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Di occhiate scambiate sul treno

No, in realtà non so di cosa parlerò. Non ho voglia di scrivere di politica e non ho nulla di particolarmente interessante di cui raccontarvi, perciò, penso che parlerò di tutto e niente.

La prima cosa che mi viene in mente è quindi il viaggio in treno di oggi. No, prima che sorgano dubbi, non ci sono stati ammiccamenti con belle fanciulline. Tutt’altro. Ma facciamo un passo indietro. Sto pomeriggio ho deciso di prendere il treno che si ferma in tutte. Salito al livello superiore (no, non ho skillato) mi son seduto e, dopo essermi tolto le cuffiette, mi sono messo a leggere. Ben presto, però, sono stato circondato da ragazzini urlanti.

Ecco, la prima cosa che non posso fare a meno di chiedermi è: ma anche io, sui treni, ero una scimmia urlante alla loro età? Dopo un breve, ma intenso esame di coscienza la risposta è no. Sarà che i viaggi in treno mi tediano, sarà che non ho bisogno di urlare per parlare con qualcuno (anche perché, tendenzialmente, a meno che non sia necessario vengo evitato anche sul treno), comunque sia non starnazzo come una gallina.

Tornando a noi, comunque, sono stato circondato da questi ragazzini urlanti. La fermata dopo, anziché scendere, ne sono saliti altri. Imperturbabile, comunque, ho di proseguire nella lettura. Per un momento, mi sono chiesto se dovessi rimettere le cuffie ma poi ho lasciato perdere. Fatto sta che, dopo la terza fermata sale un ragazzino e con tutti i posti a disposizione, dove si va a sedere? Indovinate un po’!

Avete detto di fianco a me? La risposta è sbagliata. Di fianco a me c’è il mio zaino contenente…Beh, il nulla. Comunque, si siede di fronte al mio zaino. Come faccio sempre, durante la lettura sul treno, mi sono preso una piccola pausa e mi sono guardato intorno. Ecco, ero il più vecchio (e meno rumoroso) sulla carrozza. Dopo aver preso atto di questo ed essermi nuovamente isolato, improvvisamente, ho colto lo spostamento del tizio che si è piazzato di fronte a me. Qualche secondo dopo, gli sento dire “Ciao”.

Ora, diciamocelo, non so se stesse parlando con me o con qualche suo compagno di scuola. E non voglio nemmeno sapere cosa gli sia passato per la testa, qualora avesse salutato me che, obiettivamente, sono una persona molto poco socievole quando non ho voglia di dar retta a qualcuno. Quello che conta è ciò che accaduto dopo quelle fatidiche quattro lettere.

Come dicevo, dopo il suo saluto, incerto se parlasse con me o meno, ho staccato per un solo momento gli occhi dallo schermo per fulminarlo con un’occhiataccia prima di riprendere ad ignorarlo. Dopo aver fatto questo, il ragazzino, ha preso la sua roba e si è spostato. Per onore della cronaca è stato sostituito da un uomo più vecchio di me che ha dormito tutto il tempo (e sono i compagni di posti che preferisco).

Morale della favola? Mai disturbare un Coso che legge. Spero che abbia imparato la lezione e che tutto questo non si ripeta più.

A questo punto, l’obiezione che potrebbe essere mossa è: “Ma se lo avesse fatto una bella figliuola?”. E sarebbe anche valida, non fosse che le belle figliuole mi evitano come i vampiri evitano la luce del sole.

Il terzo trimestre è incominciato da poco ma, dato che le materie sono interessanti come un calcio nelle palle, oggi ero distratto mentre il prof blaterava qualcosa (che probabilmente si rivelerà fondamentale) ho guardato fuori dalla finestra e ho visto una tizia coi capelli rossi, entrare nell’edificio in cui mi trovavo io.

Ovviamente, avendola vista di sfuggita, mi sono autoconvinto che fosse una tizia che conoscevo. Le mando un messaggio e lei mi chiama. Scuotendo il capo, mentre un mio conoscente faceva una battuta, riattacco. Le mando un altro messaggio dicendole che sono a lezione. Dopo esser riusciti ad identificarci a vicenda, scopro che non era lei la tipa in questione.

Ora, dato che a SPO di rosse così ne ho viste due in tre anni e non si trattava di nessuna delle due (l’altra ha i capelli ricci), le cose sono due: a) Ho le traveggole; b) Stiamo venendo invasi da fanciulle coi capelli rossi. In qualunque caso, la faccenda potrebbe essere estremamente positiva.

Ulteriore cambio d’argomento: vi ricordate quello che dicevo in “appunti di produzione”? No? Beh, non vi siete persi un cazzo. Cooooomunque, il progetto è parcheggiato lì e non credo lo svilupperò mai (o almeno nel prossimo futuro, dove per prossimo futuro si intendono questi mesi fino a luglio).

Perché ho lasciato perdere? Fondamentalmente perché mi è venuta un’altra idea da buttare giù per poi abbandonarla lì. Eh sì, lo so, è un peccato. So anche che voi speravate di leggere tutto quanto (nevvero, ma lasciatemelo credere) ma dovrete aspettare. Purtroppo, infatti, sono un cazzaro che fa fatica a scrivere un post alla settimana qui (e questo articolo lo dimostra), figuriamoci se son abbastanza skillato da poter portare avanti qualcosa con una trama organica.

