Archivi del mese: febbraio 2012

L’ordinaria vita di un supereroe

Prima di inoltrarmi nella scrittura di questo articolo, vi avverto che l’argomento trattato potrebbe risultare di scarso interesse.

Fatto questo, vi chiederete di cosa tratterà l’articolo. Per rispondere a questa domanda è necessario, innanzitutto, mettere in chiaro che quanto leggerete qui è un esperimento per iniziare una rubrica sul mondo dei fumetti ed, eventualmente, il modo con cui io mi rapporto a questo universo.

Oggi vi parlerò dell’Uomo Ragno. Possiamo dividere la sua epopea in due grandi tronconi. Il primo è quello dell’Uomo Ragno prima della morte di Gwen Stacy, il secondo è l’Uomo Ragno dopo la morte di Gwen Stacy, ma andiamo con ordine. Il personaggio nasce dalla mente di Stan Lee e dalla matita di Steve Ditko nel lontano 1962. Prima del sodalizio tra Stan “The Man” Lee e Dikto, il design del personaggio fu affidato ad un altro grandissimo disegnatore dell’epoca, Jack Kirby. Il Ragno di Kirby, però, non convinse Stan Lee che aveva in mente qualcosa di diverso. Qualcosa di unico per l’epoca.

Nel primo numero della testata (presente in quasi tutte le antologie sul nostro Amichevole Uomo Ragno di quartiere) ci viene presentato il protagonista e, sin dall’inizio, ci è chiaro che la storia sarà diversa: il nostro (non ancora) eroe, non è un ricco uomo d’affari o un brillante scienziato. Nossignori, il nostro eroe è un ragazzo delle superiori che vive con gli zii. A scuola è un secchione, con le ragazze non è fortunato ed è preso di mira dai bulli della squadra di Football. Insomma, potremmo dire che è il perfetto prototipo del Nerd. Il ragazzo, Peter Parker, va ad assistere ad un esperimento scientifico sull’energia nucleare e la radioattività. Ed è qui che un ragno, inconsapevole di ciò che sta per accadere, si cala in mezzo al fascio d’energia nucleare e viene investito dalle radiazioni. E che fine farà quel ragno? Cadrà sulla mano di Peter e, prima di morire, lo morderà.

Il morso dà vita, probabilmente, ad uno dei più stupefacenti supereroi di sempre, ma non da subito. Il giovane Peter (appena sedicenne) guadagna l’agilità di un ragno, la possibilità di aderire alle pareti, una forza sovrumana e, ancora più importante, una caratteristica fondamentale: il senso di ragno che lo avverte dei pericoli che incombe. Ora, cosa farebbe un normale ragazzino di sedici anni, con quei poteri? Cercherebbe di guadagnare soldi! E cosa fa Peter Parker? Cerca di guadagnare soldi! Ed è proprio in questi particolari che si nota la maestria di Stan Lee: crea un personaggio reale che si comporterebbe come ognuno di noi. Una volta guadagnato il suo gruzzoletto l’Uomo Ragno, ha la possibilità di fermare un criminale, ma non lo fa. Dice che quello non è il suo lavoro.

È tornando a casa che scopre la terribile verità: suo zio è stato ucciso da un criminale. La notizia lo scuote, fa crescere in lui il desiderio di vendetta. Vendetta che si compie quando scopre che l’uomo che cerca è chiuso in un magazzino abbandonato. I poliziotti sono bloccati fuori, ma lui no. Entra, scova il criminale e…Ironia della sorte scopre che l’assassino di suo zio, non è altro che il criminale che non ha fermato. Ecco, è in questo momento che nasce l’Uomo Ragno.

Nel primo anno vedremo apparire svariati nemici: Il Doctor Octopus , Goblin, Mysterio, l’Uomo Sabbia e tanti altri. Sarà proprio Goblin la causa della rottura dei già difficili rapporti tra Stan Lee e Steve Ditko. Infatti, si verrà a sapere in seguito, i due litigarono sulla vera identità di Green Goblin. Stan Lee voleva che fosse qualcuno di noto a Peter e ai fan, mentre Ditko insisteva su un nuovo criminale, mai visto fino ad allora. Alla fine la spuntò Stan, con esiti che entrarono nella storia del fumetto mondiale, ma di questo parleremo tra poco.

Il primo anno di Peter Parker trascorre tra i problemi di un normale adolescente, le condizioni di salute non ottimali di una vecchia zia e la lotta al crimine. È in questo primo anno che Parker si trova conteso dalla bella compagna di scuola Liz Allen e la collega (nonché segretaria di J. Jonah Jameson) Betty Brant. Le due si contenderanno le attenzioni di Peter e, a spuntarla fu proprio quest’ultima. Nonostante l’indiscutibile aiuto alla comunità apportato dall’Uomo Ragno, proprio il datore di lavoro di Peter, pagato in qualità di fotografo free-lance per le foto dell’Uomo Ragno, darà il via ad una crociata mediatica (e non solo) contro l’Arrampica-muri.

Dopo la rottura tra Lee e Ditko, alle matite arrivò Jhon Romita. Fu con Romita che le storie guadagnarono intrecci degni da soap-opera e l’elemento Romance divenne importante quanto le lotte coi super-criminali. Fu sotto questo duo che comparvero due personaggi fondamentali per Peter Parker: Gwen Stacy e Mary Jane Watson. Le due si contenderanno il bel Peter a lungo e, alla fine, a spuntarla sarà proprio la biondissima Gwen. Nel frattempo, viene rivelata la vera identità di Goblin e, sorpresa delle sorprese, si scopre che Goblin non è altro che Norman Osborne: il padre del miglior amico di Peter. Le battaglie saranno innumerevoli tra questi due e solo per parlarne approfonditamente quanto meriterebbero, mi ci vorrebbe un altro post (che magari farò in futuro).

La storia d’amore tra Peter e Gwen procederà a gonfie vele fino alla morte del padre della ragazza, il commissario Stacy. Il commissario si sacrificherà per salvare la vita di un ragazzo rimasto coinvolto in uno scontro tra Spidey e e il Dottor Octopus. In punto di morte, il commissario rivelerà a Peter di sapere il suo segreto. Anche dopo la morte di George Stacy la loro storia proseguirà fino all’evento epocale di cui parlavo ad inizio post: la morte di Gwen Stacy.

Goblin, dopo aver perso la memoria e averla riacquisita, decide di rapire Gwen per far sì che Peter, nei panni dell’Uomo Ragno, lo raggiunga. Lascia sulla scena del sequestro una Bomba-Zucca. Peter, non trovando Gwen in casa, si mette alla ricerca della sua nemesi e riesce a trovarla sul Ponte di Brooklyn. Qui assistiamo allo scontro tra i due arci-nemici in cui non c’è in palio solo la loro rivalità, ma anche la vita della ragazza. Durante lo scontro, Goblin urta la ragazza facendola cadere. Spidey riesce a fermarla con una ragnatela che le si incolla alla caviglia. Tutto sembra volgere per il meglio, fino al momento della sconcertante verità: Non solo Peter non ha salvato Gwen ma, probabilmente, il suo intervento l’ha uccisa. Il mistero tuttora non è stato risolto, ma nella vignetta compare un suono che farebbe propendere proprio per questa soluzione. Questa morte sconvolse tutti i Fan del tessiragnatele. Alla Casa delle Idee (la Marvel) arrivarono minacce di morte indirizzate agli autori e al disegnatore. Subito dopo la morte di Gwen Stacy ci sarà un altro colpo di scena: nello scontro finale tra Parker e Osborn, quest’ultimo rimarrà impalato dal suo aliante. In un colpo solo escono di scena sia la donna della sua vita, sia la sua nemesi.

