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Riflessioni A Caso #7

“Gentile Coso, la biblioteca di Meda la informa che Un po’ di compassione  è da oggi disponibile.”
“Gentile Coso, da oggi puoi ritirare un po’ di compassione presso la biblioteca di Meda”

Qualcuno che a me ci pensa, alla fin fine, c’è.

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I luoghi di Coso

Continuiamo con cenni autobiografici (più o meno veri) su Coso e sulle sue abitudini. Come ogni persona, persino il Re dei Culopesi (nonché primo e unico membro di questa comunità), frequenta per cause di forza maggiore alcuni luoghi. Gli incauti che non se ne avvedono potrebbero trovarlo a leggere su una panchina oppure a passeggiare scuotendo la testa di fronte ad uno scaffale di libri. O, ancora, a squadrare una leggiadra fanciulla che passeggia per le vie del centro.

Fondamentalmente, potreste trovarlo a Seveso. Seveso, in realtà, non ha un cazzo di niente degno di nota, perciò sarebbe lui il primo a stupirsi se voi foste qui (a meno che non siate di questa ridente cittadina, nel qual caso vi compatirà e patpatterà). Come dicevo, comunque, a Seveso non c’è assolutamente nulla, o quasi. C’è un cinema che non si incula nessuno anche a causa della concorrenza sleale dei multisala di nuova generazione. C’è un oratori piuttosto attivo e vivo…Finché si hanno 14/15 anni e c’è il Bosco delle Querce. Ecco, Coso, principalmente passa il suo tempo sevesino o a casa sua, o lì, al Parco (la stazione non conta). Questo polmone verde che si estende tra Meda e Seveso nacque in seguito a questo evento (su cui ci hanno pure fatto una canzone, cosa che ho scoperto ora, mentre scrivevo). Il parco è fondamentalmente usato per fare poche cose: Infrattarsi per scopare, pomiciare, leggere, portare a spasso gli animali (bambini compresi) o godersi un po’ di sole estivo. Dato che Coso non scopa, non pomicia, non porta a spasso nessun tipo d’animale e rifugge il sole come se fosse un venditore ambulante, non resta altro che la lettura su una panchina, all’ombra delle fronde degli alberi. Di solito, raggiunge la pace dei sensi prima che arrivi qualcuno a far casino e rovini tutti. (P.S.: non cercate la canzone. Fa schifo. Ma davvero.)

Altra zona frequentata da Coso è il Ceredo (frazione di Seregno). Lì, invece, ci va quando deve giocare a calcio con gli amici. Succede raramente e ancora più raramente vince. In quei momenti, il fine e raffinato Coso, diventa volgare ed evoca un po’ tutti gli Dèi ad ogni goal sbagliato o subìto. O potreste vederlo mentre cerca di scroccare acqua agli amici più avveduti di lui, quando se la dimentica a casa.

Poi, c’è a Cantù, la fumetteria. Luogo di perdizione, piacere e…Spesa. Sia chiaro, lì ci va una volta ogni due mesi con una spesa che oscilla tra i 50 e i 70 € (e con lo sconto del 10% porta via un fottio di roba). Solitamente, quando il fumettaio lo vede arrivare non sa se mettersi le mani nei (pochi) capelli oppure sorridere beato in attesa che Coso gli molli del fresco denaro sonante. Quello che compra, magari, lo scoprirete più avanti. Resta il fatto che potreste avvistarlo anche in zona Cantù, con l’Eastpak sulle spalle e la faccia felice per lo shopping appena fatto (perché sì, per lui è questo il vero shopping).

A Meda, invece, Coso va soprattutto in biblioteca ormai. Tra l’altro, col fatto che abbiano aperto la nuova sede, i servizi offerti sono migliorati particolarmente e questo lo ha invogliato a continuare ad andarci. Da sottolineare la presenza di una sala studio nel piano interrato, oltre alla possibilità di connettersi ad internet e ovviamente…Tanti, tanti libri gratis.

E, alla fine, c’è anche un Coso milanese. Coso milanese che si divide tra San Babila e Parco Sempione. In San Babila lo trovate per l’università, ma statece che tanto non lo riconoscete. In Duomo, per lui, è un must il giro delle tre librerie nel seguente ordine: Mondadori, Feltrinelli, Mondadori. Di solito prima si fa un giro sullo scaffale fumetti, poi si fionda sulle ultime novità e alla fine, prende un libro a caso (ovvero quello col titolo più interessante) e si siede a leggere tranquillamente. In Sempione, invece, fa più o meno le stesse cose che fa al Bosco delle Querce con l’unica differenza che, anziché essere solo, è in compagnia della Fatina dei Boschi e la quantità di belle fanciulle è esponenzialmente più elevata. Più raramente si è spinto fino alle “famose” colonne dove però non ha mai trovato metallari da sfottere e quindi ha deciso di lasciar perdere.

