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Sull’immigrazione

Il tema, come tutti potete immaginare, è ampio e molto delicato. Cercherò, nonostante questo, di essere breve e conciso. La questione legata all’immigrazione è tornata alle luci della ribalta in seguito agli incresciosi fatti avvenuti a Milano, nel quartiere Niguarda. La cronaca penso che la conosciate tutti e quindi non mi ci soffermerò, ma voglio porre alla vostra attenzione il fatto che l’atto di un folle sia stato strumentalizzato da un partito politico.

Il partito politico in questione ha, da sempre, portato avanti una crociata contro gli immigrati visti come ladri, assassini, stupratori oppure persone che rubano il lavoro agli italiani facendosi pagare di meno. Con i toni dei propri esponenti e con i loro modi, hanno fomentato spesso un odio inspiegabile verso quella che per una nazione come l’Italia dovrebbe, invece, essere una risorsa.

Tra tutte le accuse vengono mosse agli immigrati, ce n’è una che mi sta a cuore smontare: l’ultima. È vero, vengono pagati meno degli italiani. Molto spesso lavorano in nero e non pagano nemmeno le tasse. Ma è colpa loro? La risposta è, ovviamente, no. La colpa, più che degli immigrati, è da imputare a quegli imprenditori che per il loro tornaconto personale, decidono di sfruttare una situazione di disagio e difficoltà in cui si trovano queste persone. Se poi analizzassimo un attimino i lavori in cui gli immigrati sono impiegati, ci renderemmo conto che si tratta di lavori manuali (e faticosi) che molti giovani italiani, ormai, non vogliono più fare.

Insomma, imputare la mancanza di posti di lavoro alla presenza di stranieri in Italia, penso sia abbastanza ridicolo. Dirò di più: stando ai dati ufficiali di Confesercenti, mentre le aziende aperte da italiani sono in calo e quelle esistenti stanno chiudendo, le imprese di extracomunitari sono in crescita (nel secondo trimestre del 2012 si era ad un +6,6% rispetto all’anno precedente). Insomma, oltre a non portare via lavoro, ne creano dell’altro dando un impulso vitale ad un’economia che stenta a riprendersi.

Perché, vedete, l’immigrazione può essere vista in due modi: o come una minaccia o come una risorsa. Secondo me, dovrebbe prevalere la seconda visione. Come detto sopra, l’immigrazione, in Italia potrebbe dare quelle risorse che stanno venendo a mancare. Ovviamente, non si tratta di “aprire le porte a tutti, indiscriminatamente” quanto il non porre barriere (soprattutto ideologiche) che impediscono di fatto sia uno sviluppo economico, sia un’integrazione.

L’integrazione, infatti, è l’altro tema importante che riguarda l’immigrazione. Come ottenere una miglior integrazione per coloro che giungono nel nostro paese? Come fare in modo che non si ghettizzino e non vengano ghettizzati? Come renderli dei cittadini italiani a tutti gli effetti? Queste sono le domande che ci si dovrebbe porre e che, in Italia, ci si è posti poco e male. Le risposte a questi quesiti non sono mai arrivate e tutte le iniziative sono cadute nel dimenticatoio subito dopo aver visto la luce.

Per migliorare il sistema di integrazione, lo Stato dovrebbe farsi carico dell’insegnamento sia della lingua, sia dell’educazione civica degli extracomunitari. In questo modo, si avrebbe una formazione che permetterebbe di bypassare il più grosso ostacolo, quello comunicativo, e ci sarebbe un primo inserimento (attraverso la conoscenza delle regole) nella realtà italiana.

Per favorire l’integrazione, poi, sarebbe meglio evitare che si creino quartieri in cui intere vie siano abitate solo da famiglie di extracomunitari: in questo modo si eviterebbe di assistere a quel fenomeno di auto-ghettizzazione a cui si sottopongono e che, inevitabilmente, va a fomentare la paura e la malafede degli italiani.