Dopo questo periodo si vedrà una delle saghe più controverse e meglio riuscite dell’uomo ragno: la saga del Clone che vede il suo antefatto nel 1974. Il buon Peter, grazie all’aiuto di Mary Jane, riesce a superare la morte della sua amata Gwen e svolta pagina. Lui e la rossa tutto pepe si fidanzano e quando le cose sembrano prendere la piega giusta, Peter, vede una ragazza molto somigliante a Gwen Stacy. Dopo varie peripezie, viene a scoprire che Miles Warren (un suo nemico, conosciuto come lo Sciacallo) era innamorato di Gwen Stacy. Warren, essendo a conoscenza dell’identità di Spiderman, ritiene responsabile della morte Peter Parker. Ad aiutarlo nella ricostruzione dei fatti e Ned Leeds (marito di Betty Brant, la prima fiamma di Peter) che però viene rapito dallo Sciacallo e collegato ad una bomba. Spidey interviene per salvarlo, ma rimane tramortito dal veleno dello Sciacallo. Una volta risvegliatosi, Peter, si trova di fronte un suo clone dotato dei suoi stessi poteri. I due si affrontano con lo stesso obiettivo: salvare Ned Leeds. I due Spider-Man hanno anche gli stessi ricordi e mentre si scontrano, avviene l’impensabile: Il clone di Gwen Stacy si ribella e riporta per qualche istante alla lucidità Warren, il quale libera Leeds. La bomba esplode ed uno dei due Peter Parker rimane schiacciato. Il finale ci lascia volutamente col dubbio su quale dei due (se l’originale o il clone) sia effettivamente sopravvissuto. L’Uomo Ragno sopravvissuto si convince di esser l’originale grazie all’amore che prova per Mary Jane e getta il corpo del clone (o supposto tale) nel inceneritore. Il clone di Gwen Stacy, invece, una volta visitata la tomba della vera Gwen, decide di andare a New York e farsi una nuova vita. Quanto narrato in questi eventi, in realtà, sarà solo il prequel della vera Saga del Clone.

Vent’anni dopo, infatti, gli autori decisero di sviluppare la saga risolvendo i misteri lasciati dalla precedente. Zia May sta male e al suo capezzale si incontrano, di nuovo, Peter Parker e il clone apparentemente morto. Si viene a sapere che il Clone, in realtà, era sopravvissuto e aveva iniziato a girare gli Stati Uniti con il nome di Ben Reily. I due, all’inizio, si scontrano ma poi si alleano nella lotta al crimine. Ben assume l’identità di “Il Ragno Rosso”. In città, però, giungono altri cloni di Peter. Uno di questi cloni, Kaine (caratterizzato da delle deformità) uccide il Dottor Octopus e si mette sulle tracce dei nemici dell’Uomo Ragno. Tutti i cloni gli daranno la caccia e riusciranno a fermarlo, sacrificando le loro vite. Ora, in vita sono rimasi solamente Peter Parker e Ben Reiley. I due fanno un test del D.N.A per scoprire chi sia il clone e, a sorpresa, il vero Peter Parker è Ben Reiley. Peter, allora, lascia il ruolo di Spiderman a Ben e se ne va a Portland insieme a Mary Jane (Nel frattempo diventata sua moglie e da cui aspetta una bambina). La bambina, però, nasce morta a causa di un magnate pazzo d’amore per Mary Jane. Al termine di questa intricatissima saga, si scopre non soltanto che Norman Osborn sia vivo ma che abbia anche fatto in modo di scambiare i risultati del test del D.N.A. di Peter e Ben. Dopo questa notizia scioccante, ci si avvia verso una conclusione che lo è ancor di più: Ben Reily viene ucciso da Osborn nei panni di Green Goblin. Goblin, a sua volta, verrà sconfitto da Peter Parker. Nelle ultime vignette si assisterà alla trasformazione in cenere del cadavere di Ben Reily che, finalmente, fuga ogni dubbio sull’identità di Peter Parker a noi lettori.

Come sicuramente avrete letto sopra, Peter Parker e Mary Jane Watson sono convolati a felici nozze, ma pensate che tutto sia filato liscio? Ovviamente la risposta è no. Mary Jane viene approfondita come personaggio: si scopre che sia la madre, sia la sorella hanno avuto matrimoni difficili ed infelici e questo suo trascorso la porterà a lasciare Peter quando le cose si fanno troppo serie. Il buon Peter, dopo l’addio di Mary Jane, si inizia a frequentare con la Gatta Nera (conosciuta anche come Felicia Hardy) i due fanno coppia fissa fino a quando Peter non scopre che Felicia ha ricevuto i suoi poteri dal Kingpin, il boss della mala di Manathan. Con il ritorno di Mary Jane la storia tra Peter e la Gatta Nera finisce. Mary Jane, infatti, rivela a Peter di conoscere la sua seconda identità. Dopo altri travagli, i due finalmente convoleranno a giuste nozze dando vita ad una coppia indissolubile….O quasi. La Gatta Nera tornerà spesso nella vita di Peter scombussolandola un di tanto in tanto, ma la fedeltà di Peter non sarà messa in discussione.

Come vedete, potrei restare qui a scrivere per giorni e giorni  su Spiderman ed è per questo motivo che dovrò abbreviare soffermandomi su alcuni importanti punti che vi elencherò qui di seguito:

– La comparsa del simbionte e di Venom
– L’ultima Caccia di Kraven
– Il Potere Totemico
– Civil War
– Solo un altro giorno

La comparsa del Simbionte e Venom: Peter Parker ritornerà dall’evento noto come Guerre Segrete con un nuovo costume organico di colore nero. Questo costume risponde alla volontà dell’Amichevole Spidey e prende le forme di cui più ha bisogno. Ciò che inizialmente ignora è il fatto che il materiale organico sia in realtà un simbionte esiliato dal proprio pianeta di origine. Quando Reed Richards (Mr. Fantastic) rivela a Peter che il costume è un simbionte, Peter decide di liberarsene. Il simbionte, apparentemente morto, in realtà si lega ad Eddy Brock. Eddy Brock è un giornalista mandato in rovina dall’Uomo Ragno, colpevole di avergli rovinato lo scoop della vita. L’odio del Simbionte e quello del giornalista in rovina, daranno vita al più pericoloso nemico di Spider-man dopo Goblin: Venom. Venom metterà alle corde più volte Spiderman grazie a due elementi fondamentali: non fa scattare il suo senso di ragno e conosce la sua vera identità. I due, mortali nemici, si uniranno solo per fermare il simbionte folle Carnage nel crossover “Ultimate Carnage”.

