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Di occhiate scambiate sul treno

No, in realtà non so di cosa parlerò. Non ho voglia di scrivere di politica e non ho nulla di particolarmente interessante di cui raccontarvi, perciò, penso che parlerò di tutto e niente.

La prima cosa che mi viene in mente è quindi il viaggio in treno di oggi. No, prima che sorgano dubbi, non ci sono stati ammiccamenti con belle fanciulline. Tutt’altro. Ma facciamo un passo indietro. Sto pomeriggio ho deciso di prendere il treno che si ferma in tutte. Salito al livello superiore (no, non ho skillato) mi son seduto e, dopo essermi tolto le cuffiette, mi sono messo a leggere. Ben presto, però, sono stato circondato da ragazzini urlanti.

Ecco, la prima cosa che non posso fare a meno di chiedermi è: ma anche io, sui treni, ero una scimmia urlante alla loro età? Dopo un breve, ma intenso esame di coscienza la risposta è no. Sarà che i viaggi in treno mi tediano, sarà che non ho bisogno di urlare per parlare con qualcuno (anche perché, tendenzialmente, a meno che non sia necessario vengo evitato anche sul treno), comunque sia non starnazzo come una gallina.

Tornando a noi, comunque, sono stato circondato da questi ragazzini urlanti. La fermata dopo, anziché scendere, ne sono saliti altri. Imperturbabile, comunque, ho di proseguire nella lettura. Per un momento, mi sono chiesto se dovessi rimettere le cuffie ma poi ho lasciato perdere. Fatto sta che, dopo la terza fermata sale un ragazzino e con tutti i posti a disposizione, dove si va a sedere? Indovinate un po’!

Avete detto di fianco a me? La risposta è sbagliata. Di fianco a me c’è il mio zaino contenente…Beh, il nulla. Comunque, si siede di fronte al mio zaino. Come faccio sempre, durante la lettura sul treno, mi sono preso una piccola pausa e mi sono guardato intorno. Ecco, ero il più vecchio (e meno rumoroso) sulla carrozza. Dopo aver preso atto di questo ed essermi nuovamente isolato, improvvisamente, ho colto lo spostamento del tizio che si è piazzato di fronte a me. Qualche secondo dopo, gli sento dire “Ciao”.

Ora, diciamocelo, non so se stesse parlando con me o con qualche suo compagno di scuola. E non voglio nemmeno sapere cosa gli sia passato per la testa, qualora avesse salutato me che, obiettivamente, sono una persona molto poco socievole quando non ho voglia di dar retta a qualcuno. Quello che conta è ciò che accaduto dopo quelle fatidiche quattro lettere.

Come dicevo, dopo il suo saluto, incerto se parlasse con me o meno, ho staccato per un solo momento gli occhi dallo schermo per fulminarlo con un’occhiataccia prima di riprendere ad ignorarlo. Dopo aver fatto questo, il ragazzino, ha preso la sua roba e si è spostato. Per onore della cronaca è stato sostituito da un uomo più vecchio di me che ha dormito tutto il tempo (e sono i compagni di posti che preferisco).

Morale della favola? Mai disturbare un Coso che legge. Spero che abbia imparato la lezione e che tutto questo non si ripeta più.

A questo punto, l’obiezione che potrebbe essere mossa è: “Ma se lo avesse fatto una bella figliuola?”. E sarebbe anche valida, non fosse che le belle figliuole mi evitano come i vampiri evitano la luce del sole.

Il terzo trimestre è incominciato da poco ma, dato che le materie sono interessanti come un calcio nelle palle, oggi ero distratto mentre il prof blaterava qualcosa (che probabilmente si rivelerà fondamentale) ho guardato fuori dalla finestra e ho visto una tizia coi capelli rossi, entrare nell’edificio in cui mi trovavo io.

Ovviamente, avendola vista di sfuggita, mi sono autoconvinto che fosse una tizia che conoscevo. Le mando un messaggio e lei mi chiama. Scuotendo il capo, mentre un mio conoscente faceva una battuta, riattacco. Le mando un altro messaggio dicendole che sono a lezione. Dopo esser riusciti ad identificarci a vicenda, scopro che non era lei la tipa in questione.

Ora, dato che a SPO di rosse così ne ho viste due in tre anni e non si trattava di nessuna delle due (l’altra ha i capelli ricci), le cose sono due: a) Ho le traveggole; b) Stiamo venendo invasi da fanciulle coi capelli rossi. In qualunque caso, la faccenda potrebbe essere estremamente positiva.

Ulteriore cambio d’argomento: vi ricordate quello che dicevo in “appunti di produzione”? No? Beh, non vi siete persi un cazzo. Cooooomunque, il progetto è parcheggiato lì e non credo lo svilupperò mai (o almeno nel prossimo futuro, dove per prossimo futuro si intendono questi mesi fino a luglio).

Perché ho lasciato perdere? Fondamentalmente perché mi è venuta un’altra idea da buttare giù per poi abbandonarla lì. Eh sì, lo so, è un peccato. So anche che voi speravate di leggere tutto quanto (nevvero, ma lasciatemelo credere) ma dovrete aspettare. Purtroppo, infatti, sono un cazzaro che fa fatica a scrivere un post alla settimana qui (e questo articolo lo dimostra), figuriamoci se son abbastanza skillato da poter portare avanti qualcosa con una trama organica.

A proposito di trame organiche e di letture, non posso non accennare velocemente al fatto che finalmente abbia messo le mani su tutta la serie di Wild Cards. Nel terzo libro, debbo dire, c’è la giusta tensione narrativa nonostante la brevità del volume (361 pagine). Tra l’altro, il mio bravissimo e bellissimo Kindle mi riesce a trovare anche le sigle senza troppi problemi (i libri sono in inglese, ovviamente).

