilità a qualunque cittadino, indipendentemente dalla propria nazionalità, di votare un candidato qualunque (Per esempio: Un italiano potrebbe votare un candidato spagnolo. Uno tedesco potrebbe votare un candidato olandese e così via).

La seconda Camera (che chiamerò Senato Europeo) verrà eletta in modo diverso. Innanzitutto gli Stati-Regione, indipendentemente dalla popolazione, avranno lo stesso numero di senatori. Ogni cittadino avrà la possibilità di votare candidati appartenenti solo ed esclusivamente al proprio Stato-Regione.

Ovviamente, il sistema parlamentare potrà godere del così detto “Bicameralismo imperfetto” (due Camere aventi poteri e funzioni differenti). La Camera dei Deputati Europea prenderà decisioni macroscopiche e si occuperà della legislazione dell’intera Unione Europa. Il Senato Europeo, invece, si occuperà dei problemi e delle necessità degli Stati-Regioni e prenderà decisioni legate maggiormente ai singoli Stati-Regione.

La durata dei mandati delle due camere sarà di cinque anni.

Per quanto riguarda il Governo Europeo, invece, la popolazione andrebbe ad elezioni dirette nel seguente modo: ogni Stato-Regione proporrà un proprio candidato alla Premiership. Da questa rosa di nomi verranno scelti i quattro candidati che riuscirebbero ad ottenere la maggioranza più ampia in Parlamento. Una volta ristretta la rosa dei candidati e trovati i fatidici quattro, la popolazione sarà chiamata ad esprimere, attraverso il voto, la propria preferenza tra i quattro nominativi disponibili. Il vincitore potrà essere eletto per due mandati della durata di cinque anni (la ricandidatura del premier sarà “automatica”). Il nuovo Premier sarà poi chiamato ad assegnare i Ministeri ai Ministri proveniente dai vari Stati-Regione da lui scelte. L’unico limite alle nomine è quello che il Premier non potrà scegliere un Ministro proveniente dal suo stesso Stato.

Per chiarire questo passaggio, un eventuale Premier sarebbe scelto e formerebbe un governo in questo modo:

Scelta del Premier:

Candidato A: Belga
Candidato B: Francese
Candidato C: Olandese
Candidato D: Portoghese

Dopo le elezioni:

– Presidente del Consiglio: Belga
– Ministro Economia: Tedesco
– Ministro Istruzione: Olandese
– Ministro Welfare: Italiano
– Ministro Agricoltura: Francese
– Ministro Difesa: Austiraco

E così via dicendo.

Al termine della prima legislatura, il Premier uscente si troverà a dover affrontare tre nuovi avversari provenienti da tre Stati-Nazioni. Nel caso in cui vincesse, procederebbe con la propria legislatura. Nel caso in cui perdesse, invece, dovrà aspettare nuovamente che il suo nominativo venga scelto in un’altra tornata elettorale.

Per chiarire:

Premier Uscente: Belga
Candidato 1: Spagnolo
Candidato 2: Italiano
Candidato 3: Tedesco

In questo modo ci si assicurerebbe una continua rotazione del Premier e tutti gli Stati-Regione sarebbero chiamati ad avere come Premier dell’UE un proprio rappresentante.

Le iniziative del Premier, prima di diventare legge, dovranno ottenere il via libera da parte della Camera dei Deputati Europea per quanto riguarda eventuali leggi di carattere “generale” (dove per “generale” si intende riguardanti l’intera UE) mentre, per quanto riguarda le leggi legate ai singoli territori (Leggi “Speciali”), dovrà ottenere il nullaosta da parte del Senato Europeo.

Per quanto riguarda gli Stati-Regione, invece, ci sarà un Governo avente la caratteristica di essere in possesso di poteri “limitati”. Il compito di un Governo dello Stato-Regione è quello di amministrare sul territorio e mettere in pratica le indicazioni derivanti dallo Stato Federale (l’Unione Europea) attraverso leggi speciali che si adattino nel miglior modo possibile al territorio su cui verranno applicate. A capo di questi Governi ci sarà un Senatore Europeo precedentemente eletto dal popolo. La durata del mandato sarà, ovviamente, di cinque anni. A livello “locale” si assisterebbe all’abolizione di Regioni e Provincie. Abolizione legata al fatto che lo Stato-Regione non sarà altro che una macro-Regione facente parte di un organismo più grande. L’abolizione, quindi, lascerà in vita solo i Comuni. Comuni che potrebbero essere organizzati in macro-aree in cui, per esempio, il comune di Milano comprenda tutta la Brianza, rendendo di fatto i vari Paesi solo frazioni. Ci sarà un solo Consiglio Comunale in cui ogni frazione sarà rappresentata da un consigliere comunale che esporrà problemi e proporrà mozioni riguardanti il territorio di appartenenza. All’elezione del Sindaco parteciperanno i membri di tutte le frazioni che compongono il Comune.

Esempio chiarificatore:

Comune di Milano sarebbe così strutturato:

– Comune di Milano
– Comune di Milano: Frazione Meda —-> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Seveso –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cesano –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cormano -> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cusano —> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Arese —–> Un consigliere

Eccetera, eccetera.

Piccola digressione sui Partiti Politici: a livello di Unione Europea esistono già partiti politici comparabili (più o meno) ai vari partiti di Destra/Centro/Sinistra presenti in Italia e negli altri paesi europei.

Per quanto riguarda il sistema giuridico, tecnici altamente specializzati, si occuperanno di estrapolare le migliori leggi sulle varie materie per crearne un nuovo che faccia da base per le implementazioni necessarie con lo svilupparsi della vita del nuovo Stato. Le leggi selezionate verranno presentate con largo anticipo a tutti i cittadini, in modo tale da rendere il cambiamento il più comprensibile possibile per tutti. Finito il periodo di transazioni il nuovo sistema giuridico sarà valido per tutti gli Stati-Regione.

Culturalmente, invece, i più grandi cambiamenti deriveranno dalla componente linguistica. La prima lingua per tutti, a livello scolastico diventerebbe l’inglese. Inglese che dovrebbe essere parlato anche nella vita di tutti i giorni, in modo tale che diventi a tutti gli effetti “prima lingua”. Le lingue nazionali diventerebbero dialetti/seconde lingue e ci sarà la possibilità che lo studente impari una terza lingua a scelta

Tanto per capirci:

– Prima lingua obbligatoria: Inglese
– Seconda lingua obbligatoria: Lingua Stato-Regione (Italiano)
– Terza lingua facoltativa: Francese.

Ecco, come dovrebbe evolversi l’Unione Europea secondo me. Per alcuni quanto qui letto non risulterà nuovo perché avevo già accennato ad una bozza di idea (che è stata confermata in gran parte ed implementata in alcuni punti) su G+. Per gli altri, probabilmente questo articolo sarà solo una rottura di coglioni. Ma chissene.

Questo è quanto.

Cya.

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