L’Ultima Caccia di Kraven è caratterizzata dall’ambiente cupo e dal tema particolare trattato: Uno degli storici nemici dell’Uomo Ragno, dopo averlo sconfitto e sepolto vivo, lo sostituisce dimostrando di essere all’altezza del suo più grande nemico. Kraven, nei panni di Spiderman, sconfigge Vermin e lo imprigiona. Peter, nel frattempo, riesce a liberarsi e dopo essere tornato a casa per rassicurare Mary Jane, torna da Kraven. Accecato dall’Ira Spidey si getta contro il nemico ed inizia a colpirlo con forza. Quest’ultimo non reagisce e anzi, scoppia a ridere. L’arrampicamuri gli chiede il motivo di quella risata e Kraven, convinto di aver recuperato l’onore perduto spacciandosi per Spiderman nelle due settimane trascorse sottoterra da Peter,  si limita a rispondergli di aver già vinto, di aver ottenuto il proprio obiettivo. Dopo questo discorso, Kraven libera Vermin e lo aizza contro Spiderman. L’uomo-topo riesce a fuggire e l’Uomo Ragno si getta al suo inseguimento nelle fogne. Mentre ciò avviene, Kraven si sucida sparandosi. Spidey trova Vermin e cerca di non fargli del male, dopo un violento scontro, alla fine ha la meglio sull’uomo-topo. Quando tutto sembra finito, Peter viene turbato dal Fantasma di Kraven che, essendosi suicidato, non può accedere all’eterno riposo in Paradiso. Peter, per l’ultima volta, affronta la parte malvagia di Kraven e riesce a sconfiggerla. I due si abbracciano e Kraven è finalmente libero di riposare in pace, così come Peter.

Nella saga del Potere Totemico si scopre che il ragno che morse Peter non era stata una pura casualità, ma la volontà del Dio Ragno africano Anansi che aveva individuato in Peter Parke l’ideale totem dei poteri di ragno. Dopo questa saga, Peter vedrà i suoi poteri notevolmente accresciuti, il suo senso di ragno si affinerà maggiormente, sarà in grado di lanciare ragnatela organica e potrà contare su dei pungiglioni sui polsi. Tutti questi cambiamenti, però, avranno vita breve.

In Civil War, il mondo dei mutanti è spaccato. Tony Stark (Iron Man) vuole obbligare tutti gli eroi a sottoscrivere l’atto di registrazione. Con questo atto i mutanti devono rivelare la propria identità al mondo. Spiderman è inizialmente favorevole all’iniziativa e dopo averne discusso con Zia May e Mary Jane, decide di rivelare al mondo la sua identità. Col passare del tempo, però, Spidey passerà dalla parte dei ribelli guidati da Capitan America. La lotta sarà lunga e dura e terminerà solo con la morte di Capitan America e la vittoria di Stark. L’Iniziativa è passata. In questa saga, Peter, può contare su un nuovo costume: è un costume meccanizzato creato da Stark, dai colori Oro e Rosso. Verrà distrutto durante una fuga dell’Uomo Ragno, che tornerà al vecchio costume Blu e Rosso. Questo Crossover sarà l’incipit per un altro importante evento nel mondo Marvel: Secret Invasion, che a sua volta porterà agli eventi di Assedio.

Per concludere questo lungo (ed entusiasmante) percorso su spiderman non si può non parlare di “Solo un altro giorno”. Zia May è gravemente malata e l’unico modo per salvarla è quello di fare un patto con Mephisto. Mephisto decide di curare la Zia a patto che tutti dimentichino quanto accaduto negli ultimi tempi e che Peter rinunci ai suoi nuovi poteri. Peter e Mary Jane, consci di dover sacrificare anche il loro amore accettano ma, prima che Mephisto proceda con quest’operazione, Mary Jane si avvicina e gli mormora qualcosa nell’orecchio. Al risveglio, Peter ha riacquisito i suoi classici poteri, perdendo quelli conquistati nella saga “Potere Totemico”, Zia May si riprende e lui e Mary Jane si lasciano. Tutti si sono dimenticati della vera identità di Spiderman e alcuni cambiamenti sono apportati alla continuity. Solo un altro giorno è stato accolto malamente dai Fan, non convinti della soluzione scelta da Quesada.

Ovviamente non è finita qui, ma spero che siate voi ad approfondire ulteriormente l’argomento. Nella speranza che questo articolo vi abbia interessato, vi saluto.

Cya!

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E.T. il conquistatore

Premetto che il post sarà una boiata di dimensioni epiche. Talmente epiche che al confronto l’articolo “Scrivere è come…” parrà quasi una cosa seria.

Tutto è partito da qui. Dopo aver letto questo articolo, ammetto di essere rimasto a metà tra il perplesso e il divertito. Ovviamente mi pare utopico affermare che l’uomo sia l’unica forma di vita intelligente (Sono esclusi gli elettori del PdL e i vertici del PD, oltre ai leghisti) nell’universo. Epperò, quest’articolo mi ha fatto riflettere. Una delle primissime “comparse” di alieni nella cultura mondiale è da far risalire agli inizi del XX secolo e alla fine del XIX.

Chi fu uno tra i primi extraterrestri a “comparire”? Ma ovviamente lui: Chtulhu. Il buon mostro, dalla faccia di polpo e il corpo con ali di drago, giunse sulla terra per conquistare il pianeta e asservirlo al proprio oscuro culto, solo che poi cadde addormentato in R’lyeh e ancora lì giace (che, tra l’altro, R’lyeh sia la famosa Atlantide? Chissà) comunque dopo Chtulhu gli alieni divennero una presenza costante. Comparvero in Film (L’invasione degli Ultra-corpi e altri B-movie del genere) e divennero parte della cultura popolare al pari dei vampiri o dei lupi mannari nel passato.

Alcuni avvenimenti (leggasi incidente di Roswell che non vi linko perché le manuzze per cercare su Google le avete pure voi) non fece altro che aumentare l’attenzione di “scienziati” intorno al fenomeno degli U.F.O e degli alieni. Ben presto gli extraterrestri divennero parte anche di alcune teorie del complotto (Wikipedia vi darà una mano sull’argomento) secondo le quali alcune razze aliene avrebbero visitato il nostro pianeta e stretto patti con i governi mondiali al fine di permettere un incrocio di razze tra quella umana e quella di questi buoni fratellini di E.T (questa è solo una variante, ma vi assicuro che ce ne sono a migliaia).

Resta il fatto, comunque, che il fenomeno degli alieni verso la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 abbia riavuto un boom grazie ad una serie televisiva nota ai più come “X-Files”. Telefilm di culto per la fantascienza orrorifica. Fox Mulder, il protagonista, è ossessionato dagli alieni che (secondo lui) hanno rapito sua sorella e durante l’arco delle stagioni (affiancato da un’affascinante Gillian Anderson/Dana Scully) assisteremo alle sue indagini su eventi inspiegabili, la nascita di un virus (guarda caso alieno) e la scoperta (finale) che il governo degli Stati Uniti d’America sia sceso a compromessi con gli Alieni, stringendoci dei patti (Per chi non avesse mai visto X-Files, questo sarebbe uno spoilerone della madonna, cazzi vostri). Tutto questo, ovviamente, ha dato una grossa spinta alle teorie complottiste di cui scrivevo il paragrafo sopra.