Per concludere, una rapida carrellata di varie ed eventuali. Preso atto del fallimento della mail per contattarmi, ho eliminato la scheda e quella mail la userò per le registrazioni. V., hai avuto una pessima idea.

Sì, sto continuando ad uscire il sabato sera e questa cosa stupisce anche me, ma alla fine mi diverto. Emblematico è il fatto che esca con persone che hanno, in media, cinque anni più di me. A parte qualche eccezione, d’altronde, mi sono sempre trovato meglio con persone più grandi.

Siamo ad Aprile e tra una ventina di giorni (circa) andrò in fumetteria, dove mi aspettano i miei adorati tomi da divorare per poi riporli con cura sugli scaffali della libreria.

Bene, direi di aver finito.

Questo è quanto.

Cya.

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Calma piatta

È paradossale come non abbia nulla da dire sui cazzi miei. Nonostante le vacanze appena finite e l’attacco di follia compulsiva che mi ha spinto ad iscrivermi a ben tre appelli, il periodo che sto attraversando in questi ultimi giorni è definibile solo con le parole “calma piatta”.  Calma piatta legata al fatto che la solita routine e il tram tram quotidiano abbiano ripreso ciò che era loro di diritto dal gozzovigliare e dai festeggiamenti tipici del periodo natalizio.

Quanto scritto sopra non deve avere per forza una valenza negativa. La quotidianità, tutte le azioni fatte per “forza dell’abitudine” sono molto più apprezzate degli svariati imprevisti che, spesso e volentieri, vanno a complicare situazioni già abbastanza ingarbugliate per conto loro. Quotidianità scandita da un’agenda ben chiara di impegni e incontri che vanno (più o meno) rispettati. Sono, insomma, alle prese con quella che potremmo definire ordinaria amministrazione.

Ordinaria amministrazione che affianca all’immancabile (e più che mai necessario) studio, impegni più o meno quotidiani o settimanali. Il primo tra questi impegni, quello di questa mattina, però è qualcosa di (quasi) epocale: il cambio di acconciatura. Cambio di acconciatura fortemente voluto da coloro i quali mi mantengono e dovuti a motivi di presentabilità (già piuttosto scarsa) oltre che di indiscussa comodità. La folta chioma, infatti, era ormai divenuta una fastidiosa zavorra e un modo assicurato di perdere tempo sia dopo la doccia per asciugarla e pettinarla, sia prima di uscire o, appena dopo essermi svegliato, per lo stato impresentabile in cui si trova.

Oltre ad un look nuovo e rinfrescato (con tanto di sistemazione barba) questa settimana si dà il via anche agli incontri della Gazzetta e le discussioni sul prossimo numero in uscita e su tutto ciò che riguarda la vita di questa associazione. Per leggere l’articolo da me scritto, temo ci vorrà ancora un po’ di tempo. Appena possibile vi farò avere la mia prima (e spero non ultima) fatica giornalistica.

Oltre agli incontri della Gazzetta, c’è anche la chiusura della campagna elettorale per le primarie del candidato sindaco del centro-sinistra.  Gli ultimi appuntamenti saranno: il mercato di sabato mattina, per volantinare a tappeto e cercare di racimolare gli ultimi voti disponibili. Dopo sabato ci sarà la terribile sveglia domenicale alle 7.30 per passare un’emozionante giornata al seggio per le suddette primarie. Il che, in soldoni, vorrà dire che avrò un sacco di tempo per studiare e di tanto in tanto intrattenermi in conversazioni interessantissime con questo o quell’elettore, oltre ad assicurarmi che non sorgano problemi di sorta.

Finita questa campagna, però, si rincomincerà coi direttivi e, dopo una breve pausa, inizierà la fase del porta a porta per far votare il candidato sindaco che sostengo. Questo mi trasformerà in una sorta di testimone di Geova. Sono già preparato psicologicamente al mare di insulti da cui verrò subissato e la cosa non mi spaventa. Ovviamente, questa seconda fase, comporterà altri banchetti al mercato e altri incontri pubblici a cui, volente o dolente, dovrò partecipare.

Altri appuntamenti importanti, oltre ai suddetti esami, potrebbero non esserci se non si contasse la fumetteria. Fumetteria che visiterò in un non meglio precisato periodo di fine gennaio per poter dilapidare parte del mio patrimonio ed immergermi nelle fantasmagoriche avventure di tizi dotati di poteri (o gadget) strafighi.

L’ordinaria amministrazione, la calma piatta, è però una costante in un campo: quello sentimentale. V., in modo più o meno serio, si è imbarcata nella titanica impresa di provare ad “accasarmi”. Le mie perplessità sono già state tutte espresse e sono più o meno condivisibili. Nel frattempo, mi “innamoro” di perfette sconosciute. L’ultima (s)fortunata? Una gingerina che ieri stava parlando all’ingresso dell’università con un’amica.

Non so esattamente di cosa stessero parlando perché, tendenzialmente, quando vado in giro evito di ascoltare qualunque discussione per paura di sentire le solite sciocche frivolezze. In questo caso, però, non ho potuto fare a meno di sentire cosa si dicevano dato che sono passato praticamente a meno di mezzo metro da loro. E, questo, è quanto ho captato:

Gingerina: “[…] E mi fa: sì, beh, insomma…Mi sono innamorato di te”
Amica: “Aaaaaaaaaaaaawwwwwwwww chettenero!”

E, in tutto questo, l’unico pensiero di senso compiuto che ho tirato fuori tra un “Hoffame” e un “Cazzo è tardi, sicuramente perderò il treno” è stata:

“Se ti avessi conosciuto, sarei stato io a dirtelo”.

