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Tra una partenza e l’altra

Rieccomi di rientro dall’ennesimo viaggio. In realtà, sono rientrato febbricitante lunedì sera ma ho avuto da fare altro e quindi qui non ho scritto. Il fatto che domenica riparta (e questa volta sarò senza internet per ben otto giorni) mi concede poco tempo per poter scrivere qui. Il post, ovviamente, non parlerà di assolutamente nulla. Anzi, lo sto scrivendo solo perché ho in mente il finale definitivo e assoluto.

Sullo studio estivo. Ho iniziato a studiare. Viaggio con una media di tre ore e mezzo (circa) al giorno. Oggi sono venuto a capo della funzione della domanda e di quella dell’offerta. Sono un bambino felice perché sono riuscito anche a fare gli esercizi e ciò è una cosa molto figa, alla luce del fatto che soltanto sabato non riuscivo a capire un cazzo di quello che stavo leggendo e la mia reazione era di perplessità. In montagna, senza l’internet, spero di incrementare le ore studio e di trovare il tempo per fare più esercizi.

Sul Blog. L’About me è stato rifatto di nuovo. Avere due schede mi sembrava poco sensato e in un raptus di follia, le ho fuse. Mi fa piacere che qualche visitatore ci finisca sopra per sbaglio anche se dubito venga letto, quindi è come se nessuno andasse a visitarlo. Il progetto di approfondire i must read e i must watch è ancora in fase di progettazione ma farò in modo che non venga droppato per mancanza di voglia/tempo/salcazzoché. Magari non uscirà nulla entro breve, ma comunque prima o poi qualcosa si smuoverà. Restate in attesa. Oppure sbattetevene le palle, non che la cosa mi cambi molto.

Sulla scrittura. Nonostante qui sul blog non abbia avuto molto da dire, negli ultimi tempi, le mie energie sono concentrate su un progetto che potrebbe non vedere mai la luce. La notizia positiva è che mi tiene lontano da qui. Quella negativa è che, purtroppo per voi, non lo fa abbastanza. Non dirò nulla anche perché, sebbene un’idea di massima l’abbia in mente, molte cose devono ancora essere decise e messe nero su bianco. Ritornando a parlare di scrittura in senso più ampio, non escludo di scrivere un post simile a “Sulla strada per Samarcanda” appena mi verrà l’illuminazione.

Sulla politica. È parecchio che non parlo né di politici, né di politica. Probabilmente, di rientro dalle vacanze, tornerò a farlo magari cercando di evitare quelle panoramiche generali di cui non frega un cazzo a nessuno. In fondo sia PdL, sia PD mi offrono tanto di cui poter parlare. Indubbiamente mi occuperò sia della condanna di Berlusconi, sia del congresso che ancora non ha una data precisa e proverò a spingermi nel campo delle ipotesi riguardo ad una prossima campagna elettorale. Tutto questo avverrà, probabilmente, sul medio termine, ma il primo dovreste averlo entro la fine di settembre.

Sulle visite. Cose A Caso ha assistito ad un graduale, ma continuo declino di visite. Dopo aver raggiunto picchi insperati e non voluti, si sta rientrando normalmente alla normalità (per quanto le parole chiave che portano qui i visitatori siano tutto, fuorché normali). Mesi e mesi di duro lavoro hanno iniziato a dare i propri frutti giù da un po’ di tempo, ma ho aspettato a dirlo perché volevo si confermasse il trend e che non fosse tutto attribuibile a un calo momentaneo e fisiologico. E che ve devo dì? So soddisfazioni.

Sulla frequenza dei Post. Sto pensando di aumentare le pause tra un post e l’altro. Anziché scrivere un post a settimana (“Citazioni”, “Riflessioni a Caso”, “Dialoghi Surreali” non li conto), penso ne scriverò uno ogni due/tre settimane, per arrivare ad avere almeno uno o due post al mese. Le motivazioni alla base di questa scelta sono diverse: da un lato c’è la mancanza di argomenti da trattare, dall’altro dei ritmi che non mi permettono di tirar fuori roba interessante (o per lo meno, più interessante di questa), dall’altra ancora la noia e il logorio dell’abitudine. D’altro canto, l’obiettivo è quello di mantenere la striscia positiva che ora è arrivata a ventidue mesi di seguito. Inoltre spero che questo mi permetta di potermi concentrare anche su altro.

