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Riflessioni a Caso #42

Solo perché non ti spedisco a farmi un panino ogni volta che ti parlo, non significa che non ti consideri donna. Cazzo… Posso farmeli da solo, i miei panini.
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Riflessioni a Caso #23

Non esistono donne brutte. Sono solo uomini

(Terza legge del Craneloi)

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Sui manganelli e sulla società fallocentrica. (Da Freud a Sailor Moon: tutto ciò che volevate sapere sui manganelli e non avete mai osato chiedere)

Come da titolo oggi ci occuperemo dei manganelli e della società fallocentrica. Cosa c’entrano le due cose? È piuttosto semplice. Ma è necessario partire dal principio.

E in principio ci fu Sailor Moon. O quasi. Dirigendoci verso Pattini per fare colazione, infatti, io e L.C. abbiamo notato un notevole dispiegamento di forze dell’ordine intente a festeggiare qualcosa. Mentre parlavamo dei manganelli e della loro forma fallica (di cui vi accennerò dopo), è venuto in mente a me (ma anche al compare) di immaginare le forze armate vestite da Sailor Moon. Il risultato è stato ovviamente terribile. Allora, per legge transitiva, abbiamo applicato la divisa militaresca a Sailor Moon. Questo ha portato alla trasformazione del suo rinomato “Cristallo di Luna” in “Manganello di Luna”. Ciò è stato accompagnato da spassose immagini di un esercito di Sailor Moon armate di manganello che sfollavano i rompicoglioni che cercavano di fermarci per rifilarci questo o quel ninnolo. E quanto detto finora mi riporta alla mente un aneddoto capitatoci proprio durante il primo pomeriggio: stavamo andando a pranzare al Ciao in San Babila quando un tizio (tale Luca), ci ferma e prova a rifilarci un cartoncino in cambio di soldi per i bambini orfani. Davanti al nostro diniego questo Luca, dice a L.C. “Tagliati i capelli”. L.C., piuttosto seccato dalla supponenza del tizio, abbozza una reazione troncata dal sottoscritto sul nascere. Stroncata perché non valeva la pena di abbassarsi ad attaccar briga con la comune plebaglia, ovviamente. Le cose, però, sarebbero state diverse con dei bellissimi (e ultra-accessoriati) Manganelli di Luna.

E questo ci porta dritti, dritti al discorso sui manganelli e Freud. Il manganello è riconosciuto da tutti quale strumento di potere. Non importa che lo si guardi con ammirazione, disprezzo o indifferenza, tutti sappiamo che quel oggetto su di noi ha un potere. Questo riconoscimento oltre a derivare da un’associazione ovvia con le forze dell’ordine potrebbe avere anche fondamenta psicologiche. L’illuminazione (se così vogliamo definirla) mi ha colto mentre, tra una battuta e l’altra, è venuta fuori la lampante similitudine tra la forma fallica e la forma del manganello. Infatti, il manganello, non è altro che un enorme fallo (simbolo da ricollegare all’uomo e alla sua posizione sociale di spicco) per riportare all’ordine tutti coloro i quali si oppongono o portano disordine nella società (fallocratica e fallocentrica). La sottomissione avviene di fronte ad un’arma che ricorda un pene procrastinando e continuando, in questo modo, la tradizione maschilista caratterizzante tutte (o quasi) le società. Insomma, per farla breve, le forze dell’ordine (coloro le quali hanno il compito di far sì che sia mantenuta la calma ed è adibita a protezione della società) non fa altro che ribadire un concetto fondamentale socio-culturale: tutto gira intorno all’individuo di sesso maschile.

E questa mia considerazione è rafforzata dall’evidenza dei fatti. Nonostante una seconda ondata di “femminismo” forse più maturo e più “moderno” ed un’apertura alle stanze dei bottoni di vari ambienti alle donne, coloro i quali ricoprono posizioni di spicco in economia, politica e scienza sono uomini. Uomini che non hanno mai visto le loro posizioni veramente intaccate da questa “rivoluzione rosa” in una società dove i maggiori simboli di potere sono da riportare all’organo sessuale maschile.