Altro evento di culto, fu il film E.T. che, penso, tutti hanno visto. Chi non si è commosso vedendo l’amicizia tra il piccolo Eliot e il buon E.T.? Chi non ha mai sognato di volare con una bicicletta grazie ai poteri di un amico alieno? (Ecco, già alla seconda domanda le vostre zampette si alzerebbero meno rispetto alla prima). Ebbene, si dà il caso che E.T. per nostra fortuna fosse pacifico e un po’ pirla. Poi ci furono film come Indipendence Day o Mars Attacks! (quest’ultimo secondo me un vero capolavoro del cinema trash sugli alieni nonché parodia del genere, da vedere assolutamente) in cui gli alieni non erano tanto amichevoli e, anzi, con i coglioni girati avevano deciso di estinguere l’uomo così, perché gli andava. Guardando a film più recenti, potrei citare Men in Black (l’intera saga, per quanto penso che il terzo avrebbero potuto pure evitarlo), Ultimatum alla Terra, La guerra dei mondi (che è stato il primo caposaldo del genere fantascientifico dedicato agli alieni) o anche l’indicibile porcata che prende il titolo di Sign.

Ed è a questo punto che non posso fare a meno di chiedermi (facendomi una sega mentale di dimensioni enormi) cosa sarebbe successo se E.T. non fosse stato il pirla pacifista che è? Cosa sarebbe successo se gli eventi narrati in X-Files fossero veri e fossero accaduti in Italia? E se gli alieni di Mars Attacks! non fossero stati respinti?

Ecco, proverò a rispondere a queste domande, in questo articolo.

1) E Se E.T. non fosse stato il pirla pacifista che è? Ecco cosa sarebbe successo: il giovane bambino, ignaro di aver trovato un alieno bastardo e intenzionato a far fuori l’intera umanità, avrebbe stretto amicizia con lui diventandone in breve lo schiavetto. E.T., con astuzia, avrebbe reso succubi tutti i membri della famiglia grazie al magico potere di illuminare le dita a comando. Una volta scoperti i punti deboli dell’uomo, con la scusa di fare un’interurbana galattica, avrebbe richiamato flotte di alieni (guidate dai suoi genitori, ancora più bastardi del figlio) per polverizzare le armi in dotazione dell’uomo. Una volta fatta partire la chiamata, si sarebbe fatto catturare e portar via dai federali. Federali che lo avrebbero scambiato per un alieno un po’ tonto e sfigato che s’è fatto catturare. Mentre gli scienziati si preparano a studiarlo, finalmente, E.T. rivelerebbe la sua natura sadica e malvagia. Ucciderebbe gli studiosi e inizierebbe a smanettare coi computer che trovava in zona (non fate obiezioni: è un cazzo di alieno, viaggia nell’iper-spazio con navicelle spaziali che noi ancora ci sogniamo e volete che non sappia smanettare con dei miseri pc umani?) renderebbe inefficaci tutte le armi umane. Ora, mi pare chiaro che la situazione non è che butti molto bene per noi, ma pensate che sia finita? Poveri stolti! Vi siete dimenticati delle navicelle chiamate con l’interurbana galattica? No? Bene! Perché stanno per arrivare e farci il culo. La loro discesa sul pianeta sarebbe un massacro, la popolazione mondiale non avrebbe che due scelte: Sottomettersi o morire. In tutto questo, il piccolo Elliot (che ci sta capendo un cazzo) cerca di ricongiungersi ad E.T.. Per farlo si fa strada in mezzo all’apocalisse. Ed una volta raggiunto E.T., avrebbe scoperto la terribile verità. L’extra-terrestre che aveva adottato non era un povero mostriciattolino disperso, ma una carogna con l’unico scopo di trovare un nuovo pianeta da colonizzare per sé e la sua razza. Beffa nella beffa, la famiglia del piccolo Elliot sarà uccisa e lui assisterà (da schiavo ovviamente) all’incoronazione di E.T. il Conquistatore. State pensando che abbia dissacrato un capolavoro? Ecchissenefrega dico io.

2) Come ben sappiamo, gli alieni di Mars Attacks! erano già di loro figli di puttana. Però, alla fine, il buonismo rappresentabile nella frase “Io uomo ti faccio il culo, alieno di merda” non avesse dominato, è evidente che gli alieni avrebbero avuto vita facile. Voglio dire: avevano dei cazzo di laser che ti squagliavano vivo! Che speranza ha, un pover’uomo comune? Nessuna! Alla fine gli Alieni se ne sarebbero andati comunque, dopo aver estinto la razza umana perché sono dei cazzoni nel D.N.A, ma comunque, non avremmo fatto una bella fine. Uniche note positive: Quella merdaccia di E.T. non sfrutterà il povero Elliot…Che verrà ucciso da un laser e, finalmente, non saremmo più costretti a sentire le cazzate della Lega (ammettetelo, quasi quasi vi dispiace che non siano arrivati qui a farci il culo, eh).

3) Dato che non so rispettare una scaletta, ovviamente, adesso vi dirò degli eventi di X-Files ambientati in Italia e ai giorni nostri (per comodità). Orbene, dopo la caduta di B., sale al governo Monti. Ciò che fa Monti, però, è un qualcosa di anormale per qualunque politico e dunque, i Servizi Segreti Padani, incaricano il buon Fox Borghezio e la bellissima Trota “Renzo” Scully ad indagare. I Servizi Segreti Padani sono nient’altro che un’ala occulta dei Servizi Segreti italiani. A capo delgi SSP, c’è il famoso “Uomo che Sputa”. Di lui non si sa nulla, se non che ce l’ha duro. Tra svariati colpi di scena (Ruby non è la nipote di Mubarak) le indagini avanzano senza sosta fino a quando non si viene a sapere la verità: Monti non è altro che un burattino pilotato da Alieni che lo hanno fatto agire come un politico serio. Fox Borghezio, allora, porta le prove di ciò all’unico partito politico che non è mai entrato in combutta con gli alieni e il governo Monti: la Lega Nord. Lega Nord che denuncia pubblicamente gli imbrogli del presidente Monti e i suoi patti con gli alieni. Questi appelli, alla fine, fanno breccia nel cuore di un uomo onesto e genuino: Di Pietro. Di Pietro, quindi, passa all’opposizione con l’IDV. I due partiti formano una coalizione atipica, contro gli alieni. Ben presto, però, iniziano ad accadere fatti inspiegabili: (No, l’italiano di Di Pietro non c’entra nulla, è proprio così di suo.) Il Molise, terra natia di Di Pietro, scompare dall’Italia. La Lega Nord inizia a fratturarsi. Bonanni dice cose da uomo di Sinistra. Nonostante le prove raccolte da Fox Borghezio, tutto viene bollato come “ridicola invenzione” e il caso, con tutti i documenti, viene insabbiato. Borghezio è costretto a darsi alla macchia mentre Trota “Renzo” Scully si fa corrompere ed entra nello Showbiz. Gli alieni si ritengono soddisfatti dei risultati ottenuti e iniziano ad infiltrarsi tra la popolazione umana. Di Borghezio non si hanno più notizie, ma una leggenda narra che nelle notti di luna piena lui compaia e affiga manifesti contro il governo alieno di Monti. Di Pietro è sempre lì, ma nessuno capisce cosa dice e perciò non è considerato una minaccia.