Altra idea che sarebbe applicabile in modo rapido e veloce sarebbe quello di concedere, ai figli di immigrati nati in Italia, la cittadinanza. Questo, oltre che dal punto di vista puramente demografico, darebbe un impulso a questo processo che sembra non essere mai iniziato.

Rifiutare un dato di fatto come il multiculturalismo presente in Italia e ignorare, con ostinazione e stupidità, la risorsa sfruttata in modo errato che rappresenta l’immigrazione, significherebbe commettere un errore di valutazione imperdonabile. Quelli che sono stranieri oggi, proseguendo con questa mentalità, non potranno mai diventare gli italiani di domani. E, in questo modo, a perdere saremmo tutti, italiani ed immigrati.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus (not releated):

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Giochi politici

A praticamente un mese dalle elezioni, ci ritroviamo senza un nuovo Governo. Le consultazioni col Presidente della Repubblica si sono concluse in settimana e hanno dato il seguente esito: Pier Luigi Bersani ha avuto il mandato per formare un Governo, purché riesca a trovare i numeri in Parlamento entro martedì (o al più tardi mercoledì).

La strada intrapresa da Bersani non sembra convincere il proprio partito. Molti vedono questa impresa come una missione disperata e si stanno preparando a rimettere in moto la macchina organizzativa sia per le primarie, sia per la campagna elettorale. Il pessimismo che si respira è ben supportato dall’evidenza empirica: mettere insieme i voti necessari in Senato per ottenere la fiducia è cosa quasi impossibile. Il corteggiamento dei parlamentari grillini non ha dato i risultati sperati e questo ha condotto ad un recente cambiamento nelle strategie di partito. Sono spariti sia gli accenni alla legge sul conflitto di interesse, sia quelli su una legge anti-corruzione. Questo potrebbe essere il segnale di un’apertura al PdL che è l’unica forza in grado di garantire un governo guidato da Bersani. L’ipotesi di un “inciucio”, nonostante i dinieghi ripetuti da parte del segretario del PD, sembra diventare un pochino meno remota come possibilità. Nel frattempo si sono intensificati i contatti col gruppo misto e la Lega Nord. Nonostante la Lega abbia più volte smentito qualsivoglia possibilità di un’alleanza senza PdL, i contatti sono stati intavolati e in questi giorni, si capirà quali altri margini di azione ci siano. Indipendentemente dalla riuscita o meno di queste trattative, qualora si riuscisse a trovare un accordo con i montiani, Lega Nord e gruppi misti, Bersani non avrebbe ancora i numeri al Senato.

Il M5S, dopo una spaccatura sul voto di Grasso per la presidenza di Palazzo Madama, si è immediatamente ricompattato per negare la Fiducia ad un Governo che non sia loro. Grillo spera di capitalizzare al massimo la situazione di instabilità garantita anche dal “niet” deciso nei confronti del PD per spingere questi ad allearsi con Berlusconi. In questo modo, il Movimento (ancora in crescita nei sondaggi, nonostante non stia facendo nulla) sarà in grado di aumentare il proprio bacino elettorale.

Il PdL, invece, potendo contare sull’appoggio insperato di Napolitano rientra prepotentemente in gioco. L’unico modo per far contare la propria posizione è, infatti, quello di sostenere un governo di Centro-Sinistra con un programma concordato anticipatamente. In questo modo potrebbe anche cercare di far valere il volere di Berlusconi per un Presidente della Repubblica a lui gradito. Sia il Cavaliere, sia i suoi fedelissimi si rendono conto, infatti, di essere in una delicata situazione ma l’insistenza di Bersani per guidare un Esecutivo e la volontà del Presidente della Repubblica di dar vita ad un governo di larghe intese sono un ottimo modo per uscire dall’angolo, facendo pesare i propri senatori. Al momento, come detto sopra, gli spiragli per un’intesa col principale competitor degli ultimi anni sono davvero minime ma, qualora Bersani dovesse fallire, tutte le carte verrebbero sparigliate. Nonostante il PdL abbia abbassato i toni negli ultimi tempi, la loro macchina elettorale lavora sotto traccia cercando di capire quanto converrebbe tornare a votare il prima possibile.