Magari queste sono solo stronzate (e io in parte voto per questa opzione), magari c’è un fondo di verità (e voto anche per questa opzione), magari è tutto un gombloddoh massonico che è stato svelato. In qualsiasi caso, meditate gente. Meditate attentamente. E ricordatevi che i Manganelli di Luna sono protetti da Copyright nel momento stesso in cui compaiono su questo blog.

Questo è quanto.

Cya.

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Ho capito che – Lezioni di vita spicciola

Arrivato alla veneranda età di ventuno anni (tre mesi e tre giorni) posso dire con un buon margine di sicurezza di aver capito qualcosina (ma proprio poco, eh) della vita. Che cosa uno può capire dalla vita a ventuno anni, per molti è un mistero e posso capirlo. A quest’età ancora si è giovani e di esperienze da fare ce ne sono a migliaia, eppure…Eppure io sono sicuro di me e di quello che sto per scrivere, tanto vi basti.

In primis ho capito che qualunque cosa tu faccia, qualcuno l’avrà già fatta meglio, o la farà meglio. Allora bisogna non tentare? Eh…Per il mio culopesismo innato, vi direi che sì, fareste meglio a non tentare. Ma poi sono io il primo a lamentarmi, quando non tento perciò…Perciò voi provateci. Non avete praticamente nulla da perdere. Se vi dovesse andar bene, avrete guadagnato qualcosa. Se vi andrà male, avrete comunque fatto un’esperienza nuova (oppure la medesima esperienza, ancora una volta) e avrete modo di capire cosa ci fosse di positivo e cosa fosse negativo. So che può sembrare un’ovvietà (lo è), ma la prima cosa che ho capito è stata questa.

Poi, ho capito che quando si ha a che fare con le donne, in qualsiasi caso farai qualcosa di sbagliato. Ma non è solo colpa tua, uomo medio. È colpa anche di linguaggi diametralmente opposti. Per l’uomo è tutto diretto e c’è poco di sottinteso. Quando invece si tratta di decifrare il linguaggio femminile ci si addentra in un terreno viscido e insidioso. Quando una donna dice qualcosa è assai probabile che voglia dirne un’altra. Le poche volte che, invece, dice una cosa pensando a quella cosa, pieni di dubbi sull’oscuro significato delle sue parole (perché, dopo tot. tempo, arriverai a cercare di decifrare tutto quello che dice facendo più danni che altro), alla fine la farai incazzare perché non le hai dato retta. Unico consiglio: non tentate di giocare di anticipo, potreste solo peggiorare la vostra situazione.

Ho capito che quando una persona dice no è no. L’affermazione appare talmente lapalissiana che quasi è assurdo che ci sia, ma non tutti hanno avuto la fortuna di capire questa fondamentale verità. Non lo capiscono quelli che insistono per rifilarti il mega-abbonamento di staminchia, non lo capiscono quelli che provano a fermarti per dare un contributo ai bambini malati di AIDS e, tante volte, non lo capiscono nemmeno le persone che ci stanno attorno più tempo degli altri. Dato che mandare a fare in culo tutti non si può (si potrebbe, ma convenzioni socio-culturali dicono che sia poco carino), armatevi di pazienza e sopportate.

Ho capito che la pazienza è la virtù dei forti, ma ad essere troppo pazienti si corre il rischio di esser trattati come dei coglioni. Perché, sì, va bene essere pazienti (con poche e selezionatissime persone), ma più in generale a fare “il buono” o “il comprensivo”, alla fine ci si rimette novantasette volte su cento. Sta a voi capire quando pensate valga la pena essere pazienti e quando valga cacciar fuori la lingua dai denti (in modo figurato) e cantarne quattro al rompicoglioni di turno. Lo so, qualche riga sopra ho detto che dovreste armarvi di pazienza e sopportare e questo sembra contraddire quanto detto ma, in realtà, questo potrebbe essere un corollario del “Ho capito che” di cui sopra.