Ovviamente, questo pensiero è assolutamente falso dato che, anche se l’avessi conosciuta (e quella di ieri è stata la prima volta che l’ho intravista), non mi sarei dichiarato. Ma questa è tutta un’altra storia.

Ma, dato che sto divagando, è meglio focalizzarsi su un importante passaggio, prima di concludere. La gestione dell’ordinaria amministrazione non deve assolutamente diventare un impantanarsi nel solito tram tram quotidiano, senza vie di uscita. La cosa paradossale è, però, che l’unico modo per evitare un’escalation del genere sia propri l’imprevisto. Imprevisto che complicherebbe le cose, più di quanto non lo siano già.

Settimana prossima è molto probabile che vi cucchiate un articolo sulla politica. Tante care cose ♥

Questo è quanto.

Cya.

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Pausa Caffè

Dopo aver scritto una serie impressionanti di articoli seri (o, per meglio dire, noiosi) come da titolo mi prenderò una “pausa caffè” per scrivere un post del tutto inutile, in cui parlerò del più e del meno senza alcun filo logico o connessione. Pensavo a piccole pillole slegate, ma non so nemmeno io cosa verrà fuori.

E, tra le tante cose che potrei dire, la prima è che ho trovato un lavoretto da fare comodamente a casa. Non è stancante ma alienante e, alla lunga, noioso. Non guadagnerò chissà cosa perché devo smezzare con mia sorella i proventi, ma comunque una buona fetta della seconda tassa la si può considerare pagata.

Dopo aver letto World War Z (libro che consiglio a tutti, indipendentemente dai gusti. N.B.: TWD gli fa una pippa) in inglese, ho deciso di prendere A Dance With Dragons in madrelingua. La scelta è dovuta al prezzo dell’ultimo libro uscito in Italia, edito Mondadori (19 € per un libro tradotto col culo? Tanto vale che li facciano tradurre ad un branco di scimmie nella pausa tra una battaglia a palle di merda e l’altra). Devo dire che si capisce tutto molto bene (nel caso ve la cavaste con l’inglese, non dovreste avere alcun tipo di problema) e che pian piano, recupererò anche gli altri tre libri (A Games of Thrones l’ho già comprato). Questo, probabilmente, segnerà il mio passaggio definitivo alla lettura di libri di narrativa in inglese.

Nel mio corso c’è una ragazza carinissima. Bassetta, capelli biondi e lunghi, occhi celesti. E, dopo lunga e attenta raccolta di informazioni (AKA stalking nemmeno troppo pesante), ho scoperto anche il suo nome. Che è e resterà una *Informazione Riservata. Note positive: Cheffiga.
Note negative: Probabilmente fidanzata, troppo figa per Coso, Incapacità nell’iniziare una conversazione, terribile tedio.

Ultimamente sono molto scazzato. Soprattutto il sabato e la domenica. I restanti giorni della settimana coi mille mila impegni, per lo meno, ho pochi spazi morti (gazzetta, direttivi, incontri vari di tempo ne occupano). Però, durante i piovosi sabato sera, ho avuto modo di rompere i coglioni sia a V. (col cazzo che faccio quel robo dove mi hai citato), sia ad altre persone che non ricordo più chi siano (chiedo venia).

Sono, ovviamente, ancora singolo e puro. Ormai non è più una notizia, ma un’abitudine. Non sono nemmeno in cerca. Anche perché non saprei da dove iniziare (e, anche se lo sapessi, non saprei il come). Sono un’ameba, insomma.

Voglio assolutamente leggere The Sandman di Neil Gaiman. L’avevo visto in fiera: serie completa. Numeri a partire da 20 € per raggiungere i 35 €. Lo sto cercando in inglese, sperando di poter risparmiare qualcosina.

Continuo a ripetermi che dovrei riprendere a scrivere il racconto. Puntualmente trovo qualcosa di meglio da fare. Tipo leggere il Corriere on line o Repubblica. Ma prima o poi tornerò a scrivere… In montagna.

Voglio (e in questo caso il voglio è un esigo) un Direwolf. Lo chiamerei Ombra. E vorrei anche una spada forgiata in Acciaio di Valyria. Ma non ho la più pallida idea di come la chiamerei (sì, le spade più fighe hanno un nome.) per cui si accettano suggerimenti.

Inizialmente questo articolo avrebbe dovuto intitolarsi “Porchettore con gli stivali”. Ma, odiando Porchettore, ho deciso che non si meritava cotanto onore. Altra opzione scartata (ma che potrei ripescare in futuro) è “Benvenuti a Cosolandia”. Cos’è Cosolandia? In pochi eletti lo sanno e approvano la sua ventura venuta.

Il mio orario universitario oscilla da “Molto di merda” a “Figata” in meno di un giorno. Il lunedì ho due ore – ore buche – due ore. Martedì, mercoledì e giovedì ho solo due ore. E posso dormire fino alle 8.25. Tutti i giorni scolastici.

Mi sono intrippato guardando “Questo nostro amore” su Rai Uno. Adoro Neri Marcorè. E il mio sogno da piccino era quello di gestire una libreria/fumetteria. Piango calde lacrime di gioia al pensiero che, probabilmente, finirò a fare il cassiere a McDonald. E a me McDonald fa cagare.

Ho iniziato a vedere in università un documentario interessantissimo sulle guerre in Jugoslavia tra il 1987 e il 1995. L’ho ritrovato in inglese e a breve lo vedrò finire. È una fonte di informazioni molto interessante targata BBC (per chi volesse farsi del male: “Yugoslavia: Death Of A Nation”).