Una menzione speciale, alla fine, va all’alieno di Ultimatum alla Terra. Tu, povero mentecatto, pensi davvero che l’uomo sia degno di redenzione? Ma mi prendi per il culo? Non è che sotto sotto eri uno dei parlamentari che aveva votato per “Ruby nipote di Mubarak”? Non è che in realtà tu sia Schettino? Puoi fare il tuo sporco dovere e sterminare un’intera razza (cosa di cui, comunque, noi uomini deteniamo il primato insieme ai meteoriti) e cosa fai? Ti fai commuovere da una madre e un bambino? Mavvaffanculo. Sei l’unico Alieno più sfigato di E.T. ti disprezzo con tutto me stesso.

Per concludere, ricordatevi: Non siete soli nell’universo. Alzate gli occhi al cielo e osservatelo: Se vedeste una strana luce potrebbe essere un alieno. Esatto,  E.T. potrebbe atterrare nel tuo giardino e non avere intenzioni amichevoli. Da parte mia, l’unica cosa che posso dire è: Alles Heil to E.T. the Conqueror.

Con questo è tutto.

Cya.

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Autostima portami via

L’argomento dell’articolo c’entrerà qualcosa col titolo? Mentre sto scrivendo questa prima riga, ancora non lo so. In realtà, sto scrivendo non perché abbia qualcosa da dire (dopo l’articolo serio di ieri, toccherebbe ad una stronzata di dimensioni colossali o ad un racconto al quale nessuno presterà attenzione) ma giusto per non perdere l’abitudine di scrivere qui qualcosa. Che cosa? Lo sapessi, non ci avrei girato intorno fino a questo punto.

Qualcuno potrà chiedersi se oltre al mio solito “CoseACaseggiare”, quel titolo possa voler dire qualcosa. La risposta a questa domanda sarebbe sì, qualcosa quel titolo vuol dire. Che cosa? Abbastanza ovvio. Non ho una grande stima di me. Per lo meno non ce l’ho a livello fisico. Mentre dal punto di vista intellettuale ho fin troppa stima di me (da imputarsi anche ad un ego molto forte) tutte le mie “insicurezze” vengono fuori quando si parla di aspetto fisico. Sia chiaro sin da subito, se son un botolo di pelo ringhiante e lardoso, per due terzi è colpa mia. Mi curo molto poco, a livello estetico. Non bado alla moda ed ho un “look” (se così vogliam definirlo) abbastanza trasandato. La pigrizia influisce molto su questo mio “non curarmi” e per quanto mi riprometta di impegnarmi nel fare una cosa (e questo, purtroppo, più in generale accade spesso) arrivato al momento di farla mi dico: “Massì, puoi farlo domani”. Mi rendo ben conto che sia un circolo vizioso in cui sono entrato e da cui, difficilmente, riuscirò ad uscire da solo.

Comunque, tornando all’argomento principale, dicevo che le mie insicurezze escono quando si parla del mio aspetto fisico. Non tanto per il fatto che non piaccia agli altri (cosa che nel 90% dei casi non mi tange per nulla), quanto per il fatto che non mi piaccia io stesso. Se vi state chiedendo perché non cambio, tornate su di qualche riga e troverete una risposta quanto meno sensata (anche se non convincente o valida, dal punto di vista di chi legge). Fino a poco tempo fa avevo problemi a mostrare mie foto sia su MSN, dove ho contatti solo di amici che già mi conoscono da moltissimo tempo e mi hanno visto crescere oppure di amici a cui sono particolarmente legato in generale, sia su G+ dove la selezione è stata ancora più ristretta. Cosa m’ha spinto a mettere delle foto mie? Ancora non lo so. Potremmo dire un raptus di follia oppure etichettarlo comodamente come una “Cosa A Caso”.

Rileggendo il post, or ora, mi rendo conto che un nesso logico (ammesso e non concesso che ci sia) è molto sottile e si perde con le mie consuete divagazioni (anche questa, lo è) comunque, per i pochi che lo hanno afferrato e seguito, risulterà chiaro che il mio è un caso quasi patologico. Più che la mia autostima è la mia stessa persona ad essere divisa in due metà: l’una sicura e spavalda, l’altra insicura ed insoddisfatta. Soluzioni per fondere le due parti scisse ce ne sono? Sì, probabilmente. A mancare, però, era, è e sarà sempre lo stesso: La volontà di cambiare c’è? Il gioco vale la candela? La risposta dovrebbe essere un sì, senza se e senza ma. Se così non fosse non avrei motivo di lamentarmi e il tutto, mi rendo conto, risulterebbe grottesco e stucchevole. Dato che non posso usare né i se, né i ma, spero che mi concediate un “però”. Qual è questo però? eccovelo: però quanto elencato finora non è ancora abbastanza per far scattare la molla del cambiamento. Domani a quest’ora, probabilmente, sarò in uno stato d’animo completamente diverso e rileggendolo mi dirò “Massì, ieri eri solo giù di morale, in fondo va bene così”. Ecco, è questo a fregarmi ed è per questo che passando per malato di mente sto per fare un appello al me stesso del futuro (che prima o poi tornerà a leggere anche questo articolo):

Tu, stupido idiota, non devi cullarti in un senso di falsa soddisfazione. NON sei soddisfatto, ma sei troppo pigro per muovere il culo e cambiare le cose. Non farti cullare da un senso di falsa sicurezza, attribuendo questi momenti a dei momenti no. Devi cambiare che ti piaccia o meno.

Ecco, questo è quello che leggerà. E con un sorriso beffardo mi risponderà:

Sono parole, soltanto parole, parole gettate al vento.

Poi aprirà un’altra scheda e tutto rincomincerà da capo. Fino al prossimo “sfogo”.

Cya gente.

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La monotonia del posto fisso

Ed è con ragionevole ritardo che ritorno qui a scrivere di cose “serie”, prendendo spunto da una polemica nata recentemente a causa delle ultime affermazioni del Presidente del Consiglio Monti sul posto di lavoro a tempo indeterminato.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, mi trovo d’accordo con lui. I motivi? Sono abbastanza semplici e li illustrerò concisamente. Partiamo da alcuni dati di fatto: un tasso di disoccupazione giovanile preoccupantemente alto (tra i più alti in Europa), un’instabilità lavorativa che non dà alcuna garanzia, stipendi decisamente bassi. Come si è arrivati a questi dati di fatto? Per rispondere a questa domanda è necessario fare un breve excursus storico.