Napolitano si trova quindi a gestire una situazione non facile con l’impossibilità di sciogliere le Camere. Sia da diversi politici, sia d diversi giornali è arrivata l’idea di un secondo settennato dell’attuale Presidente della Repubblica o una deroga al suo mandato per garantire che un “Governo del Presidente” si occupasse della legge elettorale e di rassicurare l’Europa sulla situazione italiana. Più volte, però, l’interessato a negato questa possibilità. Ciò non toglie che fino a quando sarà in carica, farà di tutto per dare vita ad un esecutivo. Nei colloqui avuti con i capi partito, ha avuto modo di tastare il polso della situazione e ha richiamato più volte tutti gli attori al buon senso e alla necessità di un Governo in grado di affrontare un momento turbolento come questo. Napolitano è ben conscio che se anche avesse potuto sciogliere le Camere, con l’attuale legge elettorale la situazione non cambierebbe nemmeno se si andasse a nuove elezioni.

Questi sono i fatti. Ora, brevemente, esporrò la mia opinione e i miei dubbi su alcuni elementi che, a mio modestissimo parere, non sono di poco conto.

La prima cosa su cui vorrei soffermarmi è l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Introno a questo evento il PdL si gioca tutto: un Presidente ostile, infatti, potrebbe segnare la fine della carriera politica di Berlusconi che, come tutti sappiamo, è sotto processo per svariati reati attribuitigli. La cosa che mi stupisce/perplime è che nonostante i tanti proclami fatti da M5S, l’unica occasione effettiva (e assolutamente politica) per mettere fuori gioco Berlusconi non voglia essere sfruttata perché si parla di candidati non indicati da loro.

La seconda cosa che mi ha fatto storcere il naso e non poco è stato il teatrino volgare e mortificante dei Deputati del PdL sulle scale del tribunale di Milano. Credo che in nessuna democrazia occidentale si sia mai visto uno spettacolo tanto triste quanto avvilente e fuori luogo. È evidente che i problemi degli italiani che li hanno eletti non siano quelli che affliggono il loro Leader, ma quelli creati da governi scellerati che hanno gestito male la Cosa Pubblica.

La terza, e ultima cosa, è il fatto che, a parte gli otto punti del programma che Bersani vorrebbe portare avanti, non si stia più sentendo parlare nessuno dei problemi che affliggono il Bel Paese. Berlusconi e i suoi parlano di riforme istituzionali e riforme per rilanciare l’economia, scordandosi però che nella precedente legislatura avrebbe potuto dar vita a questo programma di rinnovamento, dato che i numeri li avevano. M5S pretende questa o quella carica, chiede di formare un Governo (senza nemmeno sapere chi lo guiderà), dice che ribalterà il parlamento eppure non avanza proposte se non una commissione di inchiesta sulle grandi opere. Nel frattempo mandano alle consultazioni una persona non candidatasi e non eletta per incontrare il Presidente della Repubblica. Si vantano della tanto decantata trasparenza e poi gran parte delle sedute più importanti vengono fatte a porte chiuse. In tutto questo tram-tram, però, non è stata avanzata una proposta concreta.

I temi davvero importanti che riguardano il rilancio dell’economia interna, una nuova regolamentazione del mercato del lavoro, una legge anti-corruzione decente, una nuova legge elettorale e una riforma istituzionale per il momento sono state messe da parte, non si sa per quanto tempo ancora.

Questo è quanto.

Cya.

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Unione Europea

E, alla fine, eccoci qui con l’articolo serio di cui parlavo nell’ultimo post. L’avevo promesso e per la vostra gioia, ho finalmente finito.

Euro sì o Euro no? Restare nell’Unione Europea oppure uscirne? O, ancora, creare un’Europa debole e crearne una forte? Queste sono le domande che molti esperti (o supposti tali) e altrettanti politici si sono posti da quando è iniziata questa crisi. In questo articolo, quindi, scriverò il mio punto di vista sull’Unione Europea, su ciò che c’è stato di sbagliato e su come si dovrebbe sviluppare in futuro.