Ho ventinove seguenti. Folli. Andate via. Leave Coso Alone.

Come avevo detto all’inizio, non ho seguito alcun filo logico ma ceste, non era questo lo scopo del post. Il prossimo articolo dovrebbe essere di nuovo “serio”. Sono indeciso tra un post su “Cittadinanza e Diritto di Voto” oppure “Sistema elettorale”. Vi farà piacere sapere che non avete voce in capitolo.

Questo è quanto.

Cya.

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Sulla scuola

Sulla scuola ci sarebbero un sacco di cose da dire, me ne rendo conto. Ci sarebbe da dire cosa andrebbe cambiato, cosa vorremmo rimanesse uguale (ammesso e non concesso che qualcosa ci sia), le storie vissute tra i banchi di scuola e quant’altro. In questo post, ovviamente, mi soffermerò sul cosa cambierei del sistema scolastico italiano.

Questo post nasce in seguito ad una serie di discussioni avute la settimana appena trascorsa e questo pomeriggio. La prima era una comparazione (molto alla buona, dato che in trentasei minuti di treno non è che si possa fare chissà cosa, di prima mattina) tra sistema  scolastico americano e sistema scolastico italiano. La seconda, invece, aveva come oggetto la digitalizzazione dei libri di testo e i vantaggi e gli svantaggi derivante da una soluzione di questo tipo.

Per quanto le due discussioni fossero interessanti e meriterebbero un approfondimento molto maggiore, come dicevo questo pomeriggio alla Fatina dei Boschi, in principio sarebbe meglio affrontare l’argomento da un punto di vista maggiormente generalista e occuparsi dell’argomento principale: la scuola.

Tutti siamo stati studenti per un lasso di tempo più o meno lungo. E tutti, col passare del tempo, ci siamo fatti un’idea delle cose che ci andavano a genio e di quelle che non lo facevano. Ognuno di noi avrebbe voluto cambiare qualcosa dei programmi o del rapporto alunno/insegnante.

Ma, la prima cosa che personalmente cambierei, è proprio il modo in cui è predisposto il percorso scolastico dello studente. Attualmente, infatti, si fanno cinque anni di scuole elementari, tre anni di scuole medie e cinque anni di scuole superiori. Il problema di questo sistema è, fondamentalmente, quello che a tredici anni una persona difficilmente ha le idee chiare su quale percorso seguire una volta finite le scuole medie. La mia idea è, semplicemente, quella di fare cinque anni di scuole elementari, cinque anni di scuole medie e tre anni di scuole superiori.

L’organizzazione non cambierebbe di molto, a livello di materie didattiche. Alle scuole elementari verranno poste le basi generali come già è ad oggi, nei cinque anni di medie queste basi verranno rafforzate ed integrate preparando gli allievi ad un passaggio ad una scuola ancora più specialistica che permetterà di diplomarsi, nei restanti tre anni.

Le prime differenze, però, sorgono proprio in questi tre anni di scuole superiori. Nei precedenti dieci anni, infatti, le basi poste permetteranno l’abbandono delle materie non prettamente di indirizzo. Questo porterà ad una maggiore specializzazione degli ultimi tre anni che porranno le basi sia per un ingresso nel mondo del lavoro, sia per il proseguimento degli studi in un’università. La specializzazione avverrà tramite la perdita delle materie di cultura generale (o attraverso un loro drastico ridimensionamento) in favore delle materie principali (a seconda della scuola scelta, potrebbero essere l’economia/il diritto, le lingue, la matematica, la letteratura/latino/greco).

Per quanto riguarda i programmi scolastici, invece, si dovrebbe cercare di lasciare la maggior libertà possibile agli alunni con l’aumentare dell’età e della preparazione. Questo significa che, col passare degli anni scolastici, l’insegnante dovrebbe “limitarsi” a porre le basi per lasciare liberi gli studenti di approfondire gli aspetti degli argomenti che più trovano interessanti. Molti insegnanti, potrebbero storcere il naso inizialmente ed è comprensibile, dato che questo comporterebbe maggiori difficoltà per loro (avere programmi così eterogenei non sarebbe semplice, soprattutto per quelli abituati ad arrivare in classe e dettare gli appunti su cui poi verificare la preparazione degli alunni).

Con questo nuovo sistema, alle scuole elementari, non ci sarebbero praticamente differenze. I bambini imparerebbero a scrivere, a fare i calcoli e avrebbero programmi “rigidi”. Nei primi due anni di scuole medie, invece, inizierebbero ad esserci maggiori libertà. L’insegnante, su determinati argomenti, dovrebbe solo porre delle “linee guida” che lascerebbero libero lo studente di approfondire soprattutto ciò che più accende la sua curiosità (per esempio: nello studio dell’Impero Romano, uno studente potrebbe approfondire maggiormente le sue conoscenze sulle guerre puniche, mentre un altro potrebbe concentrarsi sull’ascesa e la caduta di Giulio Cesare). In questo modo, oltre agli elementi forniti tramite lezioni normali, in cui si delineano il quadro generale e alcune caratteristiche salienti che tutti dovrebbero sapere, il resto lo si lascia alla libera scelta degli studenti. Questo potrebbe portare a vivere la scuola non come un’imposizione, ma come una possibilità di approfondire ciò che più colpisce la nostra fantasia/curiosità/sete di conoscenza.

Con l’avanzare degli anni, le restrizioni diminuirebbero sempre di più sino ad avere una quasi indipendenza dello studente negli ultimi tre anni di scuola, in cui avrà i mezzi (se gli insegnanti saranno in grado di fornirli) per essere in grado di delineare la situazione generale per poi gettarsi nell’approfondimento di ciò che maggiormente gli interessa. Alle superiori, infatti, i professori dovrebbero fornire le informazioni salienti e dare modo allo studente di avere una vista d’insieme che integri ciò su cui l’alunno si è soffermato.