Ecco, ora che sapete dove potreste trovar Coso…Evitate questi luoghi. Uomo avvisato, mezzo salvato.

Questo è quanto.

Cya.

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Biblioteca

Cosa si può scrivere su una biblioteca? A tutti gli effetti un’assoluta minchia però…Oggi sono stato nella nuova biblioteca di Meda che ha aperto i battenti quattro giorni fa. La prima impressione? Pheeeeeeegata.

Però, dopo la prima impressione, ne sono seguite anche altre che elencherò, dividendole in “pro” e “contro”.

PRO:

– La struttura è molto più spaziosa e meglio organizzata. Finalmente ogni piano ha uno spazio dove potersi fermare per sfogliare i libri o per studiare. Non è cosa da poco, dato che prima c’erano quattro tavoloni al piano superiore e basta.
– Si sono tecnologizzati. Non vuoi fare la coda? Nessun problema, puoi restituire e prendere i libri in completa autonomia grazie ad un lettore di codice a barre (quello della tessera) e uno scanner che ti riconosce i libri. Una volta fatto ritiri un pratico scontrino con scadenza e…Fatto. Puoi andartene coi tuoi libri.
– Una struttura più grande significa anche più libri. Più libri significa nuovi titoli. Nuovi titoli significa roba in più da leggere. Roba in più da leggere, per me che sono un topo di biblioteca significa, tantissima roba.

CONTRO:

– Per quanto meglio organizzata e più grande, la trovo fin troppo dispersiva. Quella di prima era più piccola ma “più accogliente”, questione di abitudine, comunque.
– La nuova disposizione dei libri mi ha fatto quasi invocare i Grandi Antichi e gli Dèi Esterni (If you know what I mean ) per cercare le sezioni in cui di solito ci sono i libri che mi interessano. Alla fine, per fortuna, sono giunto all’agognato scaffale…Per non trovare ciò che cercavo. Mi par giusto.
– Scaffali interi vuoti. È vero che col tempo si riempiranno (si dovranno riempire), però sono proprio bruttini da vedere. Cioè, santo cielo, metteteci qualcosa! Anche dei doppioni vanno bene, basta che non li lasciate vuoti.

Comunque, in definitiva, la nuova biblioteca mi ha impressionato positivamente. Voto 9.5.

Questo è quanto.

Cya.

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Essere provinciali

Leggendo un post sul blog “memoriediunavagina“, mi sono reso conto quanto il mio essere provinciale abbia pesato sulle mie esperienze nella Grande Città. A questo punto, vi starete chiedendo per quale cazzo di motivo legga un blog con quel nome. La verità è semplice: mi sta simpatica (nonostante non conosca e non abbia la più pallida idea di chi sia) la tizia che ci scrive. Riesce sempre a strapparmi un sorriso e oggi mi ha dato modo di scrivere questo post…Anche se, a quest’ora, Morfeo mi chiama e io dovrei rispondere.

Quando parlo della Grande Città, non posso fare altro che riferirmi a Milano. Sì, la stessa Milano che fino a tre anni fa non potevo vedere e che mi ispirava un senso di panico immenso. La stessa Milano in cui ho perso svariate volte i guanti mentre ero in giro con la scuola. La stessa Milano che adesso conosco quasi come le mie tasche (almeno tra Cadorna e San Babila). La stessa Milano da cui ora non riesco a star troppo lontano. La stessa Milano che è una piccolissima parte di me così come io sono una piccolissima parte di lei.

Comunque dicevo che il mio esser provinciale, nonostante tutto, abbia sempre influito sul mio modo di vivere la città. Ho sempre visto (e continuo a vedere) Milano come una giungla piena di opportunità ed insidie. All’inizio c’era una sorta di timore reverenziale nei suoi confronti. Ero come un bambino in un posto nuovo: non conoscevo niente e volevo scoprire tutto. Ovviamente, la cosa non sarebbe potuta durare a lungo e difatti, dopo solo qualche mese, al timore reverenziale si era sostituito il grigiore dell’abitudine: Svegliati. Prendi il treno. Scendi in Metro. Sgomita per entrare. Cerca di trattenere il respiro. Sgomita per uscire. Università. Metro. Sgomita per entrare. Sgomita per uscire. Prendi il treno. Ritorni in provincia.

