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Riflessione a Caso #14

Se una soluzione richiedesse più di cinque minuti, non sarebbe una valida soluzione. (Sesta legge del Culopesismo).

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Crisi Politica

Ebbene sì, rieccomi di nuovo qui a parlare di politica dopo non so bene quanto tempo (troppo poco, probabilmente). D’altronde è difficile fare li gnorri quando vedi cosa è successo in quest’ultimo periodo (per inciso, ieri) in Parlamento.

La politica nostrana, ormai, si trascina come un malato terminale sin dagli anni ’80. La fine della “Prima Repubblica”, travolta dallo scandalo di Mani Pulite, e l’ascesa della “Seconda Repubblica”, costellata da scandali riguardanti la persona di Silvio Berlusconi, non hanno fatto altro che peggiorare una situazione che col passare del tempo si è fatta sempre più critica.

Dovessimo guardare ai risultati, ci renderemmo conto che negli ultimi anni l’unico vero successo sia stato l’ingresso nell’Euro. E possiamo fermarci lì, dato che da quando è stata adottata sono stati commessi errori evidenti che non starò qui ad approfondire perché non mi basterebbero due giorni, per approfondire. Comunque sia, escluso l’ingresso nell’Eurozona, di risultati positivi non ce ne sono.

In compenso, nonostante fino al 2010 ne venisse negata l’esistenza, l’Italia attraversa una crisi recessiva che ha riportato le lancette indietro al 1997 (con una lira debolissima, un’inflazione alta e i consumi dimezzati) e la situazione non sembra migliorare. La ripresa è prevista per la fine dell’anno ma, come in tutte le previsioni, ci sono troppi se e troppi ma. Tenendo conto che la ripresa si sarebbe già dovuta vedere all’inizio di quest’anno, la fiducia è bassa. La fiducia è così bassa che il Bel Paese ha subito un altro downgrade ed è diventato una tripla B, con un outlock negativo. Per chi non ne capisse di economia (o guardasse solo Studio Aperto) questo vuol dire che il debito dello Stato italiano (venutosi a creare tramite l’emissione di titoli di Stato per autofinanziarsi) è sceso di un gradino, avvicinandosi ancora di più ad un livello di pericolo: in caso di un ulteriore declassamento (da BBB a BB), i titoli sarebbero acquistati per scopi speculativi e basta.

Sul fronte interno, inoltre, va registrata l’immobilità del mercato del lavoro a causa della congiuntura economica negativa, il carico fiscale troppo elevato per le imprese, forme contrattuali inadeguate e mancanza di incentivi. Le riforme fatte finora si sono rilevate inefficaci e sono state (o dovrebbero essere) immediatamente cambiate dall’attuale governo.

Governo che vede, per la prima volta (ufficialmente, si intende), un’insolita alleanza: quella tra PD e PdL/Forza Italia. I risultati di questo governo, per il momento sono nulli. Nonostante sia in carica da marzo, nonostante siano arrivate rassicurazioni di ogni sorta, l’immobilismo regna sovrano.

A scuotere la vita politica e pubblica del paese, infatti, non sono le iniziative messe in atto contro la crisi ma, bensì, i guai finanziari di uno dei protagonisti della vita politica negli ultimi vent’anni. Ieri, infatti, il Parlamento si è concesso di non lavorare per una giornata (c’era il rischio che le giornate fossero tre) perché i membri del PdL, raccolti intorno al capezzale del padre/padrone, erano impegnati a fare piani “di guerra” contro l’ennesima ingiustizia perpetrata dalla Cassazione. La sospensione è arrivata anche grazie all’aiuto del PD che ha votato a favore dell’interruzione dei lavori, salvo poi oggi scrivere una lettera in cui si dice che una cosa del genere non sarà più tollerata. Che, a voler ben vedere, è l’ennesima dichiarazione a cui non faranno seguito i fatti.

Comunque sia, in questo quadro è possibile vedere come la politica italiana e gli uomini che la rappresentano siano inadeguati ed incapaci. Così come è evidente che le alternative non siano molto meglio.

Il PdL/Forza Italia, tolto Berlusconi, non ha un leader in grado di guidarlo. Nonostante la presenza del grande leader, però, in sedici anni di governo non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi che il Cavaliere si era prefissato, con la sua discesa in politica nel 1994. Della tanto attesa rivoluzione liberale non c’è traccia. Le uniche cose che i governi di centro-destra si sono lasciati dietro sono state una sfilza di leggi ad personam (alcune bocciate dalla Corte Costituzionale), un debito pubblico enorme e una crisi economica fermamente ignorata sino all’entrata in carica del governo Monti. Altra cosa che ha caratterizzato queste forze politiche è stata la velocità nella mobilitazione ogni volta che il Divin Silvio veniva accusato di qualcosa dalle Toghe Rosse o dai Comunisti. La più grande maggioranza di sempre in Parlamento è servita per votare il fatto che Ruby (marocchina) fosse la nipote di Mubarak (egiziano). Tornando a parlare di eventuali successori, i nomi che spiccano sono quelli di Angelino Alfano, Renato Brunetta o Daniela Santanché. Il primo si è dimostrato un segretario di partito mediocre e incapace di reggere da solo un partito che stava crollando a pezzi, dubito che sarebbe in grado di governare in Italia. Il secondo vanta la laurea in economia e insiste con la possibilità di un’uscita dall’Euro per rilanciare l’economia, ignorando il fatto che se anche potessimo svalutare la moneta, dovremmo comunque far fronte alla concorrenza di colossi quali Cina e India che ci massacrerebbero. La terza, invece, non si capisce come abbia fatto ad arrivare così in alto. Il fatto che non sappia esprimere concetti che non siano stati prima detti da Berlusconi, però, dovrebbe farci capire lo spessore politico di questa donna.