L’università, invece, tendenzialmente sarebbe il coronamento di un processo di emancipazione e preparazione culturale in cui i professori dovranno presentare la materia e lasciare spunti che lo studente dovrà cogliere e sviluppare in modo organico tale da permettergli di poter affrontare l’esame.

Ovviamente, in tutto questo, hanno un ruolo chiave gli insegnanti che dovrebbero allontanarsi dai vecchi schemi a cui tutti siamo abituati, per avvicinarsi di più alla figura del “mentore” che indirizza i suoi assistiti lungo dei percorsi da loro scelti senza vincolarli ad un programma statico e sempre uguale sia che si vada alle medie, sia che si vada alle superiori o, addirittura, all’università. Per fare una cosa del genere, quindi, dovrebbe prima essere formata una nuova classe docente in grado di svolgere questo ruolo. Per una riforma del genere, per quanto riguarda il corpo docente, sarebbe necessaria una profonda rivisitazione delle basi su cui si regge l’attuale pedagogia o comunque, un diverso approccio rispetto all’attuale.

Di fianco a riforme di tipo strutturali al sistema scolastico è, però, necessario anche un aggiornamento dei mezzi. Aggiornamento che non significa sostituzione completa delle care, vecchie “carta e penna” ma significa affiancare a questi elementi, strumenti multimediali. Strumenti che permetterebbero di approfondire in loco (a scuola), dove è presente anche l’insegnante, oltre che a casa. Per questo sarebbe necessario che ogni alunno fosse dotato di computer portatile (pagato in parte dalla scuola, in parte dalle famiglie, in base al reddito) oppure che le lezioni si svolgessero in aule dotate di computer fissi di proprietà della scuola con la possibilità di sfruttare quanto fatto in classe a casa, trasferendo i file su una chiavetta USB (economicamente alla portata di tutti). Questo permetterebbe, infatti, di affiancare alle classiche lezioni (che ci saranno, nonostante la grande libertà di svariare degli studenti) lezioni interattive.

Per fare una cosa del genere è, però, necessario che si decida di investire in modo forte e convinto sulla cultura e l’istruzione, con politiche chiare e che puntino a migliorare le condizioni. L’Istruzione non dovrebbe più essere uno tra i primi bacini da cui tagliare per risparmiare i fondi, ma anzi dovrebbe essere proprio la destinataria di maggiori introiti. Solo seguendo delle linee guida diverse dalle attuali (che non debbono essere per forza quelle che ho dettato in questo post), potremmo ottenere risultati convincenti e migliori rispetto agli attuali. Solo con una rivoluzione del sistema scolastico, potremmo vedere gli alunni tornare ad apprezzare la scuola, piuttosto che vederla come una noiosa costrizione, perché è anche da lì che vengono poste le basi per fare di noi le persone che un giorno saremo.

Per concludere cito una frase della Fatina dei Boschi con cui sono sostanzialmente d’accordo:

[…]Basterebbe fare l’unica cazzo di rivoluzione “copernicana” sensata di cui ha bisogno sta scuola: passare da

> Devi studiare perché ti interrogo
a
> Cristo, guarda, il mondo! Impara a conoscerlo!
Se la scuola fosse così, i professori non servirebbero, se non come guide per tracciare il percorso più efficace per lo studente che da solo si troverebbe spaesato. Non è che studio = annoiarsi (a differenza di quello che pensano anche alcuni prof)

Questo è quanto.

Cya.

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Bilanci (E la loro conclamata inutilità)

Ieri discutevo con un amico blogger sul prossimo post che avrei pubblicato. Purtroppo, nonostante i piani prevedessero qualcosa di molto più interessante, data la mancanza di tempo (necessario) per scrivere ciò che avevo in mente, vi beccate sto articolo.

La prima cosa a cui si pensa, quando si legge la parola bilancio è l’economia. E per chi ha un’infarinatura generale di economia, non si può fare a meno di pensare al bellissimo bilancio di fine esercizio e all’odiatissimo bilancio riclassificato ma, tranquilli, non voglio parlare di quello. I bilanci a cui faccio riferimento sono quelli che in modo più o meno improprio, tracciamo durante la nostra vita.

A tutti, più volte nella vita, è capitato (e capiterà) di arrivare ad un punto in cui è necessario “tirare le somme”. Di solito, questo avviene a fronte di cambiamenti importanti come la chiusura di un vecchio capitolo della propria vita, in favore di uno nuovo. Il primo “bilancio”, seppur non del tutto autonomo e con molte meno implicazioni psicologiche, lo si ha al passaggio tra le scuole medie e le superiori. Dopo aver capito quali sono i nostri punti di forza, quali sono i nostri punti deboli e tenuto conto delle varie incognite (orario/vicinanza da casa/mezzi di trasporto), compiamo una scelta che si ripercuoterà in modo decisivo sul nostro futuro.

Cinque anni dopo, ci troviamo di nuovo a dover tirare un bilancio della nostra vita. Un bilancio più “completo” e “maturo”, con risvolti ed implicazioni molto più psicoattitudinali rispetto al primo. Ci si trova davanti alla scelta tra il mondo del lavoro e l’università. Un po’ come per la scelta delle scuole superiori, ci si ritrova a dover fare i conti con ciò che siamo (o non siamo) in grado di fare. Ciò che vorremmo raggiungere e tutte le più svariate incognite (infinitamente maggiori). Una volta finito di valutare i pro e i contro di entrambe le possibilità, si prenderà una decisione.