Sul tedio estivo. E, quest’anno, complice il fatto che sia sempre con la valigia in mano, il tedio estivo non s’è ancora fatto sentire. Ho avuto modo di occupare il mio tempo in modo proficuo e divertirmi. Tra l’altro, bene o male, sono riuscito ad avere dei rapporti interpersonali quasi decenti che mi hanno lasciato aperte delle alternative di uscita anche quando ero a casa. È anche vero che pur di far passare il tempo mi sia messo a studiare, il ché e tutto un dire… Però, non c’è male rispetto agli anni passati.

Sulle madri nordiche che ti fanno innamorare. Perché, ti può capitare di andare a cercare un posto all’ombra ed essere circondato da tedeschi e olandesi. E ti può anche capitare di vedere, oltre a tanti marmocchietti o vecchiacci, una madre bellissima. Con un nasino a punta squisito, dei capelli biondissimi e degli occhi azzurrissimi. E, sì, può anche capitarti di pensare “Zap! Now I’m in love”. Ecco, a me è capitato.

Sul finale e il motivo del post. E, ci siamo, siamo arrivati al pezzo forte. Ché, se un giorno mi dovesse succedere quanto sto per scrivere, le cose possibili sono tre:

1) Ha letto questo post.
2) Gli Dèi esistono.
3) È la donna della mia vita (e, probabilmente, ha letto questo post).

Comunque sia, il sogno è che codesta donna, dopo un pompino, mi dica “Sa di comunismo e di libertà.”

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

Il Disagio.

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Prime impressioni e conseguente ipocrisia

Qualcuno (senza fare nomi) ha detto che si denotava la mancanza dei miei post pieni d’odio. Questo non sarà un post pieno d’odio (almeno non intenzionalmente) ma si limiterà a descrivere una consuetudine con cui tutti, chi più e chi meno, ha avuto a che fare. Prima di passare all’articolo vero e proprio è necessario specificare alcuni piccoli dettagli.

I dettagli in questione sono i seguenti:

– Per prime impressioni, oltre al primissimo acchito, si intendono anche i primi due/tre giorni di frequentazione, per quanto riguarda la RL
– Per gli amanti delle amicizie virtuali, invece, si intendono le prime settimane di “chiacchiericcio” fino al mese. Il motivo di questa dilatazione temporale è presto detto: parlare con una persona tramite internet non tiene conto delle differenti variabili che ci sono in un incontro “faccia a faccia”. L’esperienza è comunque diversa e probabilmente rientra meno nella casistica che mi appresterò a descrivere qui sotto.
– Quanto qui scritto è frutto di esperienze personali dirette ed indirette, ma rispecchia un buon 90% della casistica. Detto ciò, possiamo passare al sodo.

Le prime impressioni sono la base fondamentale di qualsiasi rapporto. Sono quelle che ti fanno capire se ci sia o meno feeling con la persona che ti trovi davanti. Eppure, non sempre sono affidabili. Molte volte capita che una persona che di primissimo acchito vi sia stata sulle palle, si riveli essere una personcina a modo con cui vi divertite un sacco. Per questo, di solito, si dice che nei rapporti è meglio dubitare delle prime impressioni perché non dicono tutto di una persona…Giusto?

Manco per il cazzo. Le prime impressioni sono fondamentali. Novanta volte su cento ci prendono. E le dieci volte che sbagliano, lo fanno perché eravamo distratti da altro. Mi si potrebbe dire che dopo due o tre volte che si vede una persone, la conoscenza è solo all’inizio ed è parzialmente vero. In quelle prime due o tre volte, in realtà, si comunica di più di quanto si pensi. E la comunicazione non è solo verbale, ma bensì anche fisico-gestuale. La prima cosa che colpisce una persona (nel bene o nel male) quando sta conoscendo qualcuno, oltre all’aspetto puramente fisico, è l’atteggiamento. L’atteggiamento che è, probabilmente, una delle discriminanti più importanti all’inizio del rapporto. E dico questo perché l’atteggiamento che si ha, inevitabilmente, si riflette sia sul linguaggio del corpo, sia sul modo di affrontare una discussione. Se una persona fosse davvero interessata tenderebbe ad essere più partecipe al discorso e anche fisicamente si porrebbe in maniera più aperta. Una persona interessata cercherebbe lo sguardo dell’altra per cogliere le sfaccettature di ciò che questa vuole trasmettere, mentre una persona poco interessata (oltre ad essere poco partecipe) tenderà a cercare elementi di interesse maggiore, con sguardo sfuggente o comunque evitando di incrociare quello della persona con cui sta parlando.