E ho deciso di partire con ciò che di sbagliato è stato fatto, a mio modesto parere. E, indubbiamente, in prima posizione non può che esserci la decisione di utilizzare una Moneta Unica in presenza di diverse politiche economiche e finanziarie. Gli Stati mediterranei, infatti, hanno avuto politiche meno accorte rispetto agli Stati del Nord Europa e le differenze sono sotto gli occhi di tutti: mentre la Germania (per citare un tra i paesi membri più forti) va a mille, Italia, Spagna e Grecia arrancano e o hanno avuto bisogno di aiuti o li chiederanno presto. Un altro errore, riguarda la questione greca. Questione greca di cui tutti i paesi erano consapevoli sin dal 2008 e per cui non è stato fatto nulla, convinti che si sarebbero salvati da soli. Questa previsione errata ha poi portato alla situazione odierna e all’ondata speculativa che ha colpito l’Europa in modo più o meno consistente.

Ovviamente, oltre a questi aspetti negativi, ci sono anche quelli positivi. Molti Stati all’interno dell’UE, se non ne facessero parte sarebbero falliti da molto tempo (su tutti Spagna e Grecia, ma anche l’Italia probabilmente). Gli aiuti stanziati però, hanno permesso di resistere ad una crisi di dimensioni globali in modo discreto. I paesi che ad oggi soffrono di una situazione complicata, devono questo momento non tanto ad una colpa dell’Euro, quanto a problemi interni ingigantitesi ad un livello tale da dover richiedere aiuti ai paesi esteri. Indubbiamente, gli aiuti avranno il loro prezzo e in Grecia si sono visti e si stanno vedendo i risultati.

Arrivati a questo punto, però, non si può tornare indietro. O meglio, si potrebbe farlo a costo di enormi sacrifici. Sacrifici che pochi stati (probabilmente, giusto un paio) riuscirebbero a sostenere e non senza danni nell’immediato. Per questo motivo, ritengo che il processo che ha portato alla nascita dell’Unione Europea sia irreversibile e, anzi, dopo l’unione monetaria sarebbe necessario l’imbastimento di un’unione politica che sarebbe dovuta essere stata fatta ancora prima di quella monetaria. Con unione politica non mi riferisco soltanto a politiche monetarie, economiche o finanziarie ma alla politica in senso stretto.

L’unione politica, una volta raggiunta, si baserebbe su solide fondamenta democratiche tali da evitare che alcuni paesi prevarichino con le proprie posizioni gli altri.

I momenti elettivi previsti sono due. Nel primo si eleggerà il Parlamento Europeo mentre nel secondo si eleggerà il Governo Europeo. Il Parlamento Europeo verrà eletto da tutti i cittadini dei paesi membri. Lo Stato nazionale, raggiunta l’unione politica, diverrà uno Stato-Regione. Ogni Stato-Regione avrà diritto ad un numero di rappresentanti proporzionali alla propria popolazione (Molto simile al modello statunitense, tanto per intenderci). Ovviamente, per evitare squilibri legati alla sola quantità della popolazione, verranno create fasce in modo tale che, all’interno della medesima fascia, i paesi abbiano lo stesso peso  politico.

Tanto per chiarire meglio il concetto, la suddivisione dovrebbe ricalcare la seguente (N.B.: I numeri dei parlamentari sono ovviamente indicativi)

Fascia uno: fino a 25 milioni di abitanti: 3 rappresentanti
Fascia due:  da 25 a 40 milioni di abitanti: 4 rappresentanti
Fascia tre: da 40 a 55 milioni di abitanti: 5 rappresentanti
Fascia quattro: da 55 a 70 milioni di abitanti: 6 rappresentanti
Fascia cinque: oltre i 70 milioni di abitanti: 7 rappresentanti.