In questi due casi sopra elencati (e in pochi altri), fare un bilancio è l’unico modo sensato per prendere una decisione. Non si scappa e non ci sono vie di fuga. Probabilmente, in questi casi è inevitabile utilizzare questo strumento.

Ma, sempre più spesso, quando si è in una fase di monotonia o si attraversano momenti problematici, c’è la tentazione di fare un bilancio di tutto ciò che è stato fatto fino a quel momento per cercare un modo di auto-rassicurarsi. Dobbiamo assolutamente dimostrare a noi (e, spesso, anche agli altri) che durante la nostra vita fino a quel punto le cose fatte siano per la maggior parte cose buone/giuste/positive. La cosa sciocca (e che rende inutile tutto quanto) è il fatto che, a meno che non si sia in punto di morte, si starebbe facendo un bilancio parziale e incompleto.

Per spiegarne il motivo della stupidità e dell’inutilità dei bilanci, rientrerò per un attimo nel campo economico. Se un’azienda facesse un bilancio d’esercizio dopo solo due/quattro/sei mesi dall’inizio dell’esercizio, indubbiamente, potrebbe ottenere delle indicazioni sul (breve) periodo, che però (quasi sicuramente) si riveleranno del tutto inutili e completamente sbagliate, giunti alla fine dello stesso. Ecco, fare un bilancio a (per esempio) venti e o trent’anni è più o meno fare la stessa cosa. Solo che ha risultati molto più negativi ed è molto più stressante.

E stress e risultati negativi non sono altro che le conseguenze di tutti quei fallimenti, di tutte quelle mancanze che si sono susseguiti nel corso del tempo e che rappresenterebbero le voci passive del nostro bilancio. E, spesso, non si ha abbastanza distacco per poter valutare (nel bene e nel male) i fatti che più recenti in modo distaccato ed obiettivo. Si va alla ricerca di una visione di insieme che ancora si focalizza troppo su alcuni particolari, per ignorarne altri. Una visione di insieme che per forza di cose, in quel momento non potrà essere completa ed obiettiva come lo sarà anni dopo.

Quindi, cercate di evitare per quanto vi è possibile, di cercare di trarre bilanci superflui e inutili. Non state facendo altro che un sacco di lavoro per nulla, perché tanto passato del tempo, vedrete tutto sotto un’ottica diversa. Darete più o meno importanza a questi fatti, in favore d’altri. I bilanci, lasciateveli per quando sarete vecchi e rugosi, al circolino con gli altri nonnetti a giocare a carte. (La versione femminile è davanti al televisore con un programma di gossip/al parco con la dirimpettaia per parlare della vostra prole e della prole della vostra prole).

Questo è quanto.

Cya.

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Estate

Fondamentalmente, l’estate è figa per un solo motivo: che si lavori, che si vada a scuola, l’attività viene interrotta per qualche tempo per poter staccare dalle fatiche di un intero anno.  Normalmente, si andrebbe al mare, si andrebbe in montagna o al lago. Io, invece, che sono povero e stronzo, ma soprattutto povero (per alcuni soprattutto stronzo) sarò bloccato in quel di Seveso. Eh, beh, ecco…È una vera merda.

È una vera merda perché Seveso non ha nemmeno una piscina (e comunque non avrei soldi da investire per andarci un giorno sì e l’altro pure). O meglio, la piscina ce l’ha…Solo che è andata a fuoco (non chiedetemi come). L’unica piscina in zona è quella di Seregno che sì, è bella, sì è grande…Ma è irrimediabilmente piena di gente.  E quindi, esclusa la piscina, avrei potuto usare la carta “fare pietà ai miei per farmi sei giorni al mare”. Qui sorgono un…Trilione? Sì, un trilione di problemi. Il primo è che non mi ci porterebbero manco per sbaglio, a sbaffo. Il secondo è che io non andrei al mare con loro (troppo, troppo deprimente). Il terzo è che i due abbiano prenotato a Riccione e a me, Riccione, fa cagare. Gli altri non sto ad elencarli, perché altrimenti non la finiamo più.

Quindi, escluso quello che sicuramente non posso fare, non mi resta che armarmi di pazienza ed escogitare un modo per passare un’estate cittadina. Ed è qui, che entra in gioco il mio piano (ancora in fase embrionale): un bel abbonamento mensile per Milano e giro della città (che poi, immancabilmente, si trasformerà in un: “Feltrinelli – Tavolo – Lettura” oppure, variante estiva: “Parco Sempione – Salviettone – Libri – Beveraggio”). Nel caso in cui, nemmeno le finanze dovrebbero essere dalla mia (perché come si sa c’è crisi, e io spendo 70 € ogni due mesi in fumetteria) resta sempre la possibilità di andare al Bosco delle Querce e fare le stesse cose che farei in Parco Sempione. Le uniche differenze tra Sempione e Bosco, è la qualità della fauna…Ma questi sono dettagli.

In definitiva, dopo questo cappello introduttivo (sì, probabilmente l’introduzione sarà più lunga del Post), arriviamo al vero succo del discorso: indipendentemente dal fatto che io vada o meno in vacanza, l’estate è una stagione che odio. La odio perché, per quanto abbia i suoi lati positivi (soprattutto per gli occhi), ne ha anche tanti, tanti, tanti, tanti, tanti, tanti, tanti negativi. Alcuni semplici esempi? Eccoli!