Il PD, come già detto più e più volte, è nato come un aborto. Lo spettro della presenza di Berlusconi e l’anti-berlusconismo usato come argomento politico, non ha mai dato i suoi frutti. Eppure, è stato un cavallo di battaglia di tutte le campagne elettorali. L’incapacità di rinnovarsi e di comunicare, inoltre, ha trasformato un partito giovane (anagraficamente) in un partito vecchio, fatto da persone vecchie. Persone vecchie che si portano dietro alcuni peccati originali come la caduta dei governi Prodi e l’inciucio fatto con Berlusconi, grazie alla bicamerale. Andassimo a vedere i quadri dirigenziali, avremmo a che fare con i vari Veltroni, D’Alema, Rosy Bindi, Bersani che, quando hanno avuto l’occasione, non sono riusciti a rimanere coesi nonostante i risultati dei governi che sostenevano, fossero stati buoni (abbassamento del debito pubblico e della spesa pubblica, liberalizzazioni e l’entrata nell’euro sono tutti risultati dovuti al lavoro di governi tecnici o di centro-sinistra). Mancanza di coesione che, tra l’altro, per il PD è rispuntata recentemente, durante l’elezione del Presidente della Repubblica. Elezioni che sono costati una figura barbina ai parlamentari di questa forza politica e hanno creato sdegno nell’elettorato. Non solo non hanno votato Rodotà, uomo vicino al Partito messo in campo provocatoriamente da M5S, per spaccare il partito (riuscendoci). Non solo non sono riusciti a rinsaldarsi per votare Prodi, nonostante in assemblea tutti avessero dato il nulla osta a quella nomina, spaccandosi ancora di più e facendo una figura di merda di proporzioni colossali, ma addirittura sono andati al governo con la persona che più a lungo hanno “combattuto”, esprimendo come presidente del consiglio Gianni Letta. Gianni Letta che prima di allora era famoso per… Beh, per niente. Lo stesso Gianni Letta che ha il carisma di un procione. Morto. Da trent’anni.
Tutto da buttare? Quasi. Nonostante a livello nazionale, l’elettorato di centro-sinistra sia disgustato, stanco e incredulo per le scelte fatte dal partito, dei barlumi di speranza sono arrivati dalle elezioni amministrative appena passate in cui il PD ha vinto quasi ovunque. La vittoria è dovuta al simbolo? Manco per le palle.
Altro barlume è quello del congresso in cui le cose potrebbero cambiare a seconda di chi sarà eletto segretario (e personalmente, io un’idea su chi vorrei ce l’ho e l’ho già espressa).
Nonostante questi due elementi, però, tutto l’ottimismo è soffocato da una classe dirigente vecchia e ben salda sulla propria poltroncina, senza alcuna intenzione di farsi da parte per dar spazio a gente più giovane.

E, alla fine, c’è il Movimento 5 Stelle. Entrati in parlamento per ribaltarlo come una scatoletta di tonno, delle loro attività non ci giunge notizia alcuna. Alla cronaca sono sempre passati per ciò che con il loro lavoro, aveva poco o nulla a che fare. Prima è stata l’occupazione delle Camere per leggere la Costituzione. Subito dopo ci sono stati i problemi riguardanti la diaria e la troppo ingombrante figura di Grillo. Poi ci sono state le espulsioni. Unica notizia positiva è quella del Restituition Day, col quale M5S ha restituito allo Stato un milione e mezzo di euro. Proprio quando le acque sembravano essersi calmate, però, si è creata una bufera mediatica (immotivata) intorno a Grillo. Il comico (ex comico?), dopo aver chiesto e ottenuto un incontro col Presidente della Repubblica, lo ha fatto rinviare per poter andare in vacanza con la sua famiglia. L’incontro, tenutosi ieri, sembra essere stato utile per ribadire le cose che va ripetendo ossessivamente dall’inizio della legislatura: Il paese è sull’orlo del fallimento, Napolitano lo dica ai cittadini e poi sciolga le camere, rimandandoci ad elezioni. Sicuramente, tutto questo, è davvero poco. Poco per un Movimento che si era proposto come salvatore dei cittadini, poco per chi aveva fatto tante promesse e dichiarazioni altisonanti, salvo poi trovarsi all’opposizione, incapace di concludere alcunché di davvero importante. Doveroso è anche da sottolineare come i risultati, a livello amministrativo, siano stati ben al di sotto delle aspettative con solo due città importanti vinte in Sicilia, mentre nel resto di Italia si è assistita ad una debacle, proprio nelle elezioni in cui M5S avrebbe dovuto dimostrare tutta la sua forza.
Restano, tra l’altro, le molte perplessità sia sull’eccessivo peso di Grillo e sulla scarsa partecipazione degli attivisti alla vita interna del Movimento (basti pensare che per l’espulsione di un’attivista aveva partecipato solo il 41% degli aventi diritto), così come restano i dubbi su chi possa farsi carico di M5S e raccogliere l’eredità di Grillo, dando visibilità e risonanza al simbolo e alle idee del Movimento.