A proposito di trame organiche e di letture, non posso non accennare velocemente al fatto che finalmente abbia messo le mani su tutta la serie di Wild Cards. Nel terzo libro, debbo dire, c’è la giusta tensione narrativa nonostante la brevità del volume (361 pagine). Tra l’altro, il mio bravissimo e bellissimo Kindle mi riesce a trovare anche le sigle senza troppi problemi (i libri sono in inglese, ovviamente).

Per concludere, una rapida carrellata di varie ed eventuali. Preso atto del fallimento della mail per contattarmi, ho eliminato la scheda e quella mail la userò per le registrazioni. V., hai avuto una pessima idea.

Sì, sto continuando ad uscire il sabato sera e questa cosa stupisce anche me, ma alla fine mi diverto. Emblematico è il fatto che esca con persone che hanno, in media, cinque anni più di me. A parte qualche eccezione, d’altronde, mi sono sempre trovato meglio con persone più grandi.

Siamo ad Aprile e tra una ventina di giorni (circa) andrò in fumetteria, dove mi aspettano i miei adorati tomi da divorare per poi riporli con cura sugli scaffali della libreria.

Bene, direi di aver finito.

Questo è quanto.

Cya.

Bonus:

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Piccoli passi

In questo post, tendenzialmente, narrerò gli eventi accaduti in data 27/07. La data sarebbe dovuta essere legata al primo “Meet Coso”, ma non è andata così e, col senno di poi, forse è stato un bene. Ma capirete tutto a lettura inoltrata.

Martedì 27 è iniziato in maniera diversa. Diversa perché, nonostante sia in vacanza, le due sveglie (cellulare + sveglia) sono squillate alle sette spaccate. Con solo sei ore di sonno (circa) mi sono preparato per la lunga giornata milanese, ancora inconscio di quello che sarebbe successo. Ovviamente una giornata non è definibile “diversa” solo per l’orario della sveglia…E, infatti, c’è stato qualcos’altro.

Questo qualcosa è avvenuto in un momento e in un posto ben preciso: In viaggio sul treno che portava da Seveso a Milano Cadorna tra le 8.01 e le 8.37. Con le cuffie nelle orecchie e canzoni tra di loro totalmente unreleated, ho preso posto accanto al finestrino come mio solito. Per le prime due o tre fermate, i tre sedili che mi circondavano sono rimasti liberi. Ovviamente ero conscio che la cosa non sarebbe potuta durare a lungo e, quindi, non potevo far altro che sperare che uno di quei tre posti venisse occupato da una bella figliola. Naturalmente, le mie speranze sono state disattese. Di fronte e di fianco a me, si sono sedute due amiche. Normalmente, avere il loro ciarlare come sottofondo alla musica mi avrebbe irritato e non poco, portandomi ad invocare la mia ascia sia mentalmente, sia tramite sms alla Fatina dei Boschi. Ma, questa volta, non è andata così. Il loro ciarlare di argomenti frivoli e vuoti, il loro scambio di battute non ha scalfito minimamente la pace in cui ero immerso. Voi direte “E stigrancazzi no, eh?”, ma non potete capire…Davvero.

Una volta arrivato in Cadorna, causa mancata coincidenza d’orari, ho aspettato che arrivassero la Fatina dei Boschi e il Cacciatore di Tonni. Per ingannare l’attesa, mi sono messo a leggere “Hitler e il Nazismo magico” (Sì, ancora. L’ho rincominciato perché avevo perso il filo, dato che mi ero dedicato ad altre letture). L’attesa è stata tutto sommato breve e mi ha permesso di trarre spunti per un articolo futuro (ma non troppo). Una volta raggiunto dai due prodi e baldi giovini, abbiamo deciso di andare a fare colazione.

Vedete, la colazione milanese, è una sorta di rituale con cui si ingrana la giusta marcia per la giornata. È da qui che iniziano gli scambi di battute preliminari che porteranno, verso l’ora di pranzo, a fare discussioni molto serie su ciò che dovrebbe essere e ciò che è (ne parlerò qui sotto, comunque). E, come ogni rituale, c’è una prassi da rispettare. Abitualmente la prassi consiste nel dirigersi da Marinoni, mettersi in coda alla cassa con le idee abbastanza chiare su cosa si berrà e senza la più pallida idea di che briosche prendere. Anche stavolta è andata così…Solo che, in cassa, ci hanno chiesto che tipo di briosche volevamo mangiare e, quindi, siamo stati obbligati ad improvvisare. Le ordinazioni (fisse) che vengono fatte sono: Marocchino e Briosche (cioccolato o marmellata) dal sottoscritto, Cappuccio e Briosche (crema o cioccolata) dal Cacciatore di Tonni e Cappuccio e Briosche (cioccolato) dalla Fatina. Ma dato che il 27 è stato un giorno particolare, quella brutta merdaccia della Fatina s’è limitata solo al cappuccio, dato che colazione l’aveva fatta già a casa.