1) Il caldo. Io odio il caldo. Lo disprezzo profondamente. Lo trovo rivoltante. Afoso, secco…Non conta. Ciò che conta è che è davvero fastidioso avere i vestiti appiccicaticci dopo solo un paio di chilometri fatti a piedi (perché, nonostante sia un ciccione e nonostante sia un culopeso, a me camminare piace). Non è accettabile che appena usciti dalla doccia, si rincominci a sudare…Per non parlare della quantità industriale d’acqua che consumo.
2) Non c’è nulla da fare. Occhei, tolte le occasionali uscite con gli amici (che tanto, prima o poi partono), tolti i bagni in piscina…Cosa resta da fare? Praticamente, un cazzo. Ho fatto fatica a trovare anche le due cose da togliere dall’elenco delle cose da fare, fate un po’ voi. Comunque, l’estate è una stagione vuota. Chiude tutto (o quasi), le ore sfruttabili senza rischiare di farsi venire un colpo sono relativamente poche (in città, per lo meno). E anche la vita notturna, alla fin fine, ne risente. Insomma, domina la noia. E per uno che si scazza con un nonnulla, è anche un bel problema.
3) Ci si scopre. Personalmente, in giro, mi limito a pantaloni corti al ginocchio e maglietta a maniche corte (perché sono delicato), ma c’è gente che va in giro in canotta, infradito e shorts/pantaloncini corti. E voi direte “Vabbè, nulla di strano, fa caldo”. E sono d’accordo pure io, eh. Però, porca puttana, c’è un limite (piuttosto basso) alla sopportazione del brutto che hanno i miei occhi (per i più curiosi: il limite è tre guardate nello specchio colla mia immagine riflessa). Insomma, non dico che dobbiate indossare un burqa oppure l’equivalente maschile (esiste?), però mettetevi addosso cose che potete permettervi per gli Dèi.
4) Lo svuotarsi della città. Perché è negativo? Perché se si è a Milano, i Niggah, sicuramente riusciranno a beccarmi e non ci sarà in giro gente con cui potrò mescolarmi, sperando ardentemente che vengano scelte altre persone.
5) Le aule universitarie. Dato che avrò lezione ancora per questa e la prossima settimana in una specie di fornace (misteriosamente, l’aria condizionata non va), seguire diventa una missione impossibile. Oggi mi sono quasi cotto a puntino, per tenere la finestra aperta sperando in un alito di vento (che non è arrivato).

Per fortuna, come dicono gli Stark (quelli sopravvissuti) “L’inverno sta arrivando”. Speriamo che si sbrighi.

Questo è quanto.

Cya.

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Giornata di merda

Ci sono giornate che non si dimenticano. Ci sono giornate destinate a cambiare la nostra vita. Ci sono giornate ignave in cui non cambia nulla. Ci sono brutte giornate che possono passare senza lasciare il segno e poi…E poi ci sono loro, le giornate di merda. Giornate in cui pensi “avrei fatto meglio a restare a letto” oppure “voglio morire”. Ecco, oggi è stata una di quelle giornate per il sottoscritto.

Oggi non ho nemmeno la consolazione di dire “almeno era partita bene” perché, come ogni giornata di merda che si rispetti, l’inizio deve essere qualcosa di disastroso. Qualcosa che ti farà capire da subito che se a fine giornata arriverai intero a casa, allora sarai stato fortunato.

Sveglia: 6.40. Il cellulare mi sveglia con una suoneria irritante e da infarto, dopo poco meno di cinque ore di sonno. Intontito mi rigiro, godendomi altri cinque minuti concessi dalla sveglia sul comodino. Per Elisa, alla fine suona. In quel preciso momento, mentre cerco di infilarmi la canottiera insieme alla maglia a maniche corte, ho il primo sentore che in questa giornata c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Perché? Semplice: una cosa del genere, normalmente, mi porta via cinque nanosecondi senza complicazioni. Stamane, invece, no. La canottiera non vuole saperne di entrare e, quindi, mi trovo a dover ripetere il processo per ben tre volte. Dopo le abluzioni mattutine arrivo in cucina.

Colazione: 7.06. Mia madre, mentre mi prepara il pranzo (piselli e hamburger), mi pianta lì con del succo e il nulla più assoluto. Cincischio ascoltando le notizie al telegiornale (o almeno provandoci) e mi bevo il mio succo d’arancia.  La genitrice mi guarda con aria abbastanza assonnata e mi chiede “Luca, faccio in tempo a dare da mangiare al cane?”. Guardo l’orologio, guardo il cellulare e le dico “Ma’, basta che ti muovi perché devo prendere quello (il treno) di e 26 (7.26)”. LE ULTIME PAROLE FAMOSE.

Uscita di casa: 7.18. Mia madre, tranquillamente, mi dice che possiamo andare. Ora, già il fatto che abbia dovuto lasciarle la sua macchina, non mi garba per nulla. Per lo più, le dico di muoversi e lei, noncurante di tutto, tira le 7.18? Ma mi prende per il culo? Facendole presente che ormai il treno di e 26 l’ho perso, la donna si mette al volante e inizia a guidare tranquillamente, come se non avessi un treno da prendere.

Arrivo in stazione: 7.24: “Embè? Fai ancora in tempo a prenderlo il treno” potrete dire voi. E avreste anche ragione, non fosse che questa è una giornata di merda. Struscio il portafoglio sull’obliteratrice. Abbonamento riconosciuto. Mi dirigo verso il fondo della banchina, per poter salire sulle carrozze che, in teoria, hanno la maggiore disponibilità di posti. Arriva il treno. Ora, non so quanti di voi prendano un treno regionale per Milano con un numero insufficiente di carrozze e una spropositata quantità di persone che lo prendono, ma immaginatevi qualcosa di molto simile ad una vera e propria baraonda. Gente che pur di prendere il diretto si mette in equilibrio sugli scalini delle carrozze ed ogni volta che si aprono le porte, vengono investiti da:

a) Insulti perché non si spostano
b) Gente giustamente di fretta
c) Continui colpi d’aria.