Nel 2003, il governo Berlusconi, tramite ddl approvò una riforma del lavoro che all’epoca parve un cambiamento epocale. Tale riforma si basava sul testo della bozza di legge del Professor Biagi (ucciso un anno prima dell’approvazione da un attentato delle BR). Tale legge inseriva una nuova tipologia di contratto che, in teoria, avrebbe dovuto aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo di lavoro: i cosiddetti contratti a progetto. Questi contratti  ben presto soppiantarono i vari contratti di formazione. Le cose, inizialmente, parvero funzionare ma, come è uso e costume in Italia, le aziende fiutata la possibilità di avere un certo margine di guadagno iniziarono ad abusare di tale forma contrattuale. Gli stipendi erano piuttosto bassi, i rinnovi (quando c’erano) venivano effettuati con la stessa forma contrattuale, il posto di lavoro a tempo indeterminato diventava sempre di più un miraggio. Questo “sfruttamento intensivo” dei così detti “co.co.pro” unito alla crisi che, in modo più o meno continuativo, affligge tutto il mondo dal 2007 ha portato, in Italia, alla situazione di cui sopra.

Alla luce di quanto scritto appena prima, è evidente sottolineare che la creazione di queste nuove tipologie di contratto non sia stata accompagnata da un’effettiva riforma dell’intero mercato del lavoro. Riforma che, invece, il Governo Monti vorrebbe effettuare prendendo spunto dal sistema danese. Sistema danese in cui i lavoratori hanno sì, contratti a tempo di lavoro determinato, ma percepiscono una retribuzione maggiore che permetterà a loro di poter “sopravvivere” decorosamente mentre cercano un altro posto di lavoro. Ovviamente, nel sistema danese, trovare un altro lavoro non è un problema. Il lavoratore, oltre a stipendi più alti, gode di una maggiore protezione da parte del sistema che gli permette di allocare la propria abilità rapidamente. Insomma, lì, La flessibilità viene fortemente incentivata e non è vista come un ostacolo, ma come una risorsa fondamentale.

In Italia il processo sarà lento e difficoltoso. Gli italiani non sono persone che accettano di buon grado cambiamenti radicali come quello rappresentato dalla “scomparsa” del posto fisso in favore di un mercato del lavoro flessibile e dinamico che fa storcere il naso ai più. L’obiezione che viene mossa sempre è “Vallo a dire alla banca che il posto di lavoro fisso è monotono/il lavoro dinamico è una risorsa”. Le loro ragioni sono innegabilmente valide, quando fanno questa osservazione eppure…Eppure anche con la situazione odierna il posto di lavoro fisso è ormai scomparso.

Personalmente, preferirei avere dei contratti a termine che permettano di trovare un lavoro senza ritrovarsi con l’acqua alla gola, preferirei avere un mercato del lavoro che mi permetta, in tempi ragionevoli, di rientrare in esso. Preferisco fare lavori diversi, ma lavorare, rispetto al non lavorare affatto. Insomma, se per poter lavorare i primi anni, dovrò rinunciare al posto di lavoro fisso, ben venga questa rinuncia.

Tra l’altro, il cambiare lavoro con una certa frequenza, ha degli innegabili vantaggi:

– Permette di avere svariate esperienze lavorative, in svariati campi.
– Si possono ricoprire più ruoli indifferentemente
– Si è in grado di capire dove le proprie capacità vengono meglio sfruttate e, questo, permette di restringere (col passare del tempo) le cerchie delle possibili scelte ai lavori che più si confanno alle nostre capacità.

Per concludere quindi, mi sento di ribadire: meglio avere un lavoro con scadenze determinate e la sicurezza di rientrare nel mercato del lavoro in tempi ragionevoli che rimanere col sistema attuale in cui, comunque, il posto fisso non esiste e (soprattutto) non vi è la certezza che un posto di lavoro venga trovato se non dopo troppo, troppo tempo.

Con questo, chiudo.

Cya.

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Cambiamenti

Ebbene sì, dopo l’apertura quasi due anni or sono di questo blog, ci sono stati i primi veri cambiamenti.

Innanzitutto, il titolo. Perché il titolo? Perché quello di prima era vecchio, non mi rappresentava più. Questo nuovo, invece, rappresenta molto bene quanto troverete qui: un mucchio di “Cose a Caso” per l’appunto. Racconti orribili, riflessioni profonde quanto pozzanghere, articoli deliranti, articoli pseudo-seri. Tutti insieme, sotto lo stesso (variegato) tetto.

Altro cambiamento? Il nome. Da A Sad Whisper In The Wind sono diventato Coso. Perché “Coso”? Perché, semplicemente, è così che mi chiamano gli amici. Hurr durr, fantasia portami via. Tra l’altro, Coso è corto, conciso. Mi piace.

Detto ciò, mi congedo e porgo ossequi.

Cya.

 

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Rainy Night

Due cosette rapide rapide:

1) Questo è il prequel di Pioggia
2) Mentre lo leggete dovreste ascoltare questo e questo

Ed ora, bando alle ciance e godetevi il racconto.