Una volta finita la colazione rituale, ci siamo lanciati a passo normale (quindi un passo veloce ovunque, ma non a Milano) lungo la stradina portatrice di ispirazione. Questa volta, però, non è successo nulla di rilevante e quindi siamo giunti davanti alla Feltrinelli. Feltrinelli che, però, era ancora chiusa. Stupiti da questo evento, abbiamo deciso di farci un giro per il centro, dato che il Cacciatore è a caccia di un regalo per la fidanzata. Senza aver trovato nulla e dopo aver visto un’adorabile fanciulla dai capelli rossi (e un fisico da mozzare il fiato) che, involontariamente, ci ha distratti da discorsi non così importanti, siamo tornati alla Feltrinelli.

Una volta entrati, come al solito, ci siamo lanciati nel reparto dedicato ai dischi. L’unico ad aver fatto acquisti (per sé) è stato il Cacciatore. Una volta finiti gli acquisti in quel reparto, abbiamo chiesto dove fossero i CD di musica classica. Una volta ottenute le preziose indicazioni, abbiamo raggiunto il primo piano elevato della Feltrinelli. E l’impatto è stato indubbiamente piacevole. In filodiffusione, infatti, c’era il Don Giovanni di Mozart che, dopo aver visto lo spettacolo di apertura della stagione lirica del teatro “La Scala”, è risultato subito familiare alle mie orecchie. Sia io, sia il Cacciatore, abbiamo iniziato a cercare alcuni CD. La sua ricerca, purtroppo, è stata infruttifera. La mia, invece, ha avuto un risultato migliore…Non fosse stato per il prezzo eccessivo per il DVD dell’opera che stavano trasmettendo. Fortuna ha voluto, però, che abbia trovato un CD di Paganini a 6,90. Fiutato l’affare, ho deciso di acquistarlo e, la sera stessa, mentre scrivevo un post ho avuto il piacere di ascoltarlo. Ottimo acquisto, indubbiamente.

Una volta finito il viaggio esplorativo nel mondo della musica, siamo passati alla libreria. Inizialmente, tutti sembravamo interessati a comprar qualcosa. Parecchi viaggi avanti e indietro di fronte ai grandi autori (e il fatto che tra tutti e tre si formi una biblioteca invidiabile) siamo giunti alla conclusione che, piuttosto che spendere soldi, ci sarà uno scambio di prestiti. Scambio che, in realtà, era già partito quella mattina. Una volta notato che tutti i posti a sedere erano occupati e non sembravano destinati a liberarsi, abbiamo preso la savia decisione di sederci su una panchina in Piazza dei Mercanti, di fronte alla Camera di Commercio di Milano.

Qui è iniziata una prima discussione sull’ultima fatica letteraria della Fatina e sul fatto che fosse densa di citazioni. Il tutto, alla fine, si è risolto in un nulla di fatto. Dato il via vai di gente, non è stato difficile perdere più volte il filo del discorso a favore di un bel sed…Visino che ci passava di fronte. E qui, cari lettori, sono costretto ad aprire una breve digressione: i vestiti di taluni elementi. Va da sé che io e la moda stiamo su piani dimensionali completamente differenti ma, c’è un limite a tutto. Limite che, ovviamente, viene oltrepassato da gente che si veste al buio, facendo abbinamenti di colori che vanno dal viola/giallo  all’azzurro/arancione hanno portato me e gli altri due a desiderare più volte che ci venissero cavati gli occhi. Per favore, per favore…Non vestitevi al buio, e che cazzo.

Comunque, tornando IT, dopo aver recuperato dalle fatiche mattutine, abbiamo deciso di trasferirci al Ciao in San Babila. Durante il pranzo o, per meglio dire, a cavallo tra la fine del pranzo e l’inizio della digestione è iniziata un’interessante discussione. Discussione che riguardava il sistema economico, il sistema politico, le problematiche mondiali e la cornice storica in cui tutto si inseriva. Il tutto è nato da un discorso sull’Eurozona in cui stavo spiegando (non mi ricordo per quale motivo) che la causa della crisi attuale fosse da imputarsi ad un errore di valutazione tedesco sulla situazione greca, prima dello scoppio di questa grande crisi. Da qui si è passati alla discussione su quali fossero le industrie più redditizie (abbiamo concluso che fossero: quella delle armi in primis, quella bancaria poi) e sulle conseguenze che avesse il mercato delle armi, così come il mercato bancario, sugli individui. E, proprio su questi argomenti, è nato un vivace dibattito, tra me e il Cacciatore di Tonni, sulla necessità o meno delle armi e su chi pagasse i danni prodotti dai grandi crack bancari. La discussione è stata più o meno questa (riporterò i concetti, non affidatevi del tutto alle parole. Nel caso verrò corretto dal Cacciatore)

