Archivi del mese: febbraio 2010

“Definire è limitare”

L’uomo, sin dai primordi della specie, ha cercato di trovare un modo per definire ciò che lo circondava. Dopo migliaia e migliaia di anni tutto ha un nome. Un nome statico, che difficilmente cambierà.

Questa mania di definire, con nomi statici, cose dinamiche ha portato ad una situazione anomala, almeno dal mio punto di vista. Come può una rosa essere identica all’altra e quindi avere lo stesso nome? Come può, un cane, essere chiamato in tal modo se differisce completamente da un altro esemplare della medesima razza? Soprattutto, come può una persona con infinite sfaccettature essere limitata con un nome così statico come il proprio?

Le ragioni per cui l’uomo è ricorso a questa castrante catalogazione attraverso i nomi sono evidenti: la necessità di comunicare con qualcuno in modo da comprendersi l’un l’altro e, in misura ancora maggiore, la paura per ciò che non riesce a definire e dunque limitare. Ma è davvero così corretta tale catalogazione?

Per le cose potrebbe anche esserlo, non tenendo conto delle molteplici differenze tra un oggetto e l’altro della medesima specie, ma per gli animali e, soprattutto, le persone certamente non lo è.

Secondo la corrente filosofica del Panta Rei ogni cosa, anche se pare uguale, in realtà ha subito molteplici cambiamenti. A volte percettibili e altre volte impercettibili, ma comunque esistenti.

Tutti i giorni, in ogni momento, una persona è soggetta a cambiamenti in modo più o meno consapevole. Cambiamenti, questi, che si riflettono sul proprio essere e sul proprio io.  L’essere soggetti a questi cambiamenti ci rende dinamici, mentre, il nostro nome resterà sempre e comunque lo stesso.

In qualsiasi momento della mia vita, io, sarò Luca, anche quando con Luca non avrò nulla a che fare. La questione che oggi sto ponendo alla vostra attenzione, non è così lontana da quella pirandelliana nel libro “Uno, Nessuno e Centomila” e anzi la rispecchia, facendomi giungere alla medesima conclusione.

Anche io, come Vitangelo Moscarda, sono convinto che per vivere di vera vita e cogliere tutte le sfaccettatura di una persona non sia necessario un nome e che, anzi, quest’ultimo ci sia soltanto di intralcio. Il non avere un nome non soltanto ci permetterebbe di cogliere in modo maggiore le sfaccettature nostre e altrui, ma ci renderebbe maggiormente liberi.

Tutto questo potrebbe risultare folle, certamente è utopico e altrettanto sicuramente impossibile, ma provate a fermarvi un attimo e riflettete su tutte le volte che vi siete sentiti limitati dalla definizione che un’altra persona vi ha affibbiato. Il non avere un nome ci renderebbe liberi da un’identità, una definizione, che potremmo non sentire nostra, impostaci con la nascita. Liberi di essere ciò che realmente siamo in modo del tutto naturale, senza preoccuparsi di ciò che gli altri penseranno di noi in quanto Luca, Simone, Anna o Sara.

E non trovo modo migliore di concludere questo post se non così, con questa frase tratta sempre da “Uno, nessuno e centomila”:

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude.”

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