Insomma, è evidente che al momento, le tre principali forze politiche siano incapaci e inadatte di affrontare questa situazione e che il futuro non sembra possa riservare grandi speranze. Quali potrebbero essere le soluzioni? Alcune idee potrebbero essere: una nuova cultura politica, volta ad una migliore amministrazione e ad un miglior governo della cosa pubblica. Un numero limitato di mandati sia all’interno di un partito, sia per quanto riguarda le cariche istituzionali, stipendi in base ai risultati ottenuti: chi si dimostra capace guadagnerà di più di chi non fa nulla. Una diversa visione della politica: non più un modo di arricchirsi, ma un lavoro di importanza e responsabilità.

Negli altri paesi, questi elementi sono già presenti. Si tratta solo di adeguarsi ai migliori modelli europei.

Questo è quanto.

Cya.

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Appunti di Produzione #1

Dovrei scrivere una presentazione che introduca tutto come al solito, ma non ne ho voglia. Vi basti sapere che questa potrebbe essere il primo numero di una nuova rubrica che accompagnerà la realizzazione (presunta) di un progetto che mi trascino dietro da quest’estate. Di che progetto si tratta? Ora lo spiegherò (in breve).

Il progetto (nome in codice: “Tantolomollitraduegiorni”) non è altro che un racconto “a puntate”.  L’idea non è nuova e non nasce in questi ultimi tempi. Prima di questo progetto, infatti, ce ne sono stati almeno altri due prontamente abbandonati in un lasso di tempo compreso tra i due giorni e le due settimane.

Cosa mi fa pensare che questa volta sia diverso? Assolutamente nulla. A differenza degli altri progetti, però, questa volta ho una base piuttosto solida da cui partire e a cui legare tutti gli avvenimenti: sto parlando proprio del finale della storia (che, tra l’altra, qualcuno potrebbe anche aver già letto). Ora si tratta “semplicemente” (semplicemente un par di palle) di andare a ritroso e scrivere di tutti gli eventi pregressi (e quelli omessi nella narrazione originale).

Al momento le uniche certezze che ho, sono:

1) L’arco temporale in cui si svolge la storia
2) Alcuni dei personaggi
3) Come avverrà la narrazione
4) Il finale (da rivedere e sistemare).

Oltre a queste certezze, ci sono tantissimi dubbi: alcuni già risolti e altri da risolvere. Un dubbio su tutti era quello di dare il là agli eventi della storia senza forzare troppo gli eventi reali. Le soluzioni che mi si prospettavano mi sembravano tutte abbastanza difficoltose. Una era riscrivere tutta la storia mondiale dagli anni 50 fino alla meta degli anni 20 (del 2000), l’altra era creare una forzatura.

Per quanto riguarda la prima soluzione, avevo già riscritto la timeline fino al 1997. Il vero problema, però, era che avrei dovuto allargare troppo il parco personaggi, rischiando di perdere di vista le finalità del racconto. Per quanto riguarda la seconda, invece, la troppa libertà avrebbe comportato l’abbandono quasi immediato del lavoro. Il problema è stato per districato dal pronto intervento della Fatina che mi ha proposto un’opzione di incontro tra le mie.

Risolto questo dubbio, rimane l’organizzazione del lavoro a grandi linee. E, strano ma vero, anche questa è una nota dolente. Lo è perché nel caso perdessi troppo tempo in questa fase, perderei qualunque voglia di scrivere. Nel caso non lo facessi, invece, mi impantanerei. Anche in questo caso, quindi, dovrò riuscire a trovare una soluzione di compromesso.

Soluzione che oltre a prevedere una generica linea del tempo, vedrà anche un breve riassunto della storia in generale e l’attribuzione dei passaggi ai protagonisti (se pensate che questa sia troppa organizzazione, avreste dovuto vedere come avevo organizzato un’altra storia, finita nel cestino qualche giorno fa).

Insomma, come detto sopra, non sono sicuro di combinare nulla di concreto ma almeno ci sto lavorando sopra. Qualora ci saranno novità, ci sarà un “Appunti di produzione due”.

Questo è quanto.

Cya.

N.B.: Vi siete beccati questo post perché non avevo voglia di sbattermi, ma dovevo mantenere l’impegno preso con me stesso di aggiornare il blog almeno una volta a settimana.

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Esposizione Mediatica

Come avevo anticipato, oggi mi occuperò di nuovo di politica. O meglio di un aspetto assurdamente invasivo (quasi virale) che caratterizza ogni campagna elettorale: la massiccia presenza in televisione dei candidati alla presidenza del Consiglio dei Ministri. In particolare, vorrei concentrarmi sulla presenza di un candidato lungamente sparito dalla scena pubblica per poi ricomparire con un ruolo non ben chiaro.

Ebbene sì, sto parlando di Silvio Berlusconi. Il nostro beneamato ex presidente del Consiglio, infatti, negli ultimi tempi ha raccolto una quantità di presenze televisive non indifferenti. Presenze che gli hanno permesso di riguadagnare consensi che si erano sempre più assottigliati col passare del tempo.

Coglierò l’occasione sia per soffermarmi (piuttosto marginalmente) sulle sue uscite e, soprattutto, sull’effetto che queste hanno sull’elettorato. Un effetto sorprendentemente positivo, nonostante le proposte da lui fatte ricadano nel più spicciolo populismo e nella più assoluta demagogia. Effetto che, nei sondaggi, mostra come il PDL sia in rialzo e stia rapidamente recuperando voti, tornando ad essere il secondo partito in Italia (complice anche il crollo, non inaspettato ma improvviso, di M5S).

Ciò che va avanti a ripetere da quindici giorni a questa parte è cosa nota a tutti e quindi eviterò di ribadirlo qui, ciò che mi interessa è però l’effetto che ha sul pubblico degli elettori/cittadini. Nonostante i diciotto anni di disastroso governo di questo grande carrozzone, nonostante una delle maggioranze più ampie della storia repubblicana, nonostante le promesse fatte agli elettori disattese o con un impatto terribile sul paese nel medio/lungo periodo, appena il “Pifferaio” inizia a suonare la solita canzoncina, che sentiamo dalla sua discesa in campo, gli italiani come tanti topini obbedienti si mettono a seguire il ritmo impostogli.

Mario Monti è convinto che gli italiani abbiano imparato a diffidare dal suono del piffero di Berlusconi, ma io non ne sono per nulla convinto. A fortificare la mancanza di convinzione in questo, ci sono da una parte i sondaggi e dall’altra la scarsa fiducia che ripongo nell’elettore medio italiano. Elettore medio italiano in cui nasce la tentazione di dar di nuovo fiducia alla coalizione guidata da Silvio Berlusconi e di cedere alle lusinghiere promesse di abolizione dell’IMU e di un abbattimento delle tasse.

Accanto all’elettore medio va poi inserita quella fascia di popolazione che rientra nella categoria dei “berlusconiani”: individui che pendono dalle labbra del loro messia/idolo e che hanno la tendenza a sparire subito dopo il voto o rinnegare (almeno in pubblico) il loro beniamino. Chi pensa che il “berlusconismo” sia finito, infatti, non tiene conto dello zoccolo duro che qualunque cosa accada, sarà pronto a dare il sostegno al Cavaliere in modo più o meno palese.

Questo sostegno è ascrivibile al massiccio impiego di metodi di propaganda che sono un ottimo mix tra psicologia, marketing e recitazione a cui Berlusconi dedica massima attenzione e cura. Ogni gesto, ogni comportamento di fronte a delle telecamere è attentamente studiato da un team di psicologi che consigliano il prode ex presidente su come comportarsi e cosa fare per attirare (nel bene o nel male) l’attenzione dei cittadini/pubblico.

A questi elementi si aggiunge un problema piuttosto importante che i mezzi di informazione. Come tutti ben saprete, Berlusconi è proprietario di tre delle principali reti in chiaro, oltre che di alcuni giornali. Questo porta (almeno in due telegiornali su tre) ad avere una serie di informazioni corrotte da faziosità e riportate in modo tale da mettere in buona luce il buon B. A controbilanciare questo elemento, tendenzialmente, si ha però un gruppo molto folto di giornali/trasmissioni televisive/reti che fanno l’esatto contrario: fanno di tutto per screditare Berlusconi e l’aria politica che rappresenta. A confermare il pessimo stato dell’informazione di casa nostra, è stato l’indice Freedom House che nel 2011 ha segnalato come l’Italia fosse semi-libera a livello di libertà di stampa (questo è dovuto a quanto indicato sopra, riguardo a B. e al possesso di media e, curiosamente, è passato quasi sotto silenzio, nonostante si sia l’unico paese dell’Europa Occidentale ad essere in questa condizione, oltre alla Turchia).

A questo punto, la domanda legittima è: c’è un modo per evitare che il cittadino medio venga tratto in inganno dalle promesse di Berlusconi? La risposta, fortunatamente, è affermativa. Per controllare l’applicabilità delle proposte di un candidato o la veridicità delle sue affermazioni durante un dibattito, negli States, si ricorre alla pratica del Fact Checking. Questa pratica è svolta da giornalisti che si occupano esclusivamente di dimostrare che quanto detto durante un dibattito sia vero o meno, controllando tutto il materiale a loro disposizione (articoli di giornale, resoconti di organi di governo, resoconti di banche e così via). In questo modo, il giorno dopo, sarà disponibile per tutti una “scansione” dell’intervento del candidato di turno per vedere quanto sia affidabile o quanto non lo sia.

Per quanto “banale” possa apparire una soluzione del genere, è probabilmente quella più efficace per contrastare demagogia, populismo o ricostruzioni piuttosto fantasiose a cui siamo stati abituati in questi anni e che in questi ultimi giorni ci sono state propinate di nuovo.

Concludo il post con un appello a tutti: qualunque cosa venga detta da un politico in campagna elettorale, indipendentemente dal suo e dal vostro colore (politico), fatevi un favore e cercate di controllare che quanto venga detto sia vero.

Questo è quanto.

Cya.

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Alibi e Sentimenti

Complice il fatto che debba aspettare che torni mia sorella, dovrei iniziare a buttare giù le idee o, meglio ancora, la prima bozza del mio primo articolo che verrà pubblicato su un giornale. Ebbene sì, Coso passa dal 2.0 alla carta stampata. La notizia buona è che finalmente potrò godere di una mia rubrica che porterà il nome di “L’Angolo di Coso”, quella cattiva è che a meno che non siate residenti a Seveso, non lo leggerete mai.

Il fatto di dover scrivere un articolo per un giornale mi pone, per la prima volta, nella scomoda situazione di dover scrivere entro una scadenza fissata. E purtroppo, quando si tratta del processo creativo, difficilmente riesco a rispettare i tempi previsti. Lo potrebbero confermare le mie prof di educazione artistica alle medie che su quindici tavole, di mie ne vedevano solo tre o quattro. E facevano pure schifo (sono un pessimo disegnatore e colorista).

Il problema, nel campo creativo, è il fatto che spesso mi manchi l’ispirazione. Per poter scrivere devo avere il tempo di concentrarmi, raccogliere mentalmente tutte le idee e formulare una tesi con degli argomenti a favore. Il tutto, normalmente, può richiedere dalle due ore ad un tempo non ben definito. E, infatti, molti dei progetti iniziati sono stati abbandonati proprio perché arrivato ad un certo punto, non riuscivo più ad andare avanti o, peggio ancora, quanto scritto in precedenza non mi convinceva per nulla.

Ad oggi, l’unico modo funzionante per ovviare a questo problema è stato quello di rifugiarmi in montagna per quattro giorni. I risultati dopo il rientro a casa, però, sono stati quelli descritti nelle righe sopra. Questo mi ha spinto ad iniziare una revisione di quanto iniziato quest’estate abbandonata quasi subitaneamente, in attesa di tempi migliori (che, come ben potete immaginare, non verranno). Tutto questo è spiegabile sia col continuo sovrapporsi di impegni che mi tolgono tempo e voglia, sia con il mio leggendario e faraonico culopesismo.

Come è normale che sia, tra processo creativo e vita di tutti i giorni ci sono più parallelismi di quanto si possa credere. Ed una cosa che mi accomuna sia quando si tratta di scrivere, sia quando si tratta di dover prendere una decisione è il fatto che, tendenzialmente, nonostante le decisioni in questione siano già state prese molto prima, continui a procrastinare e rimandare il tempo dell’azione.

E questo procrastinare, questo continuo rimandare a data da destinarsi non è ascrivibile sempre alla pigrizia che, come noto, mi caratterizza da tempi immemori. Spesso, in realtà, ci sono dietro motivi più difficilmente spiegabili che potremmo inserire nella categoria “seghe mentali” o, altre volte ancora, vi sono eventi che costringono a rimandare tutto quanto.

Una cosa che accomuna le “seghe mentali” e gli eventi inaspettati è la creazione di alibi. Ogni volta che non faccio qualcosa, inevitabilmente, una vocina interiore (infida e bastarda) si fa sentire offrendomi un fottiliardo di motivi (poco validi, ma comunque molto appaganti e rassicuranti) per mettere a tacere il mio senso di colpa e gli eventuali rimorsi. E, proprio la vocina, crea una sorta di dipendenza da cui difficilmente si esce.

Altra cosa che hanno in comune “seghe mentali” e eventi imprevisti, anche se totalmente di carattere opposto rispetto a prima è, invece, il fatto che ogni qualvolta qualcosa vada male, non posso fare a meno di giudicarmi in modo eccessivamente critico e pesante. Il non aver calcolato una cosa che avrei dovuto calcolare è un errore quasi imperdonabile, l’aver dato una risposta che ho trovato poco convincente è stata la causa per cui non mi hanno chiamato a quel colloquio.

Poco importa se, passato un po’ di tempo, mi dovessi rendere conto che quell’evento non potevo prevederlo perché altrimenti sarei stato onnisciente oppure, poco conta il fatto che più che al colloquio poco convincente, ci fossero state altre persone con esigenze che meglio si sposavano con quanto ricercato da chi doveva assumermi. La sensazione di non aver fatto tutto ciò che potevo, rimarrà e alimenterà i sensi di colpa (che, inevitabilmente, porteranno alla ricerca di giustificazioni ed alibi).

A questa logica non sfugge nemmeno l’ambito sentimentale. Per ambito sentimentale, tendenzialmente, mi riferisco ad “ammmore e derivati”. Infatti, quando qualcosa mi turba sul serio, difficilmente lo lascio trapelare. Nemmeno le persone che mi sono vicino (famiglia e amici più intimi) lo vengono a sapere. Mi è difficile esternare del malessere o lasciarmi andare ad un pianto liberatorio (cosa, quest’ultima, di cui comunque non sento il bisogno da ormai un sacco di tempo). Per quanto una cosa possa farmi soffrire (e negli ultimi tre anni c’è stato un uno-due-tre micidiale), per fortuna ho imparato ad ammortizzare in fretta (pur risentendone a livello fisico) ed andare avanti.

Nonostante questo, negli ultimi tempi, ho iniziato ad avvertire quella ciclica mancanza di qualcosa. E quel qualcosa è una figura femminile importante nella mia vita (per quanto, razionalmente, sia consapevole che andrei a complicarmi le cose). Il capitolo ragazze, però, è delicato e relativamente difficile da affrontare.

Difficoltà derivanti da una non proprio elevata autostima di me stesso medesimo a livello fisico e dalla non proprio rosea considerazione delle persone che mi circondano (amici esclusi) presso cui ho una reputazione che va dal magnanimo “sfigato” all’offensivo “Caso umano”.

A questi dati di natura soggettiva (degli altri) che hanno un valore relativo (ma che comunque mi vede d’accordo), si affianca un’ormai prolungata “asentimentalità” (neologismo coniato per sottolineare la mancanza di interesse a livello sentimentale nei confronti delle ragazze). Asentimentalità legata, probabilmente, anche ai troppo elevati standard che mi sono posto.

Le poche volte che qualcuna potrebbe interessarmi, cado nella così detta “Paranoia della sindrome del rifiuto”. La paranoia della sindrome del rifiuto è riassumibile in questo modo:  “Non vale la pena provarci perché tanto mi dirà di no.” oppure “Lei è troppo carina mentre io sono un botolo brutto, peloso, ringhiante e con un carattere di merda” (come Porchettore) o, ancora: “Tanto è già fidanzata”. E, con queste motivazioni più o meno valide, riesco a giustificarmi, a crearmi alibi che mi permettano di non mettermi in gioco, per non restare ferito/deluso o, più semplicemente, per paura di fallire.

In più, dai miei fallimenti e quelli della Fatina, ho avuto modo di estrapolare una legge in campo sentimentale, chiamata la Legge di Mazza. Legge di Mazza che, per il momento non è ancora stata confutata, afferma “è quasi impossibile trovare ragazze carine e interessanti nel nostro intorno di età che non siano troie o già fidanzate”.

Le soluzioni a questi problemi, esclusa quella alla Legge di Mazza, (giunte a più riprese dalla Fatina dei Boschi e, in ultima battuta, anche da V.) sono sempre le stesse (e sono molto valide): “Non ti piace il tuo fisico, impegnati per dimagrire”, “Buttati, tanto non hai un cazzo da perdere. Male che vada ti dicono di no”. Nonostante la validità dei loro argomenti, però, ci si torna a scontrare con due elementi ricorrenti e che ho più volte citato nel testo: La pigrizia e il procrastinare l’azione fino a quando potrò farlo.

Mi rendo conto, ovviamente, di come tutto dipenda da me e, ogni volta, mi pongo buoni propositi. Ogni volta mi dico che se mai mi dovesse ricapitare una situazione del genere, agirei diversamente. E per un po’ ci credo anche. Ma, appena ritrovatomi in queste situazione, sono di nuovo punto e a capo. Manca il coraggio di agire, c’è fin troppa paura di fallire. E il serpente si morde la coda, un’altra volta.

L’essere conscio di questo, sicuramente non mi è utile dato che non riesco a risolvere questa situazione. D’altro canto però, mi fa dire che per lo meno ho ben chiaro il problema. Una magra consolazione. Ma pur sempre una consolazione.

Questo è quanto.

Cya.

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Prostituzione e droghe leggere

Interrompo il mio lungo silenzio, per scrivere un post tutto sommato serio ed impegnato. Il titolo già vi fa capire che si tratterà di alcuni argomenti lasciati a margine dei dibattiti politici ma che hanno un’importanza che fin troppo spesso viene ignorata. Quando qualcuno si impegna per risolvere questi problemi, si trova a fare i conti con l’ostracismo della classe dirigente attuale e del Vaticano. Eppure, si perde un’ottima occasione per prendere due piccioni con una fava.

E, i due piccioni, sono la lotta alla criminalità organizzata e il ripianamento del bilancio statale. Ma, andiamo con ordine, e partiamo dalla prostituzione. La tratta del sesso è ormai una piaga diffusa in tutto il mondo e, in Italia, sta avendo una forte espansione con l’aumentare dell’immigrazione clandestina. Questo problema, però, viene ignorato dalla classe politica italiana che lo ritiene un argomento non importante, qualcosa che va bene fingere di non vedere. Le misure attualmente in vigore, infatti, non risolvono la situazione ma sono un inefficace palliativo. Le multe comminate spesso non vengono pagate e, anche se si mettesse in stato di fermo la prostituta, appena liberata tornerebbe a fare ciò che faceva prima dell’arresto.

In Italia, fino agli anni cinquanta, c’erano le case chiuse. Luoghi in cui le prostitute ricevevano i clienti e facevano il loro lavoro. I vantaggi delle case chiuse erano molteplici: in primis vi era un controllo sanitario costante e continuo, le condizioni di vita della donna erano più decorose e non dovevano stare per strada a procacciarsi la clientela e, in secondo luogo, c’era anche un rientro economico. Con la legge Merlin le case di tolleranza furono chiuse e, i risultati, sono sotto i nostri occhi anche oggi.

La prostituzione è diventata parte di un racket che giova alla malavita e schiavizza la donna, rendendola poco più di un oggetto. Le strade principali hanno sempre una o più lucciole a piantonarle e le loro condizioni sfociano nel degrado più profondo. E cosa si può fare, per risolvere almeno in parte questo problema?

La risposta è ovvia: ri-legalizzare la prostituzione. Detta così, può sembrare una castroneria colossale, ma come dicevo sopra avremmo svariati tornaconti da un’iniziativa del genere. E, il primo, è senza ombra di dubbio quello di sottrarre al mercato del sesso gestito dalla malavita quelle donne che sono per strada in questo momento. Se lo Stato riaprisse le case chiuse (o delle strutture simili), infatti si darebbe un brutto colpo alla criminalità organizzata. Le donne sottratte dalla loro egida potrebbero decidere di continuare a fare quel lavoro in modo del tutto legale e con maggiori controlli. Maggiori controlli che significano anche maggiore prevenzione delle malattie veneree. Inoltre assisteremmo ad una diminuzione del degrado, con una decrescita delle prostitute sulle strade e un miglioramento generale delle condizioni di vita sia nostre, sia loro.

Ovviamente, dietro questo ragionamento, c’è anche un risvolto puramente economico: legalizzando la prostituzione, ci sarebbe un aumento delle entrate per lo Stato. Grazie alla legalizzazione della prostituzione, si potrebbero ottenere introiti derivanti dal lavoro di queste donne. All’aumentare delle entrate statali, si assisterebbe ad una decrescita delle entrate della criminalità organizzata. È ovvio che le cose, dette così, sembrano piuttosto semplicistiche (e per alcune donne anche scandalose), ma il punto è che la prostituzione muove un mercato enorme che da sommerso, potrebbe diventare legale e portare benefici sia a chi fa il lavoro (versando i contributi e pagando le tasse, potrà ritirarsi quando vorrà) sia per noi (un aumento delle entrate potrebbe portare ad una diminuzione della pressione fiscale media).

I più grossi problemi ad una riforma che legalizzi nuovamente la prostituzione sono portati dalla mentalità della classe italiana attuale, che non si accorge di avere una potenziale gallina dalle uova d’oro tra le mani e, soprattutto, dallo Stato Vaticano che ci zavorra con la sua presenza, impedendoci di fare riforme fondamentali o di approfondire determinati ambiti della ricerca scientifica, con le proprie posizioni intransigenti e retrograde.

Per quanto riguarda le droghe leggere, il discorso è più o meno analogo. Partiamo dal presupposto che io non mi sia mai fatto nemmeno una canna, però mi rendo conto del potenziale che avrebbe a livello economico (e non solo), la legalizzazione di queste sostanze.

Il discorso è assimilabile a quello della prostituzione: rendendo legali le droghe leggere si toglierebbe un’altra fetta di guadagni alla criminalità organizzata e ci sarebbero maggiori controlli. L’organizzazione ideale sarebbe qualcosa di molto simile ai famosi Cofee Shop di Amsterdam in cui si può consumare liberamente droga. A fronte di questa apertura, si dovrebbero inasprire le pene per chi vende e chi compra sostanze stupefacenti al di fuori di questi locali. In questo modo, i consumatori sarebbero spinti ad incanalarsi verso vie legali del consumo, mentre la criminalità organizzata verrebbe combattuta con maggior vigore ed efficacia.

Dal punto di vista economico, invece, i vantaggi sono evidenti. Anche in questo caso, ci sarebbe un aumento delle entrate legate al consumo di queste sostanze. Tenendo conto poi che una liberalizzazione del genere richiamerebbe ragazzi da tutta Europa, è evidente come la mossa possa essere vincente e, soprattutto, in questo modo si toglierebbero mezzi di autofinanziamento a tutti coloro che in modo illegale traggono profitti dal mercato delle droghe.

I rischi maggiori, per quanto riguarda questo aspetto, sono legati al fatto che i più, pur riconoscendo degli eventuali vantaggi, si ritrovano ad opporre l’argomento di un aumento del degrado. L’argomento, tendenzialmente, sarebbe anche valido non fosse che per dare il via ad un’iniziativa del genere sarebbero necessarie delle rigide e ferree normative in materia, in modo tale da consentire da una parte il consumo di queste sostanze in modo legale e dall’altra la lotta alla criminalità organizzata e la lotta alla possibilità che il degrado non aumenti in maniera esponenziale.

Gli ostacoli però, sarebbero facilmente superabili se qualcuno trovasse il coraggio di fare ciò che è necessario per debellare due piaghe della società moderna e trasformarle in fonti di reddito e in attività controllate e regolamentate. Prima o poi, si spera che questo qualcuno arrivi.

Questo è quanto.

Cya.

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Sulla Democrazia

Questo post prende spunto da una discussione avvenuta qualche tempo fa, su questo blog. Discussione nata tra me ed un paio di amici, ma in particolare, col Cacciatore di Tonni che riguardava la forma di governo democratica. So che quanto scriverò qui potrà sembrare strano, ma rispecchia l’andamento della Democrazia per lo meno in Italia.

Il regime democratico è riconosciuto universalmente come il miglior regime politico esistente, ma è davvero così? Se la risposta, in apparenza, potrebbe sembrare ovvia è necessario analizzare attentamente alcune caratteristiche tipiche di tutti i governi democratici moderni:

– Divisione dei poteri: sta alla base della democrazia. Raccogliere più poteri nelle mani di un solo soggetto o di una sola classe di soggetti (ri)porterebbe ad una situazione di instabilità. Quindi che legislativo, giudiziario ed esecutivo siano separati è, fondamentalmente, un bene.
– Carta Costituzionale: alla base dello Stato stesso, ancora prima che della democrazia, c’è la Carta Costituzionale (Costituzione, per gli amici). Sono le raccolte di norme fondamentali per la vita di uno Stato e contengono disposizioni riguardanti le libertà, i diritti fondamentali del cittadino e l’organizzazione dello Stato. Senza di questa, non ci sarebbe democrazia.
– Democrazia significa “Governo del Popolo”. Questo vuol dire che tutti gli elettori, raggiunta l’età minima per votare, (in Italia: 18 per la Camera e 25 per il Senato, mi sembra)  hanno, indipendentemente da cultura politica, cultura generale, conoscenza di ciò che si sta per fare, il medesimo peso elettorale.

Come vi sarà già apparso chiaro, il primo problema riscontrabile nella Democrazia, secondo me (ma non solo) è che, per l’appunto, tutti i voti abbiano lo stesso peso. Occhei, lo so, me ne rendo conto…Detta così sembra una fascistata pazzesca, ma soffermatevi a riflettere per un secondo sulle implicazioni: il voto di un idiota che non ha la più pallida idea di chi stia votando vale tanto quello di una persona informata. Il primo idiota che guarda il tiggì del Fu Emilio Fede, probabilmente, voterà PdL non tanto perché condivide gli ideali, quanto per il fatto che non avendo una propria idea si faccia plagiare dai mezzi mediatici che lo circondano. La persona informata che vota PdL, invece, probabilmente avrà delle valide motivazioni di fondo per compiere una scelta del genere (non so quali siano, però).

Come si potrebbe risolvere il problema “Il voto degli idioti vale quanto il tuo, persona informata”? Le idee uscite sono state svariate:

1) Diminuire il numero degli idioti. Come? Semplice. Investimento nell’istruzione. Più un paese è istruito, maggiore cultura c’è, più i cittadini hanno conoscenza e coscienza dei problemi che ci e li circondano. Questo, a tutti gli effetti, potrebbe portare ad un maggiore interesse per i programmi di chi entrerà nella “stanza dei bottoni” in nome e per conto loro.
2)Subito dopo la buona riuscita del punto 1, si potrebbe rendere il diritto di voto (che oltre ad essere un diritto, è un dovere civico) come il diritto di proprietà. Il diritto di proprietà, dopo tot. tempo che non viene fatto valere (per i beni immobili, mi pare sia di 20 anni), lo si perde su quel determinato oggetto. Benissimo, applichiamo lo stesso concetto al diritto di voto. Dopo tre elezioni nazionali di seguito a cui non si è partecipato, il diritto di voto viene perso. In questo modo, ci sarebbe un’ulteriore scrematura dell’elettorato e avremmo un aumento della partecipazione dei cittadini.

Altro problema della democrazia (come di qualunque altro regime) è quello della decadenza. Ogni regime assiste ad alcune fasi comuni: nascita/ascesa, stabilizzazione, declino. La nascita/ascesa è caratterizzata dalla stesura di norme fondamentali all’esistenza dello Stato democratico, le libertà fondamentali dei cittadini e l’organizzazione degli apparati statali. Nella stabilizzazione si assiste alla creazione e alla messa in pratica di quanto stabilito durante la fase di nascita/ascesa e termina quando tutto quello che doveva essere fatto è fatto e il regime democratico è ormai saldamente radicato. Per esempio, in Italia, la stabilizzazione de facto attraverso l’applicazione delle leggi si è avuta nel 1970 con l’istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario.

Da lì in poi, però, con i governi monocolore c’è stata un’accelerata verso la decadenza. Il poco ricambio, infatti, ha reso agonizzante la vita politica del paese e non ha dato modo di apportare cambiamenti a quanto fatto dai precedenti governi. Il tutto ci ha precipitato alla fase di declino che ha avuto inizio con il processo di “Mani Pulite”. Il sistema democratico, già allora, era minato e contaminato da i partiti necessari allo svolgimento dell’attività politica. Dopo questo scandalo, c’è stata la discesa in campo di Berlusconi e tutti sapete come è andata. Eppure, dopo la creazione delle Regioni, la macchina democratica non ha prodotto più nulla o quasi di rilevante. Ha pensato a mantenersi in vita e a riprodurre i suoi paradigmi fondamentali senza apportare nulla di concreto a quanto già fatto in passato. Anzi, molte volte, i governi hanno peggiorato quanto di buono era stato fatto in precedenza.

Ovviamente, il secondo problema evidenziato è assai più grave del primo. L’incapacità, di fatto, di migliorare quanto fatto di buono e colmare le lacune è un grosso limite del sistema democratico (che trova la massima espressione nei partiti politici), quindi pur mantenendo un regime democratico, per risolvere questa situazione si dovrebbe sfruttare un mezzo che sostituisca il “partito politico” a favore di figure (indubbiamente “politiche”, ma non legate al sistema partitocratico) e sia in grado di rispondere in modo più adeguato ai problemi odierni ancora insoluti.

Questo è quanto.

Cya.

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