Mi accendo una sigaretta. Sto cercando di smettere, ma con scarsi risultati. Alla parete, in bella vista, c’è il divieto di fumare. Nessuno però lo rispetta. Il locale è pieno dell’odore denso del fumo di sigari e sigarette. Mi guardo intorno annoiato. La band che dovrebbe suonare durante la serata sta preparando gli strumenti e l’attrezzatura.
Il proprietario del bar, un vecchio con aria annoiata, è dietro il bancone e pulisce svogliatamente alcuni boccali. Il vociare della clientela riempie l’intero locale. Di tanto in tanto, qualche avventore, entra infreddolito e col giubbotto bagnato dalle gocce di pioggia che, incessanti, picchiettano sui vetri. Più volte, una cameriera con fare ammiccante si è avvicinata chiedendomi se volessi prendere qualcosa da bere. Probabilmente, dalle occhiate che mi lancia continuamente, vorrebbe darmi qualcosa in più di una birra. La osservo: è una ragazza giovane, non avrà più di vent’anni. Il seno è sodo e ben tornito, le gambe lunghe. Probabilmente, dato il fisico, avrà praticato qualche sport. Eh già, è giovane, tanto giovane.
Mi chiedo cosa facessi io alla sua età. Se, anche io ero come lei. Sbuffo un po’ di fumo e sorrido al ricordo dei miei vent’anni: un giovane di belle speranze che non aveva capito nulla del mondo, della vita. Mi sembra che sia passata un’eternità. Spengo la sigaretta nel posacenere lasciato sul tavolo, mentre continuo a riflettere sulla mia gioventù ormai andata. Vengo strappato da qui pensieri quando la porta si riapre. Entra una donna. Indossa un lungo cappotto nero e una sciarpa dello stesso colore. Si guarda intorno, scrutando tra la gente seduta ai tavoli e, senza bisogno che faccia alcun gesto, il suo sguardo incontra il mio. La osservo farsi largo tra i presenti fino ad arrivare al mio tavolo. Si toglie il cappotto e la sciarpa, mettendo in mostra un tubino nero che fa risaltare il suo fisico pressoché perfetto. I lunghi capelli neri, ora liberi dall’impedimento rappresentato dalla sciarpa, le scivolano lungo il viso, coprendo la parte alta della schiena. La carnagione pallida, in netto contrasto con gli abiti scuri, risalta particolarmente. Le labbra sono dipinte appena di un rosso cupo. Gli occhi grigi sono freddi. “Con quale coraggio mi richiami adesso?” La voce musicale e sensuale, solitamente morbida, è fredda, dura. Le porgo una sigaretta che lei prende. Gliela accendo. La osservo fumare per qualche istante. Quando allontana la sigaretta dalle labbra, noto che è rimasto il segno del rossetto sulla cicca.  “Suvvia, non sarai ancora arrabbiata per quella storia, no?” Prendo un’altra sigaretta per me. Per questa sera, i buoni propositi sono accantonati. “L’ho fatto solo per lavoro, nulla di personale.” Aspiro la prima boccata e sbuffo il fumo verso l’alto. Lei riporta la sigaretta alle labbra con un gesto elegante.  “Niente di personale, eh? Lo hai fatto per lavoro… Mi chiedo cosa mi abbia spinto a volerti vedere di nuovo.” La band attacca col primo brano. Musica Jazz. In questo momento, questo bar sembra essere piombato negli anni del Proibizionismo, a cavallo tra gli anni venti e trenta. Mi aspetto di veder comparire, da un momento all’altro,  i poliziotti per un retata contro le bische clandestine e la vendita dell’alcol. “Il fatto che te lo abbia chiesto gentilmente non è già un buon motivo?” Mi fulmina con un’occhiataccia. Alzo le mani in segno di resa. “Va bene, eviterò queste battute” “Allora, cosa vuoi?” chiede lei. La guardo negli occhi per qualche secondo e poi sospiro appena, mentre faccio cadere un po’ di cenere dalla sigaretta nel posacenere. “Voglio chiederti scusa. Sì, più o meno è per questo che ti ho chiamato qui.” La donna mi guarda stupita, quasi incredula.  “Sono sei anni che ti conosco e non ti ho mai sentito chiedere scusa. O meglio, pensavo di conoscerti.”
Resto in silenzio, dopo quelle parole. È vero, sono sei anni che tra alti e bassi, io e lei tiriamo avanti il nostro rapporto. Sì, l’unico modo per definire quello che c’è tra me e lei è la fredda parola “rapporto”. Siamo amici? Siamo amanti? Non lo so più. Entrambi, però, cerchiamo di rifuggire dalla tetra solitudine in cui ci troviamo, facendoci compagnia. Facendoci del male.
“Il fatto che tu non mi abbia sentito farlo, non significa che io non l’abbia fatto. Comunque, l’ultima volta mi sono comportato da stronzo. Non avrei dovuto…”Silenzio. Riporto la sigaretta alla bocca. “Non avrei dovuto usarti, ecco.” Lei sorride appena. “Sono sei anni che tu mi usi. E io da sei anni, come un’idiota, aspetto che tu mi faccia capire qualcosa. Un gesto, una frase… E poi, vengo a scoprire che l’ultima volta mi hai scopato solo per ottenere delle informazioni. Non pensi che abbia già sofferto troppo? E adesso? Mi chiami qui per scusarti. Forse avresti dovuto pensarci prima, non credi?” La guardo per qualche secondo, prima di risponderle.  “Lo so. Hai perfettamente ragione, ma non ero e non sono ancora pronto ad impegnarmi. Non penso faccia parte della mia natura. Sei la donna che si è avvicinata di più al ruolo di “fidanzata” nella mia vita e, probabilmente, a modo mio ti ho amata e ti amo. Ma se ti ho chiamato oggi, non è per dirti questo.” La musica fa da sottofondo a questa discussione. Noi, come tutti gli altri avventori, siamo impegnati nel parlare di affari o dei fatti propri. “E allora, perché mi hai chiesto di vederti e poi, perché proprio qui?” Le sorrido appena. “Perché è qui che è iniziato tutto. Qui ci siamo conosciuti ed è qui che…”  Adesso che è arrivato il momento di dirle il vero motivo per cui l’ho chiamata, la gola mi si secca. È la scelta più giusta? Anche in questo momento, non ne sono convinto. Ma non posso, non devo aver ripensamenti.
“Ed è qui che… cosa?” Chiede lei, guardandomi sospettosa. Sospiro appena. “Ed è qui che finisce. Ti ho già fatto soffrire troppo. Tu vuoi cose che io non posso, o meglio, non voglio darti. Mi sembra inutile andare avanti a prenderti in giro in questo modo. Questo è tutto.”
Le ultime note della canzone si spengono insieme alla mia voce. Prima che lei possa dire o fare qualcosa ho già guadagnato la via dell’uscita.
La pioggia mi frusta con violenza il volto. Mi incammino verso la macchina le tenebre della notte mi cingono in un confortevole abbraccio. Come sei anni prima.