Con questa suddivisione, i giochi di potere dovrebbero essere più difficili da attuare e ci sarebbe una maggiore possibilità che paesi densamente abitati non abbiano posizioni predominanti grazie alla presenza di altri Stati-Regione in grado di confrontarsi con loro. Questo metodo elettivo, però, sarà adottato soltanto per la Camera (che, per comodità, chiamerò Camera dei Deputati Europea). Il suffragio sarà universale e verrà riconosciuta la possibilità a qualunque cittadino, indipendentemente dalla propria nazionalità, di votare un candidato qualunque (Per esempio: Un italiano potrebbe votare un candidato spagnolo. Uno tedesco potrebbe votare un candidato olandese e così via).

La seconda Camera (che chiamerò Senato Europeo) verrà eletta in modo diverso. Innanzitutto gli Stati-Regione, indipendentemente dalla popolazione, avranno lo stesso numero di senatori. Ogni cittadino avrà la possibilità di votare candidati appartenenti solo ed esclusivamente al proprio Stato-Regione.

Ovviamente, il sistema parlamentare potrà godere del così detto “Bicameralismo imperfetto” (due Camere aventi poteri e funzioni differenti). La Camera dei Deputati Europea prenderà decisioni macroscopiche e si occuperà della legislazione dell’intera Unione Europa. Il Senato Europeo, invece, si occuperà dei problemi e delle necessità degli Stati-Regioni e prenderà decisioni legate maggiormente ai singoli Stati-Regione.

La durata dei mandati delle due camere sarà di cinque anni.

Per quanto riguarda il Governo Europeo, invece, la popolazione andrebbe ad elezioni dirette nel seguente modo: ogni Stato-Regione proporrà un proprio candidato alla Premiership. Da questa rosa di nomi verranno scelti i quattro candidati che riuscirebbero ad ottenere la maggioranza più ampia in Parlamento. Una volta ristretta la rosa dei candidati e trovati i fatidici quattro, la popolazione sarà chiamata ad esprimere, attraverso il voto, la propria preferenza tra i quattro nominativi disponibili. Il vincitore potrà essere eletto per due mandati della durata di cinque anni (la ricandidatura del premier sarà “automatica”). Il nuovo Premier sarà poi chiamato ad assegnare i Ministeri ai Ministri proveniente dai vari Stati-Regione da lui scelte. L’unico limite alle nomine è quello che il Premier non potrà scegliere un Ministro proveniente dal suo stesso Stato.

Per chiarire questo passaggio, un eventuale Premier sarebbe scelto e formerebbe un governo in questo modo:

Scelta del Premier:

Candidato A: Belga
Candidato B: Francese
Candidato C: Olandese
Candidato D: Portoghese

Dopo le elezioni:

– Presidente del Consiglio: Belga
– Ministro Economia: Tedesco
– Ministro Istruzione: Olandese
– Ministro Welfare: Italiano
– Ministro Agricoltura: Francese
– Ministro Difesa: Austiraco

E così via dicendo.

Al termine della prima legislatura, il Premier uscente si troverà a dover affrontare tre nuovi avversari provenienti da tre Stati-Nazioni. Nel caso in cui vincesse, procederebbe con la propria legislatura. Nel caso in cui perdesse, invece, dovrà aspettare nuovamente che il suo nominativo venga scelto in un’altra tornata elettorale.

Per chiarire:

Premier Uscente: Belga
Candidato 1: Spagnolo
Candidato 2: Italiano
Candidato 3: Tedesco

In questo modo ci si assicurerebbe una continua rotazione del Premier e tutti gli Stati-Regione sarebbero chiamati ad avere come Premier dell’UE un proprio rappresentante.

Le iniziative del Premier, prima di diventare legge, dovranno ottenere il via libera da parte della Camera dei Deputati Europea per quanto riguarda eventuali leggi di carattere “generale” (dove per “generale” si intende riguardanti l’intera UE) mentre, per quanto riguarda le leggi legate ai singoli territori (Leggi “Speciali”), dovrà ottenere il nullaosta da parte del Senato Europeo.