Io: “Il mercato delle armi è uno di quelli più redditizi e che non risente la crisi perché è insito nella natura dell’uomo, l’istinto alla guerra”
Cacciatore: “Beh, ma se tu vietassi l’esportazione di armi, ridurresti la loro circolazione e quindi si ridurrebbe anche la violenza”
Io: “Certo, ma così facendo rovineresti alcuni settori economici in modo irreversibile, dando vita anche ad un mercato nero”
C: “Beh, ma prendi l’esempio del Giappone…Loro, nella loro Costituzione, hanno un articolo che gli vieta di esportare armi e, col mercato nero, il numero delle armi vendute diminuirebbe”
Io: “Certo, ma il Giappone può contare (come voce di bilancio – N.d.C.) sulle esportazioni in campo tecnologico, mentre l’Italia invece ha un grande guadagno sull’esportazione di armi. È qualcosa di assurdamente anti-economico. Nessun imprenditore lo farebbe mai”
[…]
Io: “Comunque, insomma, dire che il settore bancario sia sinonimo di guadagno mi sembra quanto meno azzardato…I primi a perderci, in caso di queste crisi, sono proprio i proprietari”
C: “Ah, quindi il proprietario che va a farsi la bella vita in un paradiso fiscale con i soldi che ha rubato/messo da parte, ci rimetterebbe quanto il normale cittadino?”
[…]
Io: “Sì. Ovviamente, dal suo punto di vista (del proprietario/imprenditore) c’è un enorme perdita. Lui se ne fotte del morto di fame che non riesce più ad arrivare a fine mese, a lui rode il culo perché se prima aveva 100, adesso ha 50. E ci ha perso 50, mentre il suo obiettivo era guadagnare…”
[…]
Io “Le cose stanno così, o ti adatti o ti estingui”
C: “Cioè, quindi dato che il sistema ti lascia solo queste scelte, tu lo accetti e non tenti di cambiarlo? Ma che merda, io in un mondo del genere non ci voglio vivere”
Io: “Ma non è che non si faccia nulla. Il sistema ti dà l’opportunità di fare o non fare determinate cose. Sta al singolo individuo, in base ai propri valori e a ciò che pensa sia o non sia giusto, fare o non fare quella determinata cosa. Il sistema ti dà degli strumenti, sta a te doverli sfruttare”
[…]
Io: “Il tuo problema, Fra, è che tendi a pensare più a quello che “dovrebbe essere” mentre io tendo a cercare di muovermi in quello “che è”
C: “Diciamo che io la prendo dal lato più filosofico”

Ovviamente, quanto qui sopra riportato è solo un estratto e non rende la complessità e l’attenzione con cui abbiamo trattato questi temi, tant’è che una volta calata la “tensione” rivolgendomi sia al Cacciatore, sia alla Fatina ho detto “Cazzo, dovremmo scriverle ste cose, ci verrebbero fuori dei post interessanti”. Alla fine, la Fatina (che è stato un ascoltatore attento) s’è offerto di fare da stenografo. Ovviamente, durante il pasto, non si è parlato solo di questi argomenti ma anche della possibilità di portarci i panini da casa (risparmiando i soldi del pranzo) per poter passare l’intera giornata in Sempione.

Finita “la pausa pranzo”, ci siamo diretti in stazione, giusto per dire che avevo fatto il mio dovere e mi ero presentato all’appuntamento nonostante sapessi che nessuno si sarebbe presentato. Alle tre meno dieci, alla fine, abbiamo deciso di andare in Sempione e, dopo aver scelto la nostra base di stazionamento, ci siamo accomodati e abbiamo iniziato a giocare a Solo. Come d’abitudine siamo stati attorniati da coppie più o meno vestite. Ad un certo punto, due fanciulle si siedono a qualche metro da noi e lì…Lì succede l’inenarrabile. La Fatina mi invita ad andar da loro e chiedergli di giocare. Un po’ titubante aspetto qualche secondo e prendo tempo con la scusa di finire la partita. Dato che, ovviamente, il tutto si stava protraendo per le lunghe, con uno scatto di coraggio inaspettato, lancio le carte al Cacciatore e gli dico “Fai il mazzo, che io vado”. Avvicinatomi, sfrutto una pausa nel loro discorso e le invito a giocare. Ovviamente, mi dicono “No, grazie”. Quando mi volto vedo la Fatina che sorride mentre io levo i due pollici alzati e sorrido con faccia da idiota (una scena epica, insomma). Avvicinatomi, con molta nonchalance, mi tolgo di nuovo le scarpe (rischiando di cappottarmi) e gli dico “eh, vabbè, ho preso un palo nel culo” (Il no, in genere è un palo nel culo).

Dunque, quanto appena descritto in maniera abbastanza di merda, è per me un grande passo avanti. Normalmente, col cazzo che avrei fatto una cosa del genere. Con una scusa avrei rimandato o evitato il tutto (e, nell’inventare scuse, sono uber-skillato). E, invece, non so bene per quale follia, ho deciso di fare il famoso passo che mancava. Quel piccolo passo nel vuoto, che mi ha portato ad “espormi” e a “rischiare”. Questo piccolo passo, però, non dovrà essere una cosa a sé stante. No. Dovrà essere seguito da tanti altri piccoli passi su una strada lastricata che mi porterà a guadagnare sempre più maggiore sicurezza e autostima. Una strada che, in passato, è stata spesso infida e scivolosa ma che da quel momento mi spaventa un po’ meno. Una strada che, ad ogni passo, sarà sempre meno insidiosa.

In fondo, è tutta una questione “di testa”. Tutti i limiti, tutti i “E se” e i “E ma”, non sono altro che catene che, col tempo, ho imparato a crearmi per non affrontare un cammino che ho già rimandato per troppo tempo. Un cammino che adesso ho iniziato ad affrontare.

Questo è quanto.

Cya.