Bene, la situazione di oggi era pure peggiore. Percorro il treno per tutta la sua lunghezza da fuori, ma non c’è posto manco per un mio capello (e li ho tagliati, specifichiamolo). A questo punto, vedo le porte chiudersi e scoraggiato biascico un porchid…Vabbè, biascico una bestemmia. Prendo il treno (ovviamente questo fa tutte le fermate) delle 7.31

Arrivo in Cadorna & Metro:  8.06. L’arrivo in Cadorna, come sempre è traumatico. Non tanto perché vuol dire essere a dieci minuti da un rompimento di coglioni della durata di ore quattro, quanto per la gente che appena scesa dal treno. Li vedi lì, belli beati, con i loro volti paciosi mentre camminano lenni lenni verso la stazione.  Ma oggi è stato tutto peggiore. Gente che camminava a due all’ora. DUE all’ora e non ti faceva passare nemmeno a sparargli. Mi faccio largo tra la folla a spallate (per forza di cose) e giungo in metro. E lì? Lì l’apocalisse. Una serrata improvvisa? Un incidente? Gente rincoglionita che non sa obliterare i biglietti? Niente di tutto questo. Peggio ancora: lavori in corso sulla linea M1. Un tizio scavalca i tornelli e manda a cagare quelli dell’ATM che non fanno nulla per fermarlo. I più civili, attendono confusi. Finalmente, ci lasciano passare riattivando i tornelli. Oblitero, scendo per prendere la metro che porta a Sesto primo maggio. E mi ricordo che oggi è una giornata di merda. Un muro di persone si accalca, in attesa che arrivi un treno. Arrivato, si uccidono (non solo figuratamente, temo) per salirci. Aspetto la corsa dopo. Riesco a salire. Trenta secondi dopo, me ne pento. Il convoglio è pieno da scoppiare e il treno si ferma tra Cadorna e Cairoli per tre minuti buoni. Non ci si riesce a muovere. Se uno avesse sofferto di meteorismo, ci saremmo trovati in una camera a gas. Una di quelle che non si vedono dai tempi del nazismo, anche se in scala. Giungiamo a Cairoli. Qualcuno scende, ne salgono il doppio. Metà strada tra Cairoli e Cordusio: altra sosta di tre minuti. Altra tortura. In Duomo, di solito, la situazione migliora. E, anche oggi, le cose sono andate così…Più o meno. Tra Duomo e San Babila c’è una sosta di cinque minuti buoni. Guadagno l’uscita e, per fare più in fretta, prendo le scale mobili che danno su Via Borgogna. Solitamente, chi vuole chiurlare e farsi trasportare deve stare sulla destra. Stamattina, invece, non si marciava né a destra, né a sinistra. Nessuno che aveva letto i cazzo di cartelli con su scritto “Non intralciare il passaggio” – “Tenere la destra” –  “Sostare solo a destra”. Alle 8.29, un minuto prima del prof, entro in classe.

Il grande nulla: 8.30 – 12.00. Diritto privato: due interventi, parzialmente corretti. Statistica: mi metto di fianco ad una tizia interessante, ma arriva un ragazzo a reclamare il posto rubato. Li mortacci sua.

Mancanza d’argomenti/paura del rifiuto: 12.03 – 12.08: La tizia di cui sopra, fa la stessa strada che faccio io per andare in metro. Normalmente, avrei per lo meno fatto finta di salutarla (non di parlarci, quello mai), ma stavolta nulla. Tentato dal dirle qualcosa o meno, mi blocco per viltà. Alla fine, sono obbligato ad accelerare il passo e sperare che abbiano sistemato la metro. Tutto normale, al ritorno fino a…

Sogno o son desto?: Ore 13.06. Dopo un soporifero viaggio in treno, mi metto in cammino verso casa senza eccessiva fretta. Il tempo sembra reggere. Mi trovo dietro ad una ragazza niente male (Tradotto in Dat Ass). Alla fine, giusto per non sembrare uno stalker e, soprattutto, perché io dovevo andare da un’altra parte. Mi trovo su un’altra strada e…Sorpresa delle sorprese, becco un’altra tizia (identica) che mi sta seguendo. Dato che la cosa mi inquietava (e che il portafoglio mi dava fastidio) mi sono fermato per sistemare il borsellino in cartella. La tizia mi supera ma, poco dopo, camminando più in fretta di lei c’è un altro sorpasso. Dieci secondi dopo, mi volto e non c’è nulla. Palesemente perplesso, avanzo. Ad un incrocio, però, vedo ricomparire una delle due tizie (Sì, sono sicuro fossero due) e mi lascio sfuggire, ad alta voce un “OCCRISTO!” La tizia mi guarda malissimo. Vado avanti. Sul ponte, all’improvviso, mi coglie il diluvio. Apro l’ombrello e mi rassegno a lavarmi. (Solo il giorno prima, ero riuscito a tornare a casa asciutto e felice).

Quasi morto: 13.29. Arrivato quasi a casa, allo stop della mia via, una gentile signora non guardando alla propria destra uscendo dallo stop, per poco non mi tira sotto. Dovendo scegliere tra vivere e finire in una pozzanghera (innaturalmente profonda), ovviamente scelgo di vivere. Faccio mezzo passo fuori dalla pozzanghera quando un altro genio, con un macchinone rombante, mi pone di fronte ad una nuova scelta: tornare nella pozzanghera di prima o venire investito? Dato che sono una persona coerente, ovviamente, mi sono fatto un altro tuffo nella pozzanghera. Risultato? La mia tosse, alle 18.03, è tornata.

Shitty day is shitty (questo è anche il Tl;Dr)

Cya.

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