L’abitudine…L’abitudine temo che sia una delle cose peggiori che ci possa essere. L’abitudine nei rapporti (e non la stabilità, che è una cosa ben diversa)  può portare solo ad un risultato: la morte dello stesso. È inevitabile. L’abitudine annoia e, annoiandosi dell’abitudine, si finisce con l’annoiarsi delle persone con cui si ha un rapporto basato sull’abituale, sulla routine. E poi, ovviamente, c’è l’altra faccia della medaglia: quella che ti fa venire un pizzico d’ansia appena capita un imprevisto, appena qualcosa non va come previsto. Ma sto divagando.

Dunque tornando a noi, dicevo che questo essere provinciale mi ha sempre fatto vedere con occhi diversi la città. Per un Milanese, tante cose sono scontate. Anche per chi abita a Milano abitualmente (anche se non originario di lì) il discorso è assimilabile. Per me, invece, non è così. Vedere Milano di sera è stato qualcosa che mi ha lasciato piacevolmente stupito. I tram illuminati a festa, la città che si accende, la gente per strada che passeggia e non corre (o forse ero io a non correre, ancora non mi è chiaro) sono stati spettacoli unici, che mi hanno rapito per qualche secondo. Come mi aveva rapito il ragazzo che ad un angolo di strada stava suonando l’arpa e a cui, devo ammetterlo, fui tentato di allungare qualche spicciolo (cosa che normalmente segnalerebbe l’arrivo dell’Apocalisse, del Ragnarok e la fine dei tempi). Insomma, quella sera mi aveva rivelato una faccia di Milano che non conoscevo eppure…

Eppure, per quanto ora possa “amare” Milano, la mia bella e tranquilla provincia mi ammalia con armi diverse. Mi affascina con spettacoli differenti. Probabilmente è, ancora una volta, la forza dell’abitudine a farmi preferire la mia “piccola” provincia alla grande città. Sia chiaro, qui da me non c’è un cazzo. A momenti non saprei nemmeno trovare la biblioteca (ed infatti, vado a quella di Meda. E, per inciso, pure a Meda non c’è un cazzo) però è qui che ho sempre vissuto. È qui che ho dato il mio primo bacio (e anche uno degli ultimi, eh) è qui che ho conosciuto alcuni tra i miei migliori amici. Ed è qui che ho preso delle sonore inculate (in senso figurato).

E poi, inutile negarlo, qui c’è molta più calma. Più tranquillità. A Milano è quasi impossibile sentir cantare gli uccellini (i piccioni non contano, sono topi con le ali), mentre qui il canto di passerotti e merli ti accompagna dalla stazione fine a casa tua. E poi ci sono i ricci che ti scorrazzano in giardino e il cane che li guarda stranito (con lo sguardo da psicopatico che solo lui sa fare) ma non li tocca e, ogni tanto, ti spunta pure una rana che gracida tranquillamente di fronte al cane che inizia ad abbaiare anche se sono le tre di notte. (No, non abito in Burundhi, sono solo fortunato ad avere un bel giardino). E poi c’è il Parco delle Querce dove poter fare un pranzo all’aperto con gli amici, una passeggiata in un pomeriggio soleggiato oppure dove sedersi all’ombra e leggere immerso nella natura (ma per davvero) un libro od un fumetto.

So che non potrò restare sempre qui, che prima o poi arriverà il momento in cui sarò costretto ad andarmene e, nonostante questa consapevolezza e la voglia di distaccarmi da tutto questo, non posso fare a meno di essere titubante come Samvise Gamgee che, giunto ai confini della Contea, esita prima di compiere l’ultimo passo che lo porterà lontano da tutto ciò era stata la sua vita e la sua realtà fino a quel momento. Lui, alla fine è tornato a casa. Chissà io che farò…

Sarò come Bilbo che, mentre si mise in cammino, cantava, pronto per la nuova avventura:
“La Via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Presto, la segua colui che parte!
Cominci pure un nuovo viaggio,
Ma io che sono assonnato e stanco
Mi recherò all’osteria del villaggio
E dormirò un sonno lungo e franco”

Oppure il distacco sarà qualcosa di forzato e di doloroso? Non lo so. Non lo so proprio.

Nel dubbio spero che, comunque, il mio viaggio sia così:

“Voltato l’angolo forse ancor si trova
Un ignoto portale o una strada nuova;
Spesso ho tirato oltre, ma chissà,
Finalmente il giorno giungerà,
E sarò condotto dalla fortuna,
A Est del Sole, a Ovest della Luna.”

Una cosa è sicura, comunque, quello che mi ha dato questa piccola provincia, probabilmente nessun altro posto potrebbe darmelo.

Con questa riflessione conclusiva e le due citazioni tolkeniane, porgo ossequi.

Cya.

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