P.S.: Ovviamente il pomeriggio è andato avanti ed è stato piuttosto spassoso. La Fatina dei Boschi ha dimostrato di avere il genio strategico di una lontra morta e, sulla via del ritorno, si è iniziati a discutere di una nuova forma di monopoli con annessi banchieri, bolle, speculazioni, venditori di armi e quant’altro. Il progetto è ancora in fase meno che embrionale, ma prometto molto bene.

Questo è quanto (per davvero)

Ciauuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu (cit.)

Cya

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Inquietudine e altre buffe cose

Oggi è il primo giungo e questo segna un decisivo passo verso la stagione estiva, sempre più vicina. E, come sempre, è immancabile il mio post per poter dire “anche Giugno è sistemato”. Come ben avrete notato è da un po’ che non scrivo qui (il post sull’Eurovision non conta). Il motivo? Semplice: non avevo un assoluto cazzo da dire. Ora ho qualcosa da dire? Assolutamente no. Ma ormai sono arrivato a scrivere questa introduzione, quindi andrò avanti giusto per condividere il mio tedio quasi estivo con voi.

È da ieri che mi sento inquieto. Un’inquietudine strana derivante dalla necessità di fare qualcosa. Il problema di questa sensazione è, però, che abbia un oggetto indefinito. Quel “qualcosa” da fare non riesce a concretizzarsi in nulla di tangibile o conoscibile. Nonostante abbia tentato di fare più e più volte un resoconto delle cose da fare, nonostante abbia cercato di ricordare le urgenze che premevano per avere la mia attenzione, non ho cavato un ragno dal buco. Quest’inquietudine si è trasformata in un senso di disagio, noia e scazzo che ha rovinato la mia pace interiore. E il fatto che io continui ad accanirmici (perché è inevitabile che succeda) non fa altro che peggiorare il tutto, portando disordine in una situazione precisamente assestata nella routine e nel tram tram quotidiano. E, per quanto sia conscio di tutto ciò, non posso farne a meno. Per quanto sappia che questo mio insistere nella ricerca di questo “qualcosa” faccia più male che bene, non riesco a fermarmi. La mia mente torna sempre a battere su quel punto che lentamente, ma inesorabilmente, mi distrae da tutto il resto.

Eppure ce ne sono di cose a cui dovrei pensare, perché di cose ne succederanno parecchie tra stasera e domani. Innanzitutto, potrei concentrarmi sulla cena di stasera a “La Sidreria” in quel di Lambrate con alcuni amici (nonché colleghi staffi di un browsergame) o, per essere più precisi, a come arrivarci vivo e vegeto senza perdermi dato che mi aspetterà mezzora di camminata. Mezzora di camminata che, in realtà, sarà un’interminabile tentativo di orientarmi seguendo la cartina stampata da gugol maps (sempre sia lodato Big G). Ma siccome io ho il senso dell’orientamento di un bradipo morto, senza ombra di dubbio riuscirò a perdermi. E, nonostante tutto, non è questo (e per questo si intendono treno + metro + trenta minuti di camminata) a rendermi inquieto.

Non è nemmeno il fatto che domani debba andare con un amico alla fiera del fumetto (ovviamente in incognito e con meno di dieci euro in tasca) a rendermi inquieto. Posso sicuramente escluderlo perché l’idea è saltata fuori solo stamane. Perché “sprecare” un pomeriggio ad una fiera del fumetto se non ci sono soldi da spendere (se non per l’ingresso con cui mi fumerò comunque dieci euri)? Domanda legittima a cui spetta una risposta: dovete sapere che da un paio di settimane a questa parte, è diventata tradizione quella di trovarmi a Milano con un mio amico durante il sabato pomeriggio. Il piano originale prevedeva di imbucarsi in Feltrinelli per poter leggere in santa pace e osservare cosa leggessero gli altri tizi (in realtà, il mio amico deve finire un libro che non ha comprato l’altra volta e che non vuole comprare). Stamane, arrivata la proposta di andare a questa fiera, ho valutato a lungo (circa dieci secondi) i pro e i contro della situazione. Tenendo conto che domani Penetetto Tecimo Sesto sarà a Milano, il centro sarà intasato eccosì…Per evitare l’imbottigliamento creato dalla visita del papa e l’incontro mondiale delle famiglie, abbiamo deciso di andare in fiera dove siamo (o meglio, sono) abbastanza sicuri (ma sarebbe sicuro) di trovare una buona quantità di patasgnacchere (da leggere patas-gnacchere) in cosplay eppoi…Potrei dare fondo ai miei averi per comprare qualcosa.

Forse, a turbarmi, in realtà è qualcosa che ho già fatto. Forse, e dico forse, potrebbe essere il fatto che non sia più barba-munito per un triste incidente occorsomi e che mi ha portato ad essere un decenne (come gentilmente mi hanno ricordato ieri sera i miei amici). Ma, alla fine, dopo attente analisi arrivo a concludere che non può essere quello, anche perché già lunedì sarò di nuovo barba-munito (o almeno lo spero). In attesa di capire di cosa si trattasse, tornerò nel mio luogo felice e cercherò di ricostruire l’ordine necessario per ritrovare la pace interiore.

Questo è quanto.

Cya.