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Pioggia

Prese l’accendino e si accese una Marlboro. L’unico rumore era il ticchettio regolare e ritmato della pioggia contro il parabrezza. Fumo grigio si diffondeva nell’abitacolo. L’unico segno che qualcuno fosse in macchina era un puntino rosso che indicava il lento ed inesorabile consumarsi della sigaretta. Nonostante fosse sabato sera, in quella zona residenziale, circolavano poche macchine. Al loro passaggio la strada bagnata veniva illuminata dai fanali. Guardò di nuovo l’orologio sul cruscotto. Due e un quarto. La sua mente divagò in ricordi che parevano appartenere ad un’altra vita. Ad un’altra persona. Si era ripromesso di non farlo ma non poté fare a meno di pensare all’ultima volta che aveva visto quella persona. Si erano detti addio. Poteva ancora ricordare il locale affollato, l’odore di sigarette e di alcol e i suoi occhi gelidi. Ricordava anche la canzone che stavano suonando mentre parlavano. Ricordava la sua rabbia, la sua diffidenza e, alla fine, ricordava anche la sua sofferenza. E adesso, lui era lì, ad aspettarla. Ironia della sorte, anche in quel momento pioveva. La pioggia era stata una fedele compagna per ogni momento importante della loro vita. Tutto era iniziato in un pomeriggio autunnale, grigio e piovoso. Tutto sembrava esser finito in una fredda serata invernale. Gli sembrava ancora di poter sentire le fredde gocce di pioggia sferzargli il viso con cattiveria. Fu strappato dai suoi pensieri dal rumore di una macchina. Non era quella che stava aspettando e così tornò ad immergersi nei ricordi. Ricordi di un tiepido sole primaverile e di un giardino in fiore. Lui era seduto su una panchina e stava leggendo un giornale con aria annoiata, l’altra persona invece era seduta sull’erba. I capelli ebano, ben curati, assorbivano tutti i raggi del sole. Gli occhi celesti erano socchiusi. Sul viso era dipinta un’espressione deliziata. Gli uccellini trillavano allegramente, intrecciandosi in aria. Disegnando arabeschi complicati, quasi impossibili da seguire. Gli sembrava quasi di poter sentire il profumo dell’erba e dei fiori, il ronzare delle api e le risate argentine ed innocenti dei bambini che giocavano poco distanti. Probabilmente, quello, era uno dei momenti più belli che avevano passato insieme. Momenti relegati ad un passato lontano, che mai più sarebbe stato. Quell’ultima considerazione gli fece storcere la bocca in un sorriso amaro. Guardò l’orologio. Erano le due e trentasette. Da lì a dieci minuti, sarebbe arrivata la persona che aspettava. Aveva studiato a lungo gli orari dei suoi spostamenti e le sue abitudini. Sapeva chi frequentava e dove andava. Sapeva tutto di lei. Faceva parte del suo lavoro. Anzi, era la parte minima del suo lavoro. Solitamente, sarebbe stato scosso da una forte frenesia, dall’adrenalina. Non quella volta però. Per quanto si fosse imposto di separare il lavoro dalla vita privata, quella volta gli era impossibile. Si sgranchì i muscoli anchilosati dallo star troppo seduto e poi tornò a guardare la strada, in attesa. Passò una macchina e il suo cuore perse un battito. Il momento d’agire, però, non era ancora giunto. Altre tre volte ci fu un falso allarme. Un desiderio inconscio che la persona non arrivasse, si impadronì di lui. Sapeva che era irrazionale voler una cosa del genere, eppure, dentro di lui non poteva fare a meno che sperarci almeno un po’. Fu allo scoccare delle tre che la macchina si fermò davanti ad un vialetto ben alberato. Dalla vettura scesero due persone. Una era il bersaglio, l’altra era il suo accompagnatore. I due si salutarono in modo amichevole sulla soglia di casa dell’obiettivo. Una volta allontanatasi la macchina, decise di entrare in azione. Abbandonò il confortevole calore dell’abitacolo per essere colpito da una fine e gelida pioggerellina. Attraversò la strada di corsa stando ben attento a non farsi notare, più che per abitudine che per una vera e propria precauzione. Arrivato di fronte alla porta di casa, perfettamente colorata di bianco, estrasse un paio di chiavi. Era riuscito a prenderne lo stampo durante una delle sue tante sessioni di raccolta informazioni. Fece scattare la serratura e la porta si aprì, girando su cardini ben oleati. I ricordi minacciarono di assalirlo, ma non era quel il momento adatto. Si richiuse la porta alle spalle e tese l’orecchio. Per fortuna, quella persona, viveva da sola. Udì lo scorrere dell’acqua, ma prima di salire le scale si assicurò che l’obiettivo non fosse in camera. Una volta sicuro di ciò, si mosse velocemente e cercando di evitare il minimo rumore. Aveva lasciato il giubbotto e le scarpe bagnate di fronte alla porta, in corridoio, al piano di sotto. Indossò un paio di guanti di pelle nera e aprì la porta della stanza. Nell’angolo più lontano dalla porta, in prossimità della finestra, c’era una sedia su cui erano appoggiati dei vestiti. Li spostò sul letto e si sedette, rimanendo circondato dall’oscurità. Venti minuti dopo, l’acqua si spense ed un aroma floreale si sparse per la casa. Sentì la voce dell’obiettivo avvicinarsi, canticchiava un motivetto triste, quasi sovrappensiero. La luce nella stanza si accese. Gli occhi dell’uomo, abituati al buio, ci impiegarono un paio di secondi per abituarsi alla nuova illuminazione. La persona che stava aspettando si accorse di lui e rimase immobile per qualche secondo, sorpresa. Poi, con voce sorpresa chiese “Tu?”. L’uomo sorrise appena e disse “Io”. I due si guardarono a lungo, studiandosi a vicenda. Il primo a distogliere lo sguardo, fu l’obiettivo. “Come diavolo sei entrato?”. Silenzio. “E cosa ci fai qui?”. Di nuovo silenzio. “Allora, vuoi rispondermi?”. La voce del bersaglio si stava alzando. L’uomo guardò nella sua direzione ancora qualche istante e alla fine disse “Sasha, dovresti sapere benissimo che per me non è un problema entrare qui”. Sasha rimase in silenzio. I lunghi capelli corvini, bagnati, le ricadevano disordinatamente sulla schiena, sul viso. Le labbra sensuali erano tese. I suoi occhi erano di un gelido grigio. Parevano quasi spilli di ghiaccio. Sembravano leggergli dentro. “Non mi hai risposto” disse lei, con la voce sensuale resa distaccata dal tono freddo con cui parlava. L’uomo sospirò “Sai benissimo anche perché sono qui”. Lei fece un passo indietro, verso la porta “Non ti servirà a nulla scappare” disse lui. Lei si fermò e scosse il capo “Speravo davvero che tu fossi uscito dalla mia vita”. Quelle parole lo ferirono, nonostante tutto il distacco che si era imposto “Lo speravo anche io” mormorò, con voce appena udibile. Si alzò ed estrasse una pistola “Però, purtroppo, sai troppe cose e sei diventata pericolosa per me e per l’organizzazione” Lei sorrise. Un sorriso carico di sfida. Persino in quei momenti, non c’era paura in lei “E quindi hanno mandato te. Dovrei essere onorata dal fatto che sia stato mandato il loro miglior boia, dunque”. Fu l’uomo a sorridere, stavolta. Era un sorriso triste. “Se potessi, lo eviterei”. Lei emise una sorta di ringhio e disse “Sbrigati a fare quello che devi, bastardo. Mi hai già spezzato il cuore una volta, non credo tu abbia problemi a farlo di nuovo”. Premette il grilletto una sola volta. Un colpo diretto al cuore.
Uscì dalla casa dopo aver cancellato ogni traccia del suo passaggio. La scomparsa di Sasha avrebbe fatto molto rumore.

Due settimane dopo quella notte, l’uomo ricevette una lettera. Fu stupito dal fatto che qualcuno fosse riuscito a recapitargliela. Per qualche istante soppesò la busta con sguardo indagatore. Poteva esserci dentro dell’antrace, oppure poteva essere avvelenata. Per il lavoro che faceva, si era fatto fin troppi nemici e ne era conscio. Dopo qualche altro secondo di indecisione aprì la busta ed estrasse un foglio. La lettera era vergata in una calligrafia a lui famigliare. Era semplice e breve.

“Sanno cos’hai fatto. Sanno chi sei. Sanno come lavori. Sanno dove ti nascondi. Ti cercheranno, ti troveranno e si vendicheranno per il tuo tradimento. Sei un idiota.

 ❤ S.”

 L’uomo sorrise e prese la pistola. Anche lui sapeva chi erano, come lavoravano e cosa avevano fatto. Ma non c’era alcun bisogno che fossero loro a cercare lui. Sarebbe stato lui a trovare loro per chiudere i conti, una volta per tutte.

Il suo ultimo pensiero fu per lei. Si chiese se in quel momento lei era al sicuro e stava bene.

Uscì dalla casa e si allontanò. Aveva iniziato a piovere.

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