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2013

Il 2013 è appena iniziato e già, praticamente chiunque, ha parlato delle cose principali che avverranno quest’anno oppure ha fatto dei buoni propositi (cari amici che seguo sappiate che di questi post ne ho letti solo due e nemmeno in modo troppo convinto). Quest’anno, contrariamente alla tradizione, non parlerò né di cosa è stato fatto tra la fine dell’anno appena passato e l’inizio dell’anno appena iniziato, né snocciolerò i buoni propositi che non verranno mantenuti (anche perché, fortunatamente, non ce ne sono).

Quindi, per prima cosa, colgo l’occasione per ringraziare il Cacciatore di Tonni e la famiglia per averci fatto passare una piacevole serata dove buon umore e buona cucina l’hanno fatta da padrone.

E, come dicevo sin da tempi non sospetti, per questo 2013 l’unico vero obiettivo è quello di sopravvivere (questo spiega anche la scelta della canzone in Intermezzo Musicale #8). Tendenzialmente, è alla mia portata e non dovrei nemmeno impegnarmi troppo. Limitarmi ad usare il buon senso dovrebbe mettermi al sicuro dai principali pericoli e per tutto il resto c’è il karma positivo che ho cercato di accumulare durante il 2012, con scarsi risultati.

Chi ha ricevuto il mio messaggio di auguri, ieri sera, si è sicuramente accorto che il mio augurio è stato quello di avere un “discreto 2013”. Il motivo credo sia abbastanza evidente: difficilmente sarà un anno ottimo o di merda. Più realisticamente si arrancherà tra momenti positivi e momenti negativi. Alla luce di ciò, mi pare inutile perdere tempo a scrivere le solite minchiate in cui nessuno più spera o crede.

Una cosa però legata al passare del tempo sono i cambiamenti. A volte possono essere piccole cose, di minima importanza. Altre volte sono svolte radicali (registrabili comunque su un asse temporale molto più lungo rispetto ai primi). Ed è proprio di questo che ci siamo resi conto ieri sia io, sia la Fatina.

Basti pensare che fino a cinque/sei anni fa, il sottoscritto era un merdallaro duro e puro. Qualunque cosa non fosse metla era roba di merda, indegna di essere ascoltata. Ad oggi, invece, la mia cultura musicale (grazie anche ad influenze esterne) si è allargata ed espansa sino ad abbracciare svariati generi musicali che, chi più, chi meno, ascolto con piacere. Mi rendo conto di come questo esempio sia soltanto una banalità, eppure credo che questo ragionamento sia applicabile  a svariati campi.

Campi, quali la religione o la convivenza con gli altri, che col passare del tempo hanno visto le dinamiche entro cui mi muovevo mutare. In campo religioso, infatti, da un intransigente ateismo sono passato ad uno scettico agnosticismo. Ho imparato a rispettare le idee altrui (a meno che non siano stupidi fascisti o grillini) perché non tutti possono pensarla come me e, soprattutto, non sempre ho ragione. Ho imparato ad ammettere i miei errori (per quanto poco mi piaccia farlo) e a riconoscere quanto di giusto sia detto anche da persone che mi stanno sui coglioni. Ho anche capito che per quanto possa saperne su un dato argomento, qualcuno ne saprà sempre qualcosina in più grazie alle proprie esperienze. Ciò non toglie che sia rimasto supponente e convinto di sapere tutto io, almeno in apparenza.

Insomma, per poter giudicare questo 2013, sarà necessario arrivare alla fine dell’anno (e centrare il mio obiettivo stagionale) per fare un confronto tra quello che ero prima e ciò che sarò diventato quel giorno. Per il momento il bilancio è in positivo, spero solo non sia una bolla momentanea.

Abbiate un discreto 2013.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

Siccome sta canzone mi rimbalza in testa ossessivamente, beccatevela come bonus:

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Tutto cambia ma niente cambia.

Occhei, devo fare una premessa: Amici di G+, lo so…Non era questo il titolo che vi sareste aspettati di vedere, ma sarà il prossimo articolo…Loggiuro. Bene, detto questo, torniamo a parlare di cose…Hum…”serie”

Questo pomeriggio, dopo essere andato a fare una panoramica, sono andato a prendere le caramelle per mia sorella (età: 27 anni) al bar dell’oratorio. Per arrivare sul posto, ho attraversato una stradina adibita al passaggio di pedoni, biciclette e motocicli. Questa stradina di…cento, centoventi metri, dà la possibilità a chi lo volesse di sedersi all’ombra degli alberi a cazzeggiare.

Ed è stato sulla panchina più vicina al bar che ho visto un gruppo di ragazzini (15/16 anni al massimo) seduti lì, a fumare sigarette e parlare del più e del meno. Vedendo quella scena mi è tornato in mente quando, al loro posto, c’eravamo noi (con “noi” intendo quelli della mia età) e come prima di noi ci fossero le generazioni dei nostri fratelli e ancora prima un’altra generazione. È una sorta di passaggio comune a tutti (o quasi), come se fosse insito in noi dover transitare da quelle panchine durante la fase di maturazione che, inevitabilmente, ti allontana dal luogo in cui hai passato la tua infanzia e parte della tua adolescenza.

Fino a…Sette, otto anni fa, al loro posto c’ero io con i miei amici. Ci si trovava lì e chi voleva fumare (perché faceva indubbiamente figo, all’epoca) fumava, chi voleva cazzeggiare, cazzeggiava ma sempre con spirito di gruppo. Era lì che si decideva il da farsi. Era lì che stavamo quando non avevamo nulla da fare. Ed è stato sempre lì che il gruppo ha iniziato a sfaldarsi segnando la chiusura di un “ciclo” per lasciar posto alle generazioni posteriori alla nostra. E infatti, passato un anno, quel posto era già stato occupato da “facce nuove” che si emancipavano, si distaccavano e diventavano quello che noi eravamo prima.

Come dicevo sopra, questo spostarsi dall’oratorio alle panchine in stradina, sembra quasi far parte di un bagaglio culturale presente all’interno di tutti i ragazzi che transitino di lì. Tutti compiono quella prassi per dare una continuità ad una tradizione nata e consolidatasi negli anni. Su quelle panchine si è lontani dal controllo asfissiante degli adulti, ma non abbastanza per sfuggirgli del tutto. È un primo passo simbolico verso la maturità e l’indipendenza a cui miriamo. Ovviamente, mentre facciamo questo primo passo, non siamo conosci di ciò che rappresenti veramente e, nella stragrande maggioranza dei casi, lo accettiamo come una cosa naturale, un normale passaggio da una fase all’altra della nostra vita. Ed è stato mentre riflettevo su queste cose che ho capito che tutto cambia ma niente cambia.

Possono cambiare i protagonisti, ma la scena sarà sempre quella indipendentemente dagli interpreti. La variazioni sono minimali ed ininfluenti ai fini della storia. E se per caso, capitasse a qualcuno di passare di là, potrebbe succedere che, con un sorriso un po’ nostalgico, si ricordi di quando c’era lui, su quelle panchine.

Questo è quanto.

Cya.

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