E, per quanto ci si sforzi, una volta che il rapporto ha inizio, difficilmente (se non addirittura quasi impossibile) sarà in contrasto con le sensazioni trasmesse dalle prime impressioni. Una persona che “a pelle” ci starà sul cazzo, per quanto si impegni a starci simpatica, finirà solo col farsi odiare di più. Quando invece una persona “a pelle” ci sta simpatica, viene più facile creare rapporti duraturi e più onesti.

Ma è in questi momenti che entra in gioco la “conseguente ipocrisia”. Ipocrisia mascherata da gentilezza che ci fa dire “Ma lo conosco da poco, Tizio, diamogli modo di farsi conoscere meglio”. Quell’ipocrisia tipica dei contesti sociali in cui ci deve (dovrebbe) essere una cortesia formale di fondo che ti è inculcata automaticamente sin dalle scuole dell’infanzia in cui devi (e sottolineo il devi) andare d’accordo per forza con tutti. Ipocrisia che si trascina nel tempo e ti accompagna lungo il percorso vitale. Ipocrisia che prende il nome di “quieto vivere”. E ne abbiamo esempi lampanti tutti i giorni, nel nostro piccolo: Caio ci sta sulle palle, ma per il quieto vivere, ci esco lo stesso perché sta simpatico ad altri della mia compagnia. Un collega di lavoro mi sta sul cazzo? Per il quieto vivere devo sorridere e far buon viso a cattivo gioco. Ho un cugino ammorba coglioni? Per il quieto vivere, quando lo vedo mi comporto educatamente per quanto, con profondo e forte desiderio vorrei prenderlo a testate sui denti.

E, a questo punto, dovrei consigliarvi di fottervene del quieto vivere e seguire le prime impressioni ma non lo farò. Non lo farò perché sarebbe altrettanto ipocrita. Sono io il primo, purtroppo, che non si fida(va) delle prime impressioni e si lascia(va) condizionare dai necessari meccanismi alla base della vita sociale stessa. Infatti, se ognuno di noi dovesse basarsi sulle prime impressioni, si troverebbe nella difficile situazione di essere circondato da un numero relativamente esiguo di persone e, questo, danneggerebbe il tessuto sociale che è composto, per l’appunto, di relazioni. Relazioni che molte volte vanno avanti per la necessità di mantenere l’apparente stato di calma che è, ovviamente, il suddetto quieto vivere.

Tanto, alla fine, quando una persona vi sta sul cazzo, quieto vivere o meno, prima o poi la manderete a cagare. È inevitabile.

Questo è quanto.

Cya.

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Comunicazione di Servizio

Dato che il tempo è tiranno e cospira contro di me, in caso di pioggia, il Meet Coso sarà rinviato alla settimana seguente (sempre di sabato). Vi farò sapere, con due righe qui, la soluzione definitiva.

Grazie per l’attenzione.

Cya.

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It’s Friday, I’m in love

Nonostante il titolo, mi spiace informare le gentil donzelle che ancora nessuna folle mi abbia accalappiato, quindi sono ancora sul mercato (Fuggite, sciocche!). La scelta del titolo, oltre ad essere una citazione coltissima (?), è dovuta al fatto che non sapessi come avrei potuto intitolare questo post e quindi…Quindi da bravo cazzone, ho scelto un titolo quasi a caso.

Il venerdì è un giorno strano. È il crocevia, il punto di svolta, della settimana. Si passa dal periodo scolastico-lavorativo al periodo dedicato al divertimento e al relax. Ma per me non è così. Per me il venerdì vuol dire fondamentalmente tre cose:

1) Non aver lezione il giorno dopo
2) Fare le pulizie
3) Noia. Tantissima noia.

Lo so, molti dei lettori dell’ultima ora potrebbero (e anzi, sono abbastanza convinto che lo faranno) storcere il naso di fronte al rapporto “venerdì = noia”. I lettori che mi conoscono meglio invece (i così detti “lettori abituali”) sanno assai bene quanto io sia facilmente soggetto a scazzo e sbalzi d’umore. Il problema del venerdì, in fondo, è quello di essere sia l’ultimo giorno della settimana lavorativa, sia l’inizio del week-end. Non ha un’identità ben definita. Non è carne, non è pesce. E questo, alla lunga, pesa.

Pesa perché, non sapendo bene cosa fare, arriva la noia. Una noia persistente accentuata anche dal tempo che c’è oggi. Sia chiaro, non sarei uscito comunque perché non ho una vita sociale che mi permetta di uscire il venerdì sera (e se l’avessi, culopeso come sono, a meno che non ci sia qualcosa di interessante, non uscirei comunque). Noia che poi mi porta a pensare al più e al meno. E con “al più e al meno” mi riferisco, soprattutto, ai tempi che furono.

I tempi che furono vedevano il venerdì come un punto di arrivo, una liberazione psicologica dagli “ingombranti” doveri di studente, almeno per un po’. Vivevo la settimana con l’ansia di arrivare a venerdì giusto per poter dire “Ah, che bello…Finalmente sono libero”. Libertà che poi veniva sprecata gozzovigliando con gli “amici dei tempi che furono”, con cui ho ormai perso quasi del tutto i contatti. Perché, in fondo, per un ragazzo il venerdì è il primo giorno con cui uscire e divertirsi con gli amici. Per i maniaci dell’organizzazione, come il sottoscritto, era anche un ottimo punto di partenza per organizzare in modo approssimativo quello che si sarebbe fatto tutti insieme. Ma poi, tutto è andato perduto. È andato perduto il significato “salvifico” che attribuivo al venerdì. Sono andati perduti i rapporti con le persone con cui li passavo.

Cos’è cambiato da allora? Fondamentalmente, penso sia cambiato il modo in cui io vedo il venerdì. Ora che non è più il punto di partenza per passare del tempo con i miei vecchi amici, è un giorno come tutti gli altri. E questo ci riporta ai tempi che sono. Tempi che hanno portato ad altri cambiamenti. Ci sono stati il cambiamento di amicizie e il cambiamento di abitudini. Infatti se prima il punto nodale della settimana, per trascorrere tempo con gli amici, era il venerdì, ora invece è il giovedì. Giovedì in cui, la sera, mi trovo con gli “amici dei tempi che sono” in videoconferenza su G+ per passare il tempo a parlare, a discutere e a cazzeggiare con immensa soddisfazione. Ed è il giovedì il giorno in cui si pianifica l’eventuale programma del week end con uno del gruppo (gli altri due sono esclusi per motivi geografici).

Ed è quando mi accorgo che in fondo si è trattato solo di cambiamenti marginali, che mi ricordo che i “tempi che furono” non ci saranno più e che quindi non devo indugiare troppo su quanto perso, ma piuttosto devo godermi quanto di guadagnato nei “tempi che sono”. E, per quanto ovvia possa sembrare una cosa del genere, per quanto scontata possa suonare, spesso tendo a dimenticarmelo.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: ringrazio Ammitta perché l’idea su “Tempi che furono/tempi che sono” l’ho rubata da alcuni album di fotografie che aveva su Feisbug.

 

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Puttanate varie e il nucleare

Non credevo di tornare a scrivere qui, data anche la mancanza di argomenti pseudo-interessanti da narrare a chi, per caso, fosse passato di qui. Non che ora le cose siano cambiate, eppure, il desiderio di lasciare anche solo queste poche righe qui s’è palesato questa mattina appena sveglio.