Ho capito che il detto “Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare” è una verità a metà. Alla fine, dipende tutto da noi. Sta a noi cercare il metodo più efficiente ed efficace per raggiungere la meta. Sta a noi trovare la voglia di passare il mare che divide il dire e il fare. Lo so, non è facile. Lo so, tante volte il mare è un mare di merda. E, sì, so anche che dovrei essere l’ultimo a dire questo dato che solo qualche post fa mi lamentavo della mia incapacità di agire. Epperò, io sono un caso patologico, voi invece non lo siete (o almeno, lo spero). Insomma, un po’ più di fiducia in noi stessi, un po’ più di voglia di mettersi in gioco e tutto sembrerà un po’ meno complicato.

Ho capito che le cose raramente vadano come vorremmo. E, in fondo, non c’è nulla di sorprendente. Quante volte le nostre speranze sono state frustrate? Quante volte un rapporto si è evoluto in maniera diversa da come avremmo voluto si evolvesse? Quante volte vostra madre vi ha illuso dicendovi che vi avrebbe regalato il Gameboy color con pokemon oro e alla fine si è presentata con non-mi-ricordo-cosa? Un sacco di volte (tranne quella del Gameboy, quella è stata una delusione one-shot). Eppure, temo sia inevitabile. Ogni volta si creano aspettative perché, quasi fosse prerogativa standard dell’uomo, non si può fare a meno di pensare come potrebbero andare le cose e, a meno che non si tratti di visite mediche (lì si passa da “Ho il raffreddore” a “Ho un cancro incurabile”), di solito si tende a prendere in considerazione lo scenario migliore. Lo scenario che rappresenta come le cose vorremmo che andassero. Poi, ovviamente, la guastafeste chiamata “Ragione” interviene a mediare e a far prendere in considerazioni altre ipotesi più “realistiche” (Al ché, sorge spontanea la domanda “Ma tu (Ragione), non potevi farti i cazzi tuoi?”).

Ho capito (già da tempo) che se vorrò avere un futuro e le cose non dovessero cambiare, sarò costretto ad emigrare verso altri lidi (e tre possibili mete sono già state decise da lunghissimo tempo). Questa, probabilmente, è la cosa più triste che una persona possa capire. Purtroppo, però, non ci sono sbocchi per i giovani in questa Vecchia Italia. Chi ha i numeri è senza agganci. Chi ha gli agganci è senza numeri. Il lavoro per molti giovani (e non solo) è un’utopia e penso di meritarmi di meglio di quello che qui ci è offerto (sarò presuntuoso, ma tant’è.).

Ho capito che uno sguardo, un gesto, un’espressione possono dire molto più di ogni singola parola. Ormai si è persa l’abitudine di guardare gli altri in faccia o di osservarne i movimenti per capire se questi sia turbato o meno e, questo, è un vero peccato. Temo che si sia persa l’abitudine perché (come il prof di filosofia politica insegna) guardando negli occhi un’altra persona, è inevitabile che si venga visti. E questo ci intimorisce, ci fa sentire nudi ed inermi, esposti ad una minaccia. E, questo, per me è un vero peccato. Così come è un vero peccato che la comunicazione perda la sua parte mimico-espressiva in favore di quella incolore e incompleta rappresentata dalle parole.

Ecco, queste sono le cose principali che ho capito. Sicuramente, mi sarò dimenticato qualcosina ma vabbè, penso vivreste anche senza saperlo.

Anche per oggi, questo è quanto.

Cya

(N.B.: Post originariamente iniziato in data 22/05/2012. Sono talmente culopeso d’averlo lasciato come bozza per quasi un mese, prima di finirlo).

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