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Giornata di merda

Ci sono giornate che non si dimenticano. Ci sono giornate destinate a cambiare la nostra vita. Ci sono giornate ignave in cui non cambia nulla. Ci sono brutte giornate che possono passare senza lasciare il segno e poi…E poi ci sono loro, le giornate di merda. Giornate in cui pensi “avrei fatto meglio a restare a letto” oppure “voglio morire”. Ecco, oggi è stata una di quelle giornate per il sottoscritto.

Oggi non ho nemmeno la consolazione di dire “almeno era partita bene” perché, come ogni giornata di merda che si rispetti, l’inizio deve essere qualcosa di disastroso. Qualcosa che ti farà capire da subito che se a fine giornata arriverai intero a casa, allora sarai stato fortunato.

Sveglia: 6.40. Il cellulare mi sveglia con una suoneria irritante e da infarto, dopo poco meno di cinque ore di sonno. Intontito mi rigiro, godendomi altri cinque minuti concessi dalla sveglia sul comodino. Per Elisa, alla fine suona. In quel preciso momento, mentre cerco di infilarmi la canottiera insieme alla maglia a maniche corte, ho il primo sentore che in questa giornata c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Perché? Semplice: una cosa del genere, normalmente, mi porta via cinque nanosecondi senza complicazioni. Stamane, invece, no. La canottiera non vuole saperne di entrare e, quindi, mi trovo a dover ripetere il processo per ben tre volte. Dopo le abluzioni mattutine arrivo in cucina.

Colazione: 7.06. Mia madre, mentre mi prepara il pranzo (piselli e hamburger), mi pianta lì con del succo e il nulla più assoluto. Cincischio ascoltando le notizie al telegiornale (o almeno provandoci) e mi bevo il mio succo d’arancia.  La genitrice mi guarda con aria abbastanza assonnata e mi chiede “Luca, faccio in tempo a dare da mangiare al cane?”. Guardo l’orologio, guardo il cellulare e le dico “Ma’, basta che ti muovi perché devo prendere quello (il treno) di e 26 (7.26)”. LE ULTIME PAROLE FAMOSE.

Uscita di casa: 7.18. Mia madre, tranquillamente, mi dice che possiamo andare. Ora, già il fatto che abbia dovuto lasciarle la sua macchina, non mi garba per nulla. Per lo più, le dico di muoversi e lei, noncurante di tutto, tira le 7.18? Ma mi prende per il culo? Facendole presente che ormai il treno di e 26 l’ho perso, la donna si mette al volante e inizia a guidare tranquillamente, come se non avessi un treno da prendere.

Arrivo in stazione: 7.24: “Embè? Fai ancora in tempo a prenderlo il treno” potrete dire voi. E avreste anche ragione, non fosse che questa è una giornata di merda. Struscio il portafoglio sull’obliteratrice. Abbonamento riconosciuto. Mi dirigo verso il fondo della banchina, per poter salire sulle carrozze che, in teoria, hanno la maggiore disponibilità di posti. Arriva il treno. Ora, non so quanti di voi prendano un treno regionale per Milano con un numero insufficiente di carrozze e una spropositata quantità di persone che lo prendono, ma immaginatevi qualcosa di molto simile ad una vera e propria baraonda. Gente che pur di prendere il diretto si mette in equilibrio sugli scalini delle carrozze ed ogni volta che si aprono le porte, vengono investiti da:

a) Insulti perché non si spostano
b) Gente giustamente di fretta
c) Continui colpi d’aria.

Bene, la situazione di oggi era pure peggiore. Percorro il treno per tutta la sua lunghezza da fuori, ma non c’è posto manco per un mio capello (e li ho tagliati, specifichiamolo). A questo punto, vedo le porte chiudersi e scoraggiato biascico un porchid…Vabbè, biascico una bestemmia. Prendo il treno (ovviamente questo fa tutte le fermate) delle 7.31

Arrivo in Cadorna & Metro:  8.06. L’arrivo in Cadorna, come sempre è traumatico. Non tanto perché vuol dire essere a dieci minuti da un rompimento di coglioni della durata di ore quattro, quanto per la gente che appena scesa dal treno. Li vedi lì, belli beati, con i loro volti paciosi mentre camminano lenni lenni verso la stazione.  Ma oggi è stato tutto peggiore. Gente che camminava a due all’ora. DUE all’ora e non ti faceva passare nemmeno a sparargli. Mi faccio largo tra la folla a spallate (per forza di cose) e giungo in metro. E lì? Lì l’apocalisse. Una serrata improvvisa? Un incidente? Gente rincoglionita che non sa obliterare i biglietti? Niente di tutto questo. Peggio ancora: lavori in corso sulla linea M1. Un tizio scavalca i tornelli e manda a cagare quelli dell’ATM che non fanno nulla per fermarlo. I più civili, attendono confusi. Finalmente, ci lasciano passare riattivando i tornelli. Oblitero, scendo per prendere la metro che porta a Sesto primo maggio. E mi ricordo che oggi è una giornata di merda. Un muro di persone si accalca, in attesa che arrivi un treno. Arrivato, si uccidono (non solo figuratamente, temo) per salirci. Aspetto la corsa dopo. Riesco a salire. Trenta secondi dopo, me ne pento. Il convoglio è pieno da scoppiare e il treno si ferma tra Cadorna e Cairoli per tre minuti buoni. Non ci si riesce a muovere. Se uno avesse sofferto di meteorismo, ci saremmo trovati in una camera a gas. Una di quelle che non si vedono dai tempi del nazismo, anche se in scala. Giungiamo a Cairoli. Qualcuno scende, ne salgono il doppio. Metà strada tra Cairoli e Cordusio: altra sosta di tre minuti. Altra tortura. In Duomo, di solito, la situazione migliora. E, anche oggi, le cose sono andate così…Più o meno. Tra Duomo e San Babila c’è una sosta di cinque minuti buoni. Guadagno l’uscita e, per fare più in fretta, prendo le scale mobili che danno su Via Borgogna. Solitamente, chi vuole chiurlare e farsi trasportare deve stare sulla destra. Stamattina, invece, non si marciava né a destra, né a sinistra. Nessuno che aveva letto i cazzo di cartelli con su scritto “Non intralciare il passaggio” – “Tenere la destra” –  “Sostare solo a destra”. Alle 8.29, un minuto prima del prof, entro in classe.