Solitamente avrei desistito appena riacquistata la lucidità necessaria a capire dove mi trovavo in quel momento e perché fossi in quelle condizioni ma, per colpa di un amico, ho deciso di non desistere questa volta. Ed eccomi qui a scrivere cose prive di significato ed di qualsiasi interesse per chiunque, compreso il sottoscritto. Ieri era il compleanno numero centocinquanta dell’Italia e, polemica politica a parte, devo dire che è stato qualcosa che non mi ha molto toccato. Su feisbug (definibile anche l’origine di ogni male nella società civile di oggi) una marea di ragazzini (e non solo, purtroppo) ha avuto la geniale iniziativa di “boicottare” i festeggiamenti in corso per dedicarsi al festeggiamento di San Patrizio. Liberissimi di farlo se avessero avuto dei motivi validi ma, ovviamente, di motivi validi non ve n’era l’ombra. Il vero motivo che emergeva, discutendone, era il seguente: “Fa figo fare il bastian contrario e l’alternativo su internet”. Triste, molto triste, facendo conto che questi stessi ragazzini non hanno la più pallida idea del significato intrinseco che la festa di ieri avrebbe dovuto rappresentare.

Saltando di palo in frasca, l’altro ieri ho raggiunto il venerando ed invidiabile traguardo del quinto di secolo. Nei giorni precedenti, in una depressiva introspettiva, mi sono chiesto che significato abbia il tempo per il mondo. Per l’essere umano, il tempo, è qualcosa di chimerico, guardato con timore. Il tempo è l’entità astratta che, passando, lo avvicina sempre di più alla morte. Ma stando ben a guardare, l’uomo non occupa che una piccolissima parentesi nella lunga storia della terra e, il concetto di tempo, è stato proprio introdotto dall’essere umano. E, come ben capirete anche voi, non è stato di certo il modo migliore per prepararsi psicologicamente e mentalmente alla conclusione del mio ventesimo anno di vita. Quindi, mi sento di consigliarvi questo: se avete una vita sociale, sfruttatela e non fatevi seghe mentali di questa risma, oppure ve ne pentirete!

Dato che stiamo parlando di cose attuali, come non commentare (seppur brevemente) quanto accaduto in Giappolandia? Eh sì, hanno preso proprio una bella sberla eppure sono rimasti (maniacalmente, devo dire) composti. Discutendone a tavola con mia madre, in un raro momento di saggezza che mi coglie mentre mi strafogo, dissi “I giapponesi li spezzi, ma non li pieghi. Sono davvero ammirevoli”. Dopo questa perla rara, mentre mi strafogavo al telegiornale ho sentito una notizia che mi ha perplesso assai: a Fukushima, in piena crisi nucleare, centoottanta volontari sono rimasti lì per “cercare di risolvere la situazione”. Ora, non fraintendetemi, è un gesto lodevole senza ombra di dubbio ma…È assolutamente inutile. Se avessero potuto fare qualcosa lo avrebbero fatto subito e non ci sarebbe stato nessun disastro nucleare. L’unica cosa che otterranno lì sarà, probabilmente, un tumore. Sono sicuramente eroi. Eroi suicidi, però.

Rimanendo in tema di perplessità e nucleare, come non si può parlare degli italiani che dicono “Sì, al nucleare. Tanto ce l’hanno anche in Francia, Germania e Spagna. Se succedesse qualcosa saremmo tutti coinvolti comunque”. Bene, d’accordissimo, ma voi, esimie teste di cazzo vi rendete conto che la Germania, la Francia e la Spagna non sono l’Italia? Vi rendete conto che in quei paesi ci sono controlli che in Italia non farebbero nemmeno tra sei secoli? Io, davvero, non lo so. Tra l’altro, gli individui di prima, accampano ragioni quali: “Alla fine saremmo autonomi nella produzione d’energia. Tra l’altro è una forma di energia pulita che ci permetterà di risparmiare in futuro”. Quando le mie povere orecchie odono queste cose, non posso fare a meno di chiedermi “Perché? Perché dite queste puttanate? Perché?”. Spieghiamo bene un po’ come vanno le cose in realtà:

1) Saremmo autonomi in fatto di energia anche se puntassimo su quella cosa chiamata “energia rinnovabile”. Questa sconosciuta in cui, stranamente, l’Italia è all’avanguardia non viene presa in considerazione dal attuale governo per qualche misterioso motivo noto solo a loro (Insomma, a dirla tutta: costruendo centrali nucleari anche loro avrebbero il loro guadagno)
2) Il nucleare non è un’energia pulita. Produce quei fastidiosi scarti chiamati “scorie radioattive” nocive per l’uomo e che richiedono un sistema di stoccaggio all’interno di magazzini che dovrebbero essere sottoposti a minuziosi, attenti e severissimi controlli.
3) L’uranio, senza il quale le centrali non funzionerebbero, è un minerale estremamente raro il cui prezzo è piuttosto elevato. Basti pensare che abbiamo più riserve di carbone, gas metano e petrolio (presi individualmente) rispetto a questo prezioso minerale.
4) I soldi risparmiati nel comprare energia verrebbero spesi per la costruzione delle centrali nucleari, i magazzini dove verranno stoccate le scorie, lo smaltimento dei rifiuti tossici e tutte le spese legate a quanto qui elencato. Siete davvero sicuri che convenga? 5) Creerebbe nuovi posti di lavoro? Certo. Peccato che in Germania, entro il 2050, verrà abbandonato il nucleare per passare alle energie rinnovabili. Da 30.000 persone circa occupate nel settore, si passerà a 340.000 circa. Dieci volte tanto e scusate se è poco.
6) In Italia, tra l’altro, c’è il pericolo che le ecomafie colpiscano provocando enormi danni all’ambiente e all’uomo. Non sarebbe la prima volta se riuscissero ad ottenere i diritti per occuparsi dello stoccaggio delle scorie, se voi sapendo questo riuscireste a dormire tranquilli, vi invidierei un sacco.
7) La maggior parte delle Regioni italiane o non sono adatte per motivi geofisici alla costruzione delle centrali o non vogliono che vengano costruite sul proprio suolo, quindi, mi chiedo e vi chiedo: dove dovremmo costruirle? In mezzo al mare? In cielo? Nel Sud Italia lasciandole in mano alla mafia? Io, davvero, non lo so.

Ora, cambiando nuovamente argomento, il 6 aprile si avvicina e il caro vecchio Berlusconi (ancora in cerca di un escamotage per non presentarsi al processo) si è dichiarato vittima di un complotto da parte di alcuni magistrati politicizzati che si sarebbero asserviti alla Sinistra per impedirgli di portare a termine il suo mandato. Mentre questo docile perseguitato si lamenta di questo, la procura ha ufficialmente depositato un fascicolo dove si dimostra che Ruby (sì, proprio la nipote di Mubarak) sia stata abbordata a sedici anni. Nel frattempo, il Presidente della Repubblica più amat…No, scusate, Pertini è morto (pace all’anima sua). Dicevo, il Presidente della Repubblica Napolitano invita ad abbassare i toni del confronto politico e afferma che “Il Federalismo renderà più unità l’Italia”. Ora, io non voglio dubitare delle parole di questo dolce e tenero vecchino, ma si può sapere come sia possibile che il Federalismo unisca anziché separare? Perplessità che raggiunge livelli allucinanti, quando ci rifletto su.

E, sicuramente, non può mancare l’angolo sportivo (qui, vi giuro, sarò molto telegrafico)

– L’Inter ha pescato lo Schalke e qualcuno ha avuto il coraggio di avanzare il dubbio sulla veridicità e la regolarità di tale sorteggio. È un fottuto Rexas organizzato da Massimo Moratti e la Uefa per prendere il controllo del mondo.
– Il Milan è senza il suo giocatore più importante: Cammello Ibra, che è stato spedito in un’oasi per tre giornate. Ma per il mister Allegri “il Milan farà beeeene” anche senza di lui.
– La mia squadra, la Juve: vorrei prenderla per il culo, ma ci pensa già la classifica a farlo, quindi…

Quindi è arrivato il momento dei saluti. Alla prossima!

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Primo pomeriggio di primavera

“Che fretta c’era maledetta primavera?”

Oggi, primo giorno di primavera,  ho in mente questo motivetto che ritmicamente mi rimbalza da un angolo all’altro della testa, in questo momento completamente svuotata.

Il cielo grigio e la pioggerellina che cade continuamente non rappresentano certo il tipico clima primaverile. Anzi, sembra che la stagione della risveglio se la stia prendendo con molta calma.

Ciò che non posso fare a meno di chiedermi è se questa primavera sarà stagione di risveglio e di sviluppo anche per me.

Risveglio e sviluppo necessari a modificare e, possibilmente, migliorare la mia personalità e quindi ogni possibile elemento della stessa, umore compreso.

Umore che sempre più spesso mi da problemi di instabilità. Instabilità che comporta picchi di ottimo umore seguiti da picchi di pessimo umore che si susseguono lungo l’arco dell’intera giornata, rendendo difficoltoso il mio rapporto con gli altri e anche l’equilibrio che tanto faticosamente e vanamente cerco di costruirmi.

Equilibrio che potrebbe esistere solo se non avessi rapporti con gli altri e vivessi in uno stato di completo ascetismo. Ascetismo che mi però mi è impossibile praticare, semplicemente perché vivo.

La mia vita, volente o nolente, mi costringe ad incrociare la strada di altre persone. La mia famiglia, i miei compagni di classe e i miei amici. Spesso ho desiderato prendere e scappare via, ma sono ben conscio che anche la solitudine e la fuga che la precede non sono una soluzione valida.

Fondamentalmente credo che il problema sia io. E’ come se avessi paura di aprirmi ad un mondo che spesso, forse troppo, mi ha ferito nei modi più disparati.  Penso anche di essere spaventato dalla possibilità di essere felice, nonostante la felicità sia una delle cose che brami di più non posso fare altro che ritenerla qualcosa di utopico e irraggiungibile.

Qualcuno ha detto su di me (e cito): “Sei tragico, un fottuto tragico.”. Non nego che possa essere così e a volte possa risultare anche esasperante nel mio pessimistico modo di vedere le cose.

C’era un periodo in cui spensieratamente guardavo al mondo e a tutto ciò che mi circondava con immotivata e innocente fiducia, ma quel periodo ormai è rilegato in un passato che sembra quasi non mi appartenga nemmeno.

E ora, invece? Ora vedo tutto con cinismo e con un sottile velo di malinconica e nostalgica ironia. La fiducia che prima avevo ora è del tutto svanita, con le illusioni che mi accompagnarono in “giovane età”.

E con le illusioni anche le speranze sono state spezzate e spazzate via. Ogni qualvolta mi permetto di sperare in qualcosa, puntualmente vengo deluso. Per questo motivo, sempre più spesso, indosso i panni del boia e affogo le mie speranze, siano esse fondate o meno.

Nel frattempo sento germogliare una sorta di misantropia malsana che ben si accorda con la maniacale e ossessiva necessità di solitudine di cui scrivevo sopra. Misantropia che nasce dalla mia indifferenza e insofferenza nei confronti del resto del mondo, un resto del mondo che ogni giorno di più mi fa schifo. Così come mi fanno schifo gli uomini, incapaci di preservare ciò che li circonda e sempre troppo occupati dei propri problemi per rendersi conto che anche gli altri ne hanno.

L’indifferenza nasce anche dalla mancanza di interessi che realmente mi permettano di distrarmi o che mi interessino.

Vivo una vita monotona, che non è in grado di stupirmi. In realtà, ora, mi accorgo che probabilmente non è mai stata in grado di farlo.

Definirei la mia vita solamente in questo modo: inconcludente.

Tutto ciò che ho iniziato non è stato portato a termine. E’ stato così per lo sport, per la chitarra, per i rapporti con le altre persone, per i miei progetti di scrittura. Per ogni cosa che non ero obbligato a fare.

E per ogni progetto interrotto ce ne sono stati almeno il triplo lasciati intentati.

E mentre io mi rendo conto della pressoché totale inutilità della mia vita, mentre i miei rapporti interpersonali già scarsi iniziano a deteriorarsi, mentre le mie certezze vengono distrutte, mentre il conflitto interiore che è in atto in me mi spossa e distrugge lentamente il tempo passa.

Ed infine, nel silenzio e nel grigiore, è arrivata un’altra maledetta primavera.

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