Per quanto riguarda gli Stati-Regione, invece, ci sarà un Governo avente la caratteristica di essere in possesso di poteri “limitati”. Il compito di un Governo dello Stato-Regione è quello di amministrare sul territorio e mettere in pratica le indicazioni derivanti dallo Stato Federale (l’Unione Europea) attraverso leggi speciali che si adattino nel miglior modo possibile al territorio su cui verranno applicate. A capo di questi Governi ci sarà un Senatore Europeo precedentemente eletto dal popolo. La durata del mandato sarà, ovviamente, di cinque anni. A livello “locale” si assisterebbe all’abolizione di Regioni e Provincie. Abolizione legata al fatto che lo Stato-Regione non sarà altro che una macro-Regione facente parte di un organismo più grande. L’abolizione, quindi, lascerà in vita solo i Comuni. Comuni che potrebbero essere organizzati in macro-aree in cui, per esempio, il comune di Milano comprenda tutta la Brianza, rendendo di fatto i vari Paesi solo frazioni. Ci sarà un solo Consiglio Comunale in cui ogni frazione sarà rappresentata da un consigliere comunale che esporrà problemi e proporrà mozioni riguardanti il territorio di appartenenza. All’elezione del Sindaco parteciperanno i membri di tutte le frazioni che compongono il Comune.

Esempio chiarificatore:

Comune di Milano sarebbe così strutturato:

– Comune di Milano
– Comune di Milano: Frazione Meda —-> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Seveso –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cesano –> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cormano -> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Cusano —> Un consigliere
– Comune di Milano: Frazione Arese —–> Un consigliere

Eccetera, eccetera.

Piccola digressione sui Partiti Politici: a livello di Unione Europea esistono già partiti politici comparabili (più o meno) ai vari partiti di Destra/Centro/Sinistra presenti in Italia e negli altri paesi europei.

Per quanto riguarda il sistema giuridico, tecnici altamente specializzati, si occuperanno di estrapolare le migliori leggi sulle varie materie per crearne un nuovo che faccia da base per le implementazioni necessarie con lo svilupparsi della vita del nuovo Stato. Le leggi selezionate verranno presentate con largo anticipo a tutti i cittadini, in modo tale da rendere il cambiamento il più comprensibile possibile per tutti. Finito il periodo di transazioni il nuovo sistema giuridico sarà valido per tutti gli Stati-Regione.

Culturalmente, invece, i più grandi cambiamenti deriveranno dalla componente linguistica. La prima lingua per tutti, a livello scolastico diventerebbe l’inglese. Inglese che dovrebbe essere parlato anche nella vita di tutti i giorni, in modo tale che diventi a tutti gli effetti “prima lingua”. Le lingue nazionali diventerebbero dialetti/seconde lingue e ci sarà la possibilità che lo studente impari una terza lingua a scelta

Tanto per capirci:

– Prima lingua obbligatoria: Inglese
– Seconda lingua obbligatoria: Lingua Stato-Regione (Italiano)
– Terza lingua facoltativa: Francese.

Ecco, come dovrebbe evolversi l’Unione Europea secondo me. Per alcuni quanto qui letto non risulterà nuovo perché avevo già accennato ad una bozza di idea (che è stata confermata in gran parte ed implementata in alcuni punti) su G+. Per gli altri, probabilmente questo articolo sarà solo una rottura di coglioni. Ma chissene.

Questo è quanto.

Cya.

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Vent’anni.

Oggi è la giornata in cui si celebrano i vent’anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e quattro uomini della scorta. Prima di iniziare con l’articolo vero e proprio, scritto da me voglio riportare quanto scritto su “Il Fatto Quotidiano” a riguardo di questo tragico anniversario:

Isolato e “seviziato”, ma non arretrò: per fermare Falcone ci volle il tritolo

La strage di Capaci vent’anni dopo. Il magistrato “morto che cammina” aveva portato un vento nuovo dopo gli assassini di Terranova, Costa e Chinnici. Istruì il più grande processo alla mafia che si ricordi. Obbligò il mondo a decidere dove stare. Ma come in tutte le curve della storia del nostro Paese arrivarono le bombe, i morti e le stragi

Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare TerranovaGaetano CostaRocco Chinnici.

Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni-La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.

Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo.

Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.

Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella della Ginestraa ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.

(Link all’articolo)

Pur non avendo potuto seguire e informarmi in quei momenti, dato che avevo appena un anno, mi sono documentato a lungo sui fatti accaduti quel 23 maggio del 1992. E, per quanto banale possa essere, non posso esimermi dal dire quello che penso su quegli eventi e sui motivi per cui, secondo me, si è arrivati a dover fare una cosa del genere. Indubbiamente sia sulla morte di Falcone, sia su quella di Borsellino non è mai stata fatta chiarezza. E purtroppo, da vent’anni a questa parte, non si sa molto di più di quanto si seppe allora. Ci sono tante congetture, tante ipotesi ma nessuna certezza. E l’Italia? L’Italia com’è cambiata da allora? Purtroppo, la risposta non è piacevole: l’Italia è peggiorata. Ed è a questo punto che viene da chiedersi il perché di questo peggioramento.

I motivi sono molteplici e tutti ugualmente importanti: innanzitutto sono mancati magistrati che, a tutti gli effetti, abbiano continuato l’opera di Borsellino e Falcone. Con questo non voglio dire che i magistrati italiani non siano capaci di fare il loro lavoro, ma semplicemente, voglio dire che di Borsellino e Falcone ce ne sono stati solo due e difficilmente si ripresenterà qualcuno con la loro stessa passione per la giustizia e voglia di verità. L’unica persona che era stata accostata a loro fu Di Pietro. Di Pietro che, però, anziché andare avanti ha fatto una scelta più sicura, più facile: non finire il lavoro iniziato ed entrare in Politica, lasciandoci una classe dirigente non del tutto epurata e assolutamente non rinnovata.

Poi c’è la Mafia che, oggi ancora più di allora, ormai è una potenza economica a cui non si vuole porre freno. Questa organizzazione ha introiti superiori a quelli dello Stato, possiede fabbriche, case, terreni, campi da calcio. È, a tutti gli effetti, un’azienda che si dirama in tutti i campi e che ha contatti con tutte le persone che contano. Persone che dovrebbe fare in modo di fermarla (Politica, magistrati e compagnia bella) sono, invece, collusi e corrotti. La Mafia è talmente potente da arrivare, in modo subdolo e indiretto, anche al potere: non è un mistero che nella mia zona (la Brianza) un comune sia stato commissariato perché c’erano notevoli e importanti infiltrazioni mafiose. Il vero problema degli italiani (che con la nascita della Lega Nord si è addirittura radicalizzato di più) è che si fosse (e si continua a pensare) che la Mafia sia una piaga solo del Sud e che al Nord non ci sia. Questa mentalità non ha fatto altro che giovarle, dandole la possibilità di spostarsi verso il ricco Nord dove, senza ombra di dubbio, ha maggiori possibilità di espansione e di riciclo del denaro sporco.

E la collusione di cui parlavo qui sopra porta proprio allo Stato. Il modo di fare i processi di Falcone e Borsellino è stato abbandonato. Tutte le loro conquiste, le loro lotte non sono state continuate e, anzi, col passare del tempo abbiamo assistito ad un generale ammorbidimento delle pene riguardanti il Carcere Duro (41 Bis) e abbiamo addirittura assistito a trattative tra Stato che, così facendo ha riconosciuto il potere della Mafia, e Mafia stessa che si è vista trattare come una forza sul stesso piano di quella statale. Inutile, poi, sottolineare come le indagini sulla loro morte siano state sempre bloccate dalla “Ragion di Stato” che poneva vieto di divulgazione (e di indagine) quasi fosse un dogma religioso. La verità, purtroppo, è che sia Falcone, sia Borsellino erano giunti dove nessun altro era giunto: avevano trovato, probabilmente, i nomi di coloro che collegavano la Mafia alla Politica, all’Economia e allo Stato, continuando il lavoro iniziato dal Generale Dalla Chiesa. Famosa rimarrà un’intervista trasmessa a notte fonda in Italia, ma andata in onda in prima serata in Francia in cui accennava ai rapporti tra Mafia e Berlusconi (lo stesso Berlusconi che, da lì a due anni, sarebbe sceso in Politica con il Partito “Forza Italia”, lo stesso Berlusconi che aveva come stalliere il boss mafioso Vittorio Mangano, lo stesso Berlusconi che è amico intimo di Marcello Dell’Utri accusato, dichiarato colpevole e poi rimandato in giudizio in cassazione del reato di “Concorso esterno in associazione mafiosa”). Anche i vecchi poteri politici, travolti da Mani Pulite, erano probabilmente legati alle associazioni mafiose (Famoso resterà il presunto bacio tra Totò Riina e Andreotti, leader della DC e sette volte Presidente del Consiglio e tutte le testimonianze dei pentiti che lo riguardavano, non prese in considerazione). Insomma, è evidente che la verità non era “destinata” a conoscersi per la volontà dei “potenti”. Non era destinata ad essere rivelata per la volontà della vecchia classe politica e per permettere a quella nuova (e ben peggiore) di radicarsi senza alcun problema, per garantire una sorta di continuità ad un’istituzione.

Ultimo elemento di riflessione è la scomparsa dell’agendina di Paolo Borsellino. Quello era l’unico elemento contenente il sunto di un lavoro durato per circa vent’anni ed era la nostra ultima occasione di sapere la verità. Ma come sempre, in questi casi, tutto resterà nell’ombra, nell’oscurità per volontà di uno Stato che, per gran parte della sua storia repubblicana, ha insabbiato, nascosto o cambiato la verità. Ne è un esempio lampante la mancata trattativa tra le BR e lo Stato quando rapirono Moro (pronto a portare al Governo la Sinistra per un nuovo rilancio istituzionale del paese). Ne sono un esempio la mancanza di colpevoli certi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Ne è un esempio il fatto che non si conoscano, ancora oggi, i nomi dei mandanti della Strage di Bologna. Ed è per questo, è per senso di giustizia e per amore della verità che dovremmo pretendere di conoscere le verità su quei fatti e non accontentarci di risposte evasive o, come più spesso accade, di mancanza di risposte. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lo hanno fatto a costo della loro vita e per far sì che non siano morti in vano è nostro dovere, coi mezzi a nostra disposizione, fare in modo che una verità a lungo taciuta venga a galla, una volta per tutte per quanto brutta, scioccante e scomoda possa essere.

Mi ricollego per un attimo al discorso fatto a fine articolo, per un brevissimo commento: come giustamente scritto nell’ultimo paragrafo, anche durante i cambiamenti che stanno sviluppandosi in questi giorni si sta assistendo alla ricomparsa del terrorismo. Terrorismo che colpisce il popolo. Terrorismo che vuole impedire un cambiamento necessario al nostro paese. Terrorismo che instilla paura e insicurezza, insicurezza che ci spinge a legarci a quanto già noto accettandolo come il male minore. Terrorismo che ci spaventa al punto tale da non voler rischiare a fare quel passo in più che porterebbe a dei cambiamenti. Terrorismo che, per quanto si autodefinisca “contro i poteri dominanti”, alla fine non fa altro che farne il gioco spingendoci a rinnovare la nostra fiducia in queste istituzioni ormai putrescenti e decadenti (e quale modo migliore di rinnovare l’appartenenza ad un’istituzione se non uccidendo qualcuno, facendo in modo che l’intera società si raccolga intorno ad un punto fermo, ad una sicurezza?). Istituzioni che non vogliono rinnovarsi e, anzi, continueranno ad autoriprodursi sempre nello stesso modo. Terrorismo che, purtroppo, alla fine resterà impunito proprio grazie alle istituzioni che ne traggono giovamento.

Questo è quanto.

Cya.

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