Il grande nulla: 8.30 – 12.00. Diritto privato: due interventi, parzialmente corretti. Statistica: mi metto di fianco ad una tizia interessante, ma arriva un ragazzo a reclamare il posto rubato. Li mortacci sua.

Mancanza d’argomenti/paura del rifiuto: 12.03 – 12.08: La tizia di cui sopra, fa la stessa strada che faccio io per andare in metro. Normalmente, avrei per lo meno fatto finta di salutarla (non di parlarci, quello mai), ma stavolta nulla. Tentato dal dirle qualcosa o meno, mi blocco per viltà. Alla fine, sono obbligato ad accelerare il passo e sperare che abbiano sistemato la metro. Tutto normale, al ritorno fino a…

Sogno o son desto?: Ore 13.06. Dopo un soporifero viaggio in treno, mi metto in cammino verso casa senza eccessiva fretta. Il tempo sembra reggere. Mi trovo dietro ad una ragazza niente male (Tradotto in Dat Ass). Alla fine, giusto per non sembrare uno stalker e, soprattutto, perché io dovevo andare da un’altra parte. Mi trovo su un’altra strada e…Sorpresa delle sorprese, becco un’altra tizia (identica) che mi sta seguendo. Dato che la cosa mi inquietava (e che il portafoglio mi dava fastidio) mi sono fermato per sistemare il borsellino in cartella. La tizia mi supera ma, poco dopo, camminando più in fretta di lei c’è un altro sorpasso. Dieci secondi dopo, mi volto e non c’è nulla. Palesemente perplesso, avanzo. Ad un incrocio, però, vedo ricomparire una delle due tizie (Sì, sono sicuro fossero due) e mi lascio sfuggire, ad alta voce un “OCCRISTO!” La tizia mi guarda malissimo. Vado avanti. Sul ponte, all’improvviso, mi coglie il diluvio. Apro l’ombrello e mi rassegno a lavarmi. (Solo il giorno prima, ero riuscito a tornare a casa asciutto e felice).

Quasi morto: 13.29. Arrivato quasi a casa, allo stop della mia via, una gentile signora non guardando alla propria destra uscendo dallo stop, per poco non mi tira sotto. Dovendo scegliere tra vivere e finire in una pozzanghera (innaturalmente profonda), ovviamente scelgo di vivere. Faccio mezzo passo fuori dalla pozzanghera quando un altro genio, con un macchinone rombante, mi pone di fronte ad una nuova scelta: tornare nella pozzanghera di prima o venire investito? Dato che sono una persona coerente, ovviamente, mi sono fatto un altro tuffo nella pozzanghera. Risultato? La mia tosse, alle 18.03, è tornata.

Shitty day is shitty (questo è anche il Tl;Dr)

Cya.

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Incontro inaspettato sul treno

In questa nevosa giornata di marzo, la mia classe è stata in gita a Milano per ascoltare ciò che aveva da raccontare una delle superstiti al olocausto.

Per raggiungere il luogo ovviamente abbiamo dovuto utilizzare un mezzo di trasporto che centinaia di migliaia di italiani prendono tutti i giorni: il treno.

Trovo molto affascinanti i viaggi in treno, infatti, su quei vagoni si incrociano storie di persone completamente differenti, sia per età, sia per idee, sia per ceto sociale. E a volte, quando si è disposti a prestare attenzione a chi ci circonda, può capitare anche di fare incontri interessanti.

Se il viaggio dell’andata rimane un viaggio non particolarmente degno di nota, il viaggio di ritorno, al contrario ha ripagato a pieno questa mia attenzione.

Non che abbia avuto molta scelta dato che la mia attenzione è stata completamente catturata da una ragazza sedutasi davanti al mio compagno. Una perfetta sconosciuta dai capelli corvini e dagli occhi azzurri. Occhi che verso la pupilla prendevano una sfumatura indefinita.

Si è seduta lì, dopo aver ottenuto la conferma che il posto fosse libero, quasi con noncuranza, non degnandomi nemmeno di uno sguardo. Il mio sguardo, invece, si posava sempre su di lei in modo discreto.

Dopo qualche minuto lei tirò fuori un paio di cuffiette per il cellulare e se le mise. Poco dopo, trovai una buona idea fare lo stesso. Mentre la voce di Dani Filth mi accompagnava, mi soffermai nuovamente a osservare la ragazza.

Indossava un paio di scarpe bianche (probabilmente adidas), un paio di jeans e una giacca grigia, una borsa nera e sull’affusolato dito indice della mano destra portava un anello, probabilmente della Breil. Le unghie erano ben curate, lunghe e senza smalto. Sul viso invece risaltava il trucco intorno agli occhi, scuro, in netto contrasto con il limpido azzurro dell’iride e in perfetto accordo con i capelli. Le labbra erano piccole e armoniose, a forma di cuore, con un leggero strato di lucida labbra.

Ogni tanto tossicchiava leggermente, poi tornava a concentrarsi sul cellulare.

Mi accorsi che mi guardava casualmente, mentre rialzavo gli occhi dal giornale della mia vicina. Appena incrociati, i nostri sguardi, si distolsero l’uno dall’altro, imbarazzati. Per tutta la durata del viaggio questo scambio di sguardi è continuato.

Dopo aver ricevuto/fatto (non saprei dire con precisione, dato che indossavo le cuffiette) una telefonata aveva preso a mordicchiare nervosamente il filo delle cuffie, come per rilassarsi e nel frattempo il gioco di sguardi s’era fatto più intenso.

Oramai ci guardavamo apertamente l’un l’altra, sarebbe stata questione di istanti, probabilmente, prima di rivolgersi la parola ma poi arrivò la fermata a cui sarebbe dovuta scendere.

E’ scesa a Paderno e il mio sguardo ha cercato di seguirla, inseguirla ma la neve fitta e il treno in movimento m’hanno costretto a dirle addio, per sempre, con un’ultima immagine indelebile nella mia mente: i suoi splendenti occhi di un azzurro glaciale.

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Viaggio in treno

Questa mattina andando verso Milano, appena saliti sul treno, io e i miei compagni abbiamo avuto un incontro scontro con una signora per dei posti a sedere. Incontro/scontro ovviamente perso. Scacciati da quel vagone a furor di popolo andammo in un’altra carrozza.

Ed è qui che diverse donne di mezza età discutevano delle cose più disparate. Mouse di Hello Kitty, bambini e quant’altro. Anche se non ero interessato alle conversazioni, un po’ perchè annoiato, un po’ perchè non potevo fare a meno di sentire iniziai a seguirle.

Sul lato sinistro due signore parlavano del famigerato mouse di Hello Kitty.  Discussione che poi immancabilmente si è spostata sul lavoro. Infatti una delle due disse all’altra che una cliente del negozio in cui lavora aveva rifiutato uno sconto del 10% per l’acquisto di due capi acquistandone soltanto uno, per poi tornare il giorno dopo ad acquistare anche l’altro rimmettendoci un bel po’.

Sulla mia destra invece un altro gruppo di signore partì parlando degli orari sballati dei treni per finire a parlare dell’atteggiamento dei figli. Fino a quando non scesero continuarono a parlare dei loro figli o dei compagni di scuola degli stessi.

Poco dopo arivammo anche noi alla stazione cui eravamo destinati.

Il pomeriggio, dopo aver rischiato di perdere il treno, mi trovai ancora costretto a seguire prima la discussione di una coppia di studenti universitari (un lui e una lei) che parlavano di un qualche avvenimento riguardante il Free Style nelle zone di Milano, il loro discorso probabilmente sarà continuato ma io non sono al corrente del proseguio, in quanto questi scesero prima di me.

Subito dopo mi trovai di fianco a due uomini che parlavano probabilmente di computer (dedussi ciò dal termine Itc) e usando un linguaggio a me incomprensibile ben presto smisi di seguire quanto dicevano.

Tutti  questi discorsi seguirono i miei spostamenti lungo il treno per raggiungere i miei compagni di scuola venuti con me in gita al teatro Carcano per vedere l’opera “La dama delle camelie”.

Comunque alla fine riuscii a raggiungerli e mi sedetti di fianco ad un mio compagno di classe.

Una discussione alle mie spalle era nata sotto auspici promettenti (si parlava di Sicilia, Borsellino e Falcone) ma poi si perse il filo e i ragazzi dell’altra quinta della mia scuola iniziarono a fare battute di vario genere, quindi smisi di ascoltare.

Subito dopo di fronte a me si sedettero due ragazzine che iniziarono a blaterare di fatti a me oscuri con la vuotezza tipica nella maggior parte dei ragazzini con quell’età. Smisi di ascoltarle quando una delle due tentando di fare dell’ironia lasciò perplessa anche l’amica. Fortunatamente il loro cicaleggio si interruppe quasi subito, infatti scesero poco dopo esser salite.

E l’ultima persona che ascoltai/osservai era probabilmente la più interessante. Una ragazza della mia età circa, con occhi azzurro ghiaccio. Le uniche parole proferite al telefono furono “mh” e “mh mh” e un “nulla” quando il mio ombrello le cadde addosso. Poi scese lasciandomi “fantasticare” sul chi fosse e di cosa avesse parlato al telefono.

Una volta scesa lei, annoiato da tutto quel ciarlare finalmente accesi l’mp3 e iniziai ad ascoltare un po’ di musica. Comunque visto quanto scritto devo dire che l’inutile ciarlare non si è rivelato poi così inutile.

